“Pigra giovinezza”, di Valter Binaghi, 4

di

Misteriosi risparmi

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I

«Intanto vedi di non urlarmi nell’orecchio, che ci sento ancora bene. Io ti chiamo per capirci meglio, per essere rassicurata, e mi ritrovo l’isterico che sbraita».
Da quando sta con un avvocato, ha acquistato un suo aplomb. Si è dimenticata delle vagonate d’insulti di cui eravamo capaci ai bei tempi.
«Mi stai dicendo che le hai promesso duemila euro senza neanche chiederle a cosa le servono?»
«Lo vedi che non ascolti? Lei mi ha chiesto se dopo gli esami, alla bisogna, potrei prestarle (“prestarle”, figurati!) duemila euro. Le ho detto che se ci sarà un buon motivo per spenderli, sarà il mio regalo di maturità. Qualcosa le avrei regalato comunque, no?»
Chiamalo regalo. È più del mio stipendio.
«Però adesso ti rode, come mai?»
«Perché… in effetti… non ha voluto ancora dirmi il motivo. Così ho pensato che ne sapessi qualcosa».
Si, lo so che le vuoi bene quanto me. Ma che vuoi farci, sono stronzo, oppure ci tengo a restituirti un po’ dell’angoscia che mi hai fatto bere a sorsate, quando mi hai convinto di averti rovinato la vita. E così, adesso ti becchi anche questa.
«Vuoi un motivo in più per preoccuparti? Lisa ha già un bel gruzzolo da parte, almeno mille euro. Risultato di due premi vinti, uno con la band, l’altro per una sua canzone».
«A me non dice mai niente…»
Adesso un po’ mi dispiace, non è giusto che ti tormenti. È rimasta con me perché non le avrei imposto un estraneo, credo per questo soltanto. O forse le piace il beautiful loser, come una volta a te. È dai tempi del Foscolo che succede: le donne s’innamorano del poeta, ma poi sposano uno che si chiama Odoardo, l’equivalente dell’avvocato.
«Perché tu credi che io ne sappia molto di più? Sai che ti dico? In questo momento te lo lascerei volentieri tutto l’accudimento della prole. Lisa è diventata più spinosa di un riccio».
«Non hai idea di quello che potrebbe volerci fare con tanti soldi?»
«Tremila euro, è molto più di una vacanza con le amiche. Potrebbe essere per l’auto».
«Ma se non si è nemmeno precipitata a fare la patente, come tutte quelle che compiono i 18!»
«La patente si fa in due mesi. Mi ha detto che ci avrebbe pensato dopo la scuola».
«Ma non capisci che proprio questa cosa è sospetta? A quell’età, e soprattutto abitando in quel buco di paese, la macchina è autonomia, libertà di movimenti, scialarla coi coetanei, il mito di qualsiasi adolescente. Se uno ci rinuncia vuol dire che ha in mente qualcosa di più importante».
Ha ragione. Il che collima con l’altra faccenda.
«A te che motivo ha dato per il fatto di lavorare al bar?»
«Le solite cose. Autonomia, non vuole dipendere troppo, comprarsi le sue cose, i suoi jeans».
«Sono tre mesi che non si compra niente. A parte le All Star».
«Quelle gliele ho regalate io».
Lo dico? Tiro su un bel respiro e poi lo dico:
«Marta, forse semplicemente vuole andarsene a vivere per conto suo».
«Ma… e gli studi? L’Università?»
«Forse vuol provare a farcela da sola. In fondo l’ho fatto anch’io ai tempi».
«Un paio d’anni. Poi sei tornato da mammà a finire gli studi col culo parato. Comunque hai ragione, potrebbe essere questo».
«Prima o poi dovrà parlare, giusto?»
«Prima o poi, si. Grazie».
«Di che?»
«In fondo mi hai rassicurato, no?»

II

«Noi siamo nati in un epoca che dire “casino” era una parolaccia, questi neanche se lo sognano!»
Eccolo qua, il commercialista di sinistra, tutto magnifiche sorti e progressive. Solo che per lui significa sostanzialmente preservativi alla fragola, prodotto interno lordo, e la filippina in regola. Il figliolo, che indica con orgoglio, è il ritratto sputato: gel senza strafare, buoni voti a Giurisprudenza, e l’occhietto troppo arzillo di chi vuol darti ad intendere di averla finita per sempre con le pippe. Uno sfigato, direbbe mia figlia. Il fatto che abbia seguito il padre in una riunione come questa non depone a favore. Persino io mi chiedo se era il caso.

