Pater familias
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I
«Fanculo, stronzo!»
Alzare le mani su di lei, no. È successo l’ultima volta che era in prima media, e mi sono sentito una merda per una settimana. Era perché prendeva le parti di sua madre, sistematicamente (era il momento in cui si consumava la rottura), anche quando Marta aveva manifestamente torto, quella solidarietà sconfinata mi faceva sentire ignobile e reietto, m’imbestialiva, un giorno le ho mollato uno schiaffone che l’ha spostata di un metro. L’ho pagata carissima. Il bruto, lo psicotico, la convocazione d’urgenza in terapia familiare. Seicento euro due sedute.
Un anno dopo ci siamo separati e Lisa ha chiesto di restare con me.
Avrei un articolo da finire per una rivista di recensioni librarie. L’ultima cosa che mi sono tenuto, una volta scrivevo di più. Ma stasera non ho voglia del computer.
«Fanculo, stronzo!»
Mi ci bevo un caffè buono su questa cosa, giù al bar da Gino, l’occasione merita.
Costava mille lire e adesso un euro. Non è mica la stessa cosa, c’è la fregatura.
Ma non solo il caffè, il giornale, anche tutto il resto. Anche la vita.
Con un sorso di brandy e dieci sigarette scrivevi un articolo in tre ore, adesso dieci sigarette ti fanno tossire, e le parole sono strizzate una a una come gocce dal mezzo limone di ieri. Per tua figlia eri un semidio che le costruiva la casetta sull’albero, adesso è già stanca di ascoltarti a mezza frase, e l’altra mezza ti rimane in gola. Sei sempre meno gradevole per gli altri, la tua lingua non è più così sciolta e il tuo aspetto lasciamo perdere, l’autorità che hai è quella che ti sei conquistato, devi amministrare una rendita. Ma la rendita è fissa e il costo della vita aumenta: adesso per dimostrare di non essere handicappato devi gestire un foglio Excel.
Costava mille lire e adesso un euro. È sempre più faticoso stare al mondo.
Non che la cosa abbia perso il suo gusto: la parola, l’opera, la femmina, è ancora per quello che ti piace essere vivo, ma è aumentata la spesa. Ti rendi conto che si possa esserne sazi un giorno, e appendere desideri e promesse come un cappotto logoro, lasciarsi consumare ad occhi chiusi accanto al fuoco, lasciar vivere gli altri. Ma non ancora. Non tocca a te decidere. Finché c’è un cucciolo da allevare, o una donna che ti chiama «amore».
II
La prima volta che mi sono sentito straniero in casa mia avevo nove anni: erano i tempi della banda del rione e delle guerre nei boschi. In casa divenni quasi irreperibile. Entravo e uscivo praticamente non visto, non c’era vento né bufera che potesse tenermi lontano dalle robinie. Tornavo appena in tempo all’ora di cena, per farmi notare col sussidiario in mano da mio padre che rientrava dall’ufficio. Mia madre, dopo avermi accolto con urla da perforare i timpani, all’arrivo del marito si poneva quieta tra me e lui e non faceva parola, come per proteggermi da un’improbabile sfuriata (che infatti non accadde mai, negli anni che vissi con loro). Poi, sicura di avere scongiurato ancora una volta qualsiasi umana violenza o gesto d’amore tra padre e figlio, tornava ad occuparsi della cena e della casa, che governava come una caserma.
Mio padre si toglieva le scarpe e i vestiti buoni, infilava gli abiti da lavoro e scendeva nell’orto a passare in rassegna le sue creature: pomodori steccati da poco, zucchine asfittiche e coste rigogliose. Esplorava in silenzio il suo scampolo d’arcadia, un kosmos in sedicesimo che avrebbe dato da pensare a un pitagorico ma io a quel tempo trovavo ridicolo. A tavola beveva vino rosso, mentre sua moglie domandava distrattamente dell’ufficio senza ascoltare le risposte; dopo cena, lui lasciava che io scegliessi un film western e si addormentava in poltrona alla prima sparatoria. Era una pasta d’uomo, l’ufficio era la sua religione e a questa profondeva tutto il suo spirito: fuori di lì era in stand-by, in cerca solo di un angolo per ricaricare le batterie.
La sua donna lo circondava di una premurosa disistima, insegnando a noi figli una compassione distante per «il povero papà che lavora tanto, è molto stanco, lasciatelo in pace». In compenso raccontava a pranzo e a cena le prodezze dell’unico fratello maschio: dal brio viriloide del balilla ai successi del megadirettore negli anni del boom. A papà andava bene. Quello e tutto il resto: non protestava contro l’ufficio che gli spremeva l’ultima goccia di sangue, né contro la moglie che lo amministrava riconoscendogli la stessa dignità di un soprammobile, né contro la vita che non lo aveva dotato di alcun talento particolare tranne, appunto, quello del silenzio. Così l’avevo sempre visto, da quando gli arrivavo al ginocchio. Quando gli arrivai al mento cominciai a sfidarlo: aggredivo la meschinità dei suoi orizzonti con gli slogan rivoluzionari della mia generazione. La sua mitezza mi urtava, mi esasperava il suo silenzio.
Cominciai a odiare il suo e il mio sangue contadino, accusandolo di rappresentare, con la sua esistenza da mulo, la zavorra ai miei sogni di volo.
Più tardi, divenuto padre a mia volta, avvertii un mutamento nei miei sentimenti. Aveva provato a fare ciò che io stesso ora facevo: contenere l’energia irriflessa dell’infanzia, insegnare al pensiero la dura disciplina del concreto. Erano gli anni Ottanta: la mia generazione orgogliosamente orfana tracimava nell’infantilismo del reduce o nella cattiva coscienza del riadattato, e pensai che se mi era rimasta un minimo di solidità forse la dovevo proprio a lui. Pensai che ero stato ingiusto in passato, ma non cercai nemmeno di dirglielo: credevo che mi odiasse, dopo tutto il disprezzo che gli avevo dimostrato.
Un giorno, venendo a trovarli di sabato, lo vidi col cestino al braccio, che usciva dal cancello in direzione delle robinie. «Vado a funghi» mi disse, e io lo seguii. Restammo sempre in silenzio, e addentrandoci nella ceppaia notammo che le piogge avevano fatto un buon lavoro: mazzetti di chiodini alla base degli alberi e, sparse qua e là nella radura a fianco, lo stelo poderoso e l’ombrello chiazzato delle mazze di tamburo. «Guarda quella!». Scoprendone via via di più grandi e belli, mi divertivo come un bambino a infrattarmi e cogliere: poi li porgevo a lui, che approvava con un cenno del capo, ripuliva dalla terra e riponeva nel cesto. Guardandolo fare quel gesto mi parve d’un tratto di capire ciò che non avevo inteso mai, e cioè la dolcezza e la pazienza infinita di cui era capace, e la predilezione per le cose umili e silenziose, per tutto ciò che nutre senza nulla esigere. Così era lui, l’uomo che avevo disprezzato per anni. E mi vennero le lacrime agli occhi. Camminammo un paio d’ore, avrei voluto che non finisse mai. Era la prima cosa che si faceva insieme, da tempo immemorabile: scoprivo che il suo passo era il mio passo, e il suo silenzio un balsamo. Tornammo a casa e lui camminava al mio fianco: non vedevo il suo volto ma sapevo che era orgoglioso e felice. Quel giorno imparai che non tutti i silenzi sono muti, e che quell’uomo avrebbe potuto insegnarmi l’arte difficile e preziosa dell’ascoltare, ma me ne dimenticai quasi subito. Nei due o tre anni a seguire non aumentai il ritmo delle mie visite: c’era sempre qualcosa di più importante. L’ultimo ottobre da funghi – sarebbe morto il prossimo aprile – mi fece dire da mia madre che le robinie erano piene di chiodini, di venire quel sabato. Gli feci dire da mia madre che avevo da fare. Capii poi che ci era rimasto male, ma che potevo farci? Così è l’anima di noi intellettuali: sanguinante sulle piste dell’immaginario ma svagata, inessenziale nella prosa del mondo.