In occasione dei cinquanta di Enrica, Giorgio ha organizzato una festa a sorpresa. Ha affittato la saletta al piano superiore della Premiata Pasticceria, e ha telefonato a tutti quelli che sono stati importanti nei primi cinquanta della moglie, anche gente che non sentivano da vent’anni. Per come la vedo io, questa è la classica cosa per farsi del male, ma in effetti Enrica, che era all’oscuro di tutto ed è arrivata in Pasticceria per una merenda domenicale, aveva le lacrime agli occhi dalla gioia.
C’erano compagni e compagne di liceo, molti che non conosco perché legati ai suoi ambienti di lavoro, e un ex fidanzato che adesso è un pezzo grosso delle Poste e pure un omone dalla stazza ragguardevole, ma che l’ha accolta con uno sguardo timido, trepidante. È bella Enrica, stasera, i capelli sciolti di un fulvo brillante, che ondeggiano qua e la per il salone come una bandiera mentre lei abbraccia e saluta, i suoi modi ospitali sono meno della padrona di casa e più della sacerdotessa di un culto bio-psichico, in cui ognuno celebra la propria ostinata sopravvivenza nei ricordi altrui.

Io faccio due o tre assaggi dal buffet, per scoprire che almeno una delle torte salate e i tramezzini con salmone maionese e uova di lompo sono di mio gradimento. Riempio il piattino con quelli e con un bicchiere di Pinot mi siedo a un tavolino defilato, dove mastico il tutto con metodo e lentezza. Ho lasciato per cena a Lisa insalata di riso e macedonia di fragole e spero di non trovare nemmeno una briciola al mio ritorno: mi ha detto qualcosa su una sua amica che non mangia, e prego che non vengano anche a lei strane idee. C’è un altro caso conclamato di anoressia da noi, in Quarta A, la ragazza è finita in ospedale. È quasi un’epidemia ormai, da brividi a pensarci: so che c’è tutta una mitologia pseudo-eroica su questa cosa tra le adolescenti, ma vista da fuori un’anoressica fa tutt’altro effetto. Come se un demone ti succhiasse la vita dal di dentro, anziché il classico vampiro dal di fuori. E quel demone non è altro che la tua volontà suicida di perfezione.

A strapparmi a questi pensieri ci pensa il Bonzini detto «bonzo», che giocava a rugby in serie A, e si rapava a zero già negli anni Settanta. Adesso è lucido come una biglia, ma sempre un simpaticone: «Ue prufesur, come andiamo, ti tira ancora?» Lui non si è mai sposato ma nemmeno scopa, dice, tranne una vedova di Magenta, ma no che non sono fidanzati, ognuno a casa sua. Anima e corpo per lo sport, ha rilevato una piccola società sportiva di provincia, sta appena a galla con gli sponsor ma si diverte un mondo.
«E la Marta dov’è?»
La storia del divorzio l’ho già raccontata tre volte in un quarto d’ora, e starei anche per rassegnarmi a ripeterla (vale la pena, il «bonzo» poi ti regala almeno tre o quattro barzellette formidabili) quando mi accorgo di chi è appena entrata, accolta da Giorgio con un buffo baciamano.

Valeria Guidi, era la ragazza dei miei sogni al liceo, ma lei non l’ha mai saputo.
Si andava alle stesse feste ma non le ho mai chiesto nemmeno di uscire a prendere un gelato, era troppo in alto per me. Non che fosse ricca o strafica o cose del genere, ma sembrava così adulta, così solare e disinvolta rispetto a me, che mi faceva vergognare della mia goffaggine. Io ero uno col ciuffo lungo, che studiava da anarchico e scriveva versi di Rimbaud sui muri del cesso, avevo anche una mia cerchia di simpatizzanti e imitatori, ma quando le arrivavo vicino e lei mi guardava, mi pareva improvvisamente di essere solo un attore di mezza tacca, e di non avere niente sotto le vesti di scena, da offrire veramente. Così mi ritiravo in buon ordine, vedendola uscire con il Marchesi, un giovanotto di buone maniere che ha poi sposato, ma da cui ha divorziato appena due anni dopo, mi dice. Niente figli. È pallida, più di quanto ricordavo, i capelli corti e neri, taglio maschile: parla con una voce arrochita da fumatrice («ex», precisa), ed è splendida, più di sempre. Dopo i convenevoli con gli altri mi ha visto qui in fondo ed è arrivata, esaudendo una preghiera che non osavo nemmeno formulare.
Stiamo in silenzio, col bicchiere vuoto in mano, gli occhi sulla festa senza guardarci, ma come i soli interessati a montare un cortometraggio di tutto questo.
A un certo punto mi esce una cosa dalla bocca, prima che abbia il tempo di pensarla: «Tu lo sapevi?»
«Che eri cotto di me? Chiaro che si».
E finisce il suo vino, senza guardarmi.
Penso che forse questa era davvero la donna della mia vita, e io sono come quel coglione di Perceval, quello che ha lasciato sfilare la processione del Graal senza fare la domanda fatidica, che glielo avrebbe consegnato per sempre.
Dabbenaggine, o delicatezza?
Pigra giovinezza a tutto asservita
Per delicatezza ho perduto la mia vita

Maledetto Rimbaud, e le recite di allora.
Il coraggio di subire un rifiuto, vale più della Dichiarazione d’Indipendenza.

«Ti porto ancora da bere?», chiedo.
«No», dice lei, «sono un po’ stanca, ora vado, ma se vuoi ci rivediamo».
«Domani?»
«Domani sera sono a Magenta, alla Libreria sotto i portici, sai