Ero stato un verme e lo sapevo. Mi rassegnai a praticare una sorta di premurosa lontananza, fino alla notizia della malattia: allora moltiplicai le mie cortesie, giungendo a procurargli medicinali omeopatici rari e costosi, importati appositamente dall’Inghilterra. Credevo che anche lui preferisse così: aveva un complesso d’inferiorità nei miei confronti, non capiva la mia vita e lo mettevo a disagio – così pensavo. Ma una delle ultime volte che venni in visita (era già appeso a un filo, e lo sapeva), dopo un pomeriggio di calcio e di niente al bordo del letto, all’ora di andarmene si tolse dal collo la catenina con la croce d’oro e me la diede, come avrebbe fatto un cavaliere antico; aveva un’espressione commossa e solenne, e mi disse soltanto: « Fai il bravo « come quando ero bambino, e mi dava cento lire di mancia per un intero pomeriggio all’oratorio.
Morì solo, in ospedale. Eravamo stati a trovarlo la sera prima, e tutto era tranquillo. La notte chiamò l’infermiera, disse di avere un gran dolore al ventre: lei gli raccomandò una purga per il giorno dopo. Al mattino andò in bagno per farsi la barba e crollò sul lavabo, col rasoio in mano. Emorragia interna.
Chissà se provò a chiamare qualcuno… Comunque nessuno lo udì.
Mia madre, che avrebbe voluto vegliarlo anche quella notte ne fu sconvolta, ma io risi tra me per l’unica vendetta che papà si era voluto prendere: dopo avergli tappato la bocca per tutta la vita, quella donna petulante non poteva vantarsi di avergli pure chiuso gli occhi, amministrando anche il suo ultimo istante.
Per me era diverso: forse mi avrebbe voluto al suo fianco, ma anche stavolta si compiva la mia maledizione, di arrivare sempre un attimo dopo il passaggio dell’angelo, avvertire solo il frullo delle ali e restare lì col naso all’aria, pieno di rimpianti. L’uomo del giorno dopo.
III
«Mi dici dove sei…come sei vestita?»
Questa domanda infantile e importuna deve averla colta impreparata. Valeria non risponde. Confronta la sfacciataggine con cui quest’uomo prova a frugare nella sua intimità col tono lirico della conversazione dell’altra sera. Poi capisce. Io non la vedo, può raccontarmi qualunque cosa. È un gioco, diverso dalla scultura prudente dell’immagine di sé che si porge in una conversazione, ma non meno intrigante. Qui si tratta di fare il contrario: adagiarsi in una posa qualsiasi, accappatoio e ciabatte forse, ma ampiamente modificabile o inventata di sana pianta. È una nudità che sveli all’altro, ma quella che preferisci, non quella che sei. E lei sta al gioco.
«Ho il cordless, sono in cucina. Con la mano libera sto mescolando lo zucchero nella tisana. È una tisana ai frutti di bosco, di un rosso che è una bellezza. Ho un pigiama di seta, turchese, sono a piedi nudi»
Troppo accurata la pittura perché non ci abbia preso gusto.
«E tu?» aggiunge.
«Tuta da ginnastica. Fra poco mi faccio una doccia e vado a dormire» (stanotte non resto ad aspettare Lisa, per principio), «Parlami del tuo pigiama»
Da ragazzi ci si butta addosso all’altro con una foga di sbranare e farsi sbranare, ma solo un uomo di mezza età può essere veramente spudorato. Proprio perché col tempo hai imparato a proteggerti bene: una disciplina che si finge allertata contro il cattivo gusto, e invece è soprattutto paura di ripiombare nel delirio, quello che ti trasformava in cucciolo implorante e ti consegnava all’altro così nudo, così vulnerabile. Ma adesso, dopo secoli di gelo, il tuo cuore di mezza età scalpita di svelarsi, di nuovo.
«Il mio pigiama» dice Valeria «È fresco sulla pelle nuda».
Ora lei sa che darei i miei molti anni e tutta la mia saggezza per intravedere nel primo bottone slacciato il solco dei seni, e che vorrei strapparmi di dosso ogni maledetto senso di opportunità per precipitarmi sotto casa sua, ma non lo farò. Ha già fatto di me un allupato qualsiasi, a tanto così dalla telesega, è già un grosso risultato, ma non sono ancora pronto per chiedere senza ritegno, boccheggiando come un affamato alla sua mensa, e lei nemmeno è pronta, a riammettere nel suo universo una fragilità che non sia la propria.
«Vengo a togliertelo?»
«Non stasera, però»
Battute reciprocamente attese.
L’incendio è subito sedato, i canadairs possono rientrare alla base. Si ritorna al passo del giorno, l’astratta solitudine del maratoneta.
IV
La chiave gira nella toppa.
Sono le due e mezza più o meno, lo so anche senza guardare la sveglia, perché saranno pochi minuti che mi sono coricato, e sfilandomi l’orologio dal polso ho visto l’ora. Ho tutto tranne che sonno, ma non volevo farmi trovare in piedi da lei. Basta con questo presidio prussiano, con questa vigilanza ansiosa che mi rende ridicolo più che autorevole ai suoi occhi, basta con quelle inchieste azzardate dalla cucina al salotto («Con chi esci stasera?»), che le fanno credere di avere a che fare col siculo da cartolina, che monta la guardia all’imene della primogenita. Stasera ha sfangato, si è presa il tempo che vuole? Non dico una parola, io, da oggi faccio il portiere d’albergo, voglio vedere fin dove arriva. E me ne frego, del suo imene, io al liceo ero quello che diceva alle compagne che la castità è la declinazione corporea dell’avarizia borghese.
L’acqua che scorre, nella doccia.
Dio, come fa a non capire? Io non voglio potere su di lei, o forse si, ma è solo per proteggerla. Da tutta la merda, lo schifo di cui siamo capaci tutti quanti, maschi e non maschi, là fuori. È da un po’ di tempo che mi tormenta il ricordo di tutte le volte in cui ho guardato una donna come un lauto pasto, una grassa gallina da spennare, una stupida qualsiasi da trascinare nei cespugli per vantarsene con gli amici, è stato quando ero molto più giovane, certo, quando il dovere tribale della consistenza virile era più forte della ricerca dell’amore, ma perché una nemesi beffarda (di cui ho constatato più volte l’esistenza) non dovrebbe rivalersi su Lisa, facendole incontrare qualcuno di stupidamente brutale? Non parlo dei suoi amici abituali. Quella è gente che passa il tempo a guardarsi nello specchio degli occhiali altrui. Ma le strade sono piene di piccoli ras e plotoncini mafiosi che la globalizzazione ha dirottato qui direttamente dal XIX secolo, tribù rivali che marcano il territorio con il sangue e lo sperma, piccoli satrapi abituati a trattare le donne di famiglia come capre da mungere, e le straniere come carne da macello. Oddio, rieccomi. Becero, incarognito, un salumiere leghista qualsiasi. Che mi succede?
A piedi nudi, sicuramente sgocciolante nel suo accappatoio azzurro, percorre il corridoio fino alla sua camera, chiude la porta.
Com’erano i suoi passi, frettolosi, come di chi ha qualcosa da nascondere, o lenti, incerti, per una sbornia pesante? Non decifro. Richiamo il ricordo sonoro, tunf, tunf, Sherlock Holmes delle mie palle, cosa vuoi capire…
Ha spento la luce.
La totale oscurità della casa mi riporta l’angoscia di udire il mio solo respiro, a cui l’intero universo si è ridotto, improvvisamente. Un respiro che adesso è sospeso, atterrito dalla propria fragilità animale. Buffo per uno che invecchia ricordare che il corpo è stato un tempo oggetto di voglie altrui, ora che è più un bagaglio pesante da portare: l’ernia alla quarta lombare, il fegato ingrossato, il rantolo del fumatore. Mentre provo a sorvolare la mia debolezza e mi propongo di proteggere quella di lei, mi ritrovo interamente nella spossatezza dei muscoli e rinuncio volentieri all’immortalità dell’anima. In questo momento mi pare solo un’insopportabile insonnia sparata nello sbadiglio della galassia: il corpo che abbiamo, è il corpo che siamo.
2 luglio 2012 alle 10:33
io continuo a leggere ogni lunedì e giovedì e credo che già questo sia un buon segno ovvero un giudizio favorevole
poi, giustoper rispondere a delle domande credo poste dall’autore stesso, effettivamente trovo la “voce off” un po’ troppo presente, così, lo dico come sensazione immediata
i personaggi femminili li trovo tutti credibili, anche la ragazza tossicodipendente a inizio racconto, mi faceva un effetto di già sentito, quello sì, ma non banale e ugualmente credibile come le altre ragazze-donne del racconto
una nota a parte: bello, commovente e riuscito, ritratto di padre
2 luglio 2012 alle 15:11
Vengo dal leggere il capitoletto sul padre del nostro padre (ah! l’orto, i funghi): finalmente lo trovo straordinariamente “legato”, non dissonante… come un velo – forse tra io narrante e autore, ta io sociale e io interiore – che fosse scivolato via; una bella sensazione di coesione della voce, di alleanza tra leggerezza e melanconia… bhe è proprio una bella pagina, complimenti!
2 luglio 2012 alle 15:29
Il velo 2 (là è caduto, qui no). Ecco questo brano: “Da ragazzi ci si butta addosso IMPERSONALE TERZA PERSONA all’altro con una foga di sbranare e farsi sbranare, ma solo un uomo di mezza età può essere veramente spudorato. Proprio perché col tempo hai IMPERSONALE SECONDA PERSONA FINO ALLA FINE DEL BRANO imparato a proteggerti bene: una disciplina che si finge IMPERSONALE TERZA allertata contro il cattivo gusto, e invece è soprattutto paura di ripiombare nel delirio, quello che ti IMPERSONALE SECONDA trasformava in cucciolo implorante e ti consegnava all’altro così nudo, così vulnerabile. Ma adesso, dopo secoli di gelo, il tuo cuore di mezza età scalpita di svelarsi, di nuovo”. Sai valter che questo “tu” semimpersonale toglie un casino di pathos? e anche questo passare dalla terza alla seconda alla terza. Qui ho provato a pensare alla PRIMA PERSONA, mi piaceva un bel poco di più… c’è qualcosa insomma che “non lega” – e vedo anche altrove: la variatio continua, fulminea (forse dopo un po’ ti annoi di una cosa, e via con un’altra) è qualcosa che non sempre ti aiuta… secondo me eh! (sperando di essere utile…)
2 luglio 2012 alle 15:54
Quella seconda persona la uso spesso, in questo tipo di narrazioni e mi viene spontanea. Credo che mi serva per mettere alle corde l’io narrante, per denudarlo suo malgrado cercando la complicità del lettore. Sul risultato, ditemi voi.
2 luglio 2012 alle 16:26
Ottimo.
Accordare. (strumentale)
Io ho notato pure un accordo di tempo.
Il padre che guarda suo padre.
Il padre che guarda il figlio e infine sua figlia.
L’uomo che guarda il tempo, come da altra dimensione.
L’uomo che, in una emersione, continua.
Ammettendo, abbracciando limiti, debolezza, vissuto, meraviglia.
2 luglio 2012 alle 18:31
Provo a dire due cose con un paio di premesse: la storia mi interessa, penso che accadrà qualcosa, ho anche fatto una scommessa sul cosa e quindi attendo con curiosità le prossime puntate. Inoltre il personaggio principale mi pare credibile, irritante a tratti per una certa logorrea autocentrica, ma somigliante a qualcuno che ho conosciuto.
Detto questo, vorrei rispolverare per un istante la critica (pretestuosa) secondo cui l’autore si prende troppo sul serio. La critica nasceva, forse, dall’equivoca confusione tra autore e narratore e forse indicava che la voce narrante è dotata di una certa credibilità, al punto da apparire come una voce vera (per quanto, a giudizio del critico, detestabile). Io credo invece che sia il personaggio a prendersi troppo sul serio e ho l’impressione che ciò accada, per così dire, suo malgrado, cioè che sia un po’ costretto a farlo per un eccesso di carico sulle sue spalle.
Ci pensavo oggi concludendo la lettura di un romanzo (Tiziano Scarpa, Le cose fondamentali) in cui l’io narrante è accompagnato da un tu (il dedicatario delle sue parole) e da un terzo personaggio (narrato) di cui riporta frammenti di conversazione che fungono da controcanto alle parole dell’io: tanto l’io è lirico e “patetico”, quanto il suo aiutante/antagonista è pragmatico e (apparentemente) cinico. Devo dire che ho cominciato ad apprezzare questo romanzo proprio alla comparsa del personaggio in controcanto e mi ha colpito che si chiamasse come l’autore, Tiziano (mentre la voce narrante dell’autore ha il cognome). A quel punto ho smesso di cercare nel racconto l’ipotetica trasposizione dell’esperienza biografica di uno scritto fresco di paternità (lo è? non ne ho idea) e ho letto il testo come un romanzo sul senso del diventare padre.
Scarpa a parte, mi sono chiesta se non fosse troppo per il tuo narratore fare canto e controcanto. Ossia farsi carico sia dell’immedesimazione che dello straniamento.
Provo a chiarire con un esempio tratto da questo capitolo (magari neppure il più calzante, ma sono pigra): nella telefonata si coglie un sottile crescendo di coinvolgimento che trovo troppo rapidamente svilito dall’arrivo dei canadairs. Mi viene da pensare: ma questo ci crede o no a quello che vive? Perché si strania e, sopratutto, per chi si strania?
La seconda osservazione parte proprio da quel “per chi” e riguarda l’interlocutore della voce narrante: non è un soliloquio, questo è evidente (troppe spiegazioni), non c’è un altro personaggio che giustifichi un tu, dunque si rivolge a me che leggo, ai lettori in genere. Allora mi chiedo perché questo personaggio, a cinquant’anni, cerca un pubblico di lettori a cui raccontare la sua vita presente e passata? Quanto è cosciente di farlo?
Perché quel che me lo rende a tratti un po’ antipatico è la sensazione che stia un po’ recitando la narrazione della sua esistenza. Mi pare che faccia la coda come un pavone.
Anche per questo non saprei rispondere alla tua domanda sui personaggi femminili. Non saprei dire se sono credibili perché non li conosco se non nel racconto del personaggio narrante. Il quale dice che ama le donne e certo da donne è contornato, ma non so se poi le capisca davvero, preso com’è a vivisezionare i propri moti.
Naturalmente, che il protagonista possa risultare poco simpatico è un fatto soggettivo e non necessariamente un limite del romanzo, se l’autore ha previsto anche questa possibilità.
Non so se sono riuscita ad esprimere ciò che intendevo, Valter, e, soprattutto, la provvisorietà di queste sottolineature. Attendo volentieri il seguito.
2 luglio 2012 alle 18:51
Bè, intanto grazie, Elena, perchè osservazioni di questo tipo mi costringono a ragionare non solo sul personaggio del romanzo ma anche sulla mia idea di soggettività in generale.
Intanto, quando scrivi: “ma questo ci crede o no a quello che vive?”, direi che cogli proprio la tara dominante di questo signore, da cui le vicende narrate in seguito dovrebbero liberarlo. Il personaggio soffre di una specie di abulia che lo porta a risolvere l’esistenza in immaginazione e teoria, sottraendosi al rischio di un vero impegno emotivo. La cosa dovrebbe emergere in modo particolarmente chiaro nel capitolo che s’intitola “La sindrome di Cyrano”. Perchè ho messo in scena un tipo del genere? Sarebbe troppo facile dire che in parte questo tizio eredita qualcosa che è (o è stato) anche mio. La vera ragione è che io sento questa “tara” come un tratto comune di molti maschi della mia generazione, più o meno brutalmente espropriati di quello che le femministe chiamerebbero il “mito” patriarcale e non ancora pronti a un eros qualitativamente diverso. Tutto questo mentre lo sviluppo abnorme delle tecnologie visuali ha ridotto il sociale allo spettacolo di se stesso e il soggetto a un voyeur (anche di se medesimo: da qui il dialogo anzichè il monologo interiore).
L’operazione che ho tentato è tutt’altro che semplice, e un po’ mi ha irritato che qualcuno si sia fermato alla prosa dei dialoghi: è evidente che in questo romanzo tutto si gioca nella graduale presa di coscienza del narratore. Che poi il tentativo sia riuscito me lo direte, voi che avrete la pazienza di leggerlo fino in fondo.
2 luglio 2012 alle 22:11
@valter
non capisco perchè ti ostini a spiegare sempre tutto. è dall’inizio che indichi la via. proprio non resisti… e lasciare che il tuo romanzo parli un po’ da solo? si, è vero che l’arena chiama, ma si può anche fingere di essere andati via
2 luglio 2012 alle 22:35
Ma, di solito quando uno mi chiede una cosa rispondo.
Comunque domani ci vado sul serio via, e senza ADSL.
Così vi disintossicate dalle mie chiacchiere.
3 luglio 2012 alle 10:21
Comunque affascinante!
STefano
3 luglio 2012 alle 14:44
Oddio, Manu. Non mi pare che Valter s’ostini a spiegare sempre tutto. A me pare più bizzarro – e affascinante insieme – tutto questo discutere teorico attorno a un romanzo in corso di lettura.
3 luglio 2012 alle 19:10
@giulio
gli interventi di valter (che non considero chiacchiere) nella mia testa equivalgono a dire:
occasione d’oro per imparare – da un lato
mòllami – dall’altro
che ci devo fare, sto sempre divisa in due
binaghi saprà ignorare
4 luglio 2012 alle 10:05
Per Giulio.
Al Bar Sport sono tutti CT. In Vibrisse sono tutti teorici del romanzo.
In più, Valter Binaghi è un ottimo ascoltatore.
4 luglio 2012 alle 10:24
Isa, senza personalismo, ma visto quel che succede nel letterativo italiano, compresi i blog, c’è poco da spregiare i frequentatori del Bar Sport.
Binaghi, forse ho capito male l’uso che ne fai, ma la scelta del termine handicappato mi ha molto disturbato.
Larry Massino
4 luglio 2012 alle 10:39
Comunque mettere Chiellini già infortunato e Motta che si sapeva benissimo si sarebbe infortunato, son state scelte da dilettante. Ah, l’avessi fatta io la formazione con la Spagna, si vinceva 4-0. Bella nazionale di tamarri, comunque. Balotelli è mica italiano. E Cassano è omofobo. Buffon uno scommettitore. Pirlo dorme in piedi. Motta, peraltro, sicuramente non è italiano. Di Natale è un terrone. Il cuoco della nazionale cucina da schifo!
Stasera passo al Bar Sport e discuto un po’ di teoria del romanzo.
4 luglio 2012 alle 11:04
@LM
sulla parola handicappato.
è il linguaggio corrente che è disturbante. quante volte senti dire in giro ‘dimentico tutto, avrò l’Alzheimer’ e giù a ridere. una persona che ha in famiglia un disagio simile non ha molto da ridere. tuttavia voglio credere che questo tipo di espressioni siano usate dai più senza intento denigratorio, è pigrizia nell’esprimersi, piattume (o pattume, as you want). credo sia utile farlo notare, comunque.
ecco. per esercitare la mia parte di teorica del romanzo (Isa hai ragione
) direi che la scelta binaghi va nella direzione del colloquiale, del parlato comune, mica poteva dire, in quel contesto ‘adesso per dimostrare di non essere svantaggiato socialmente devi gestire un foglio excel’ … o cose simili. credo.
4 luglio 2012 alle 11:18
Sull’utilizzo della parola ‘handicappato’ avrei una cosa da scrivere, ma me la tengo da dire stasera al bar sport.
4 luglio 2012 alle 11:26
@gmg
in quale bar vai? almeno che si sappia, che ti raggiungiamo
4 luglio 2012 alle 12:32
Si chiama: “Un Posto Pulito e Illuminato Bene* (*Il nome è un richiamo letterario e non rispecchia necessariamente le condizioni elettrico-igieniche del locale)”.
Io son là, chi arriva arriva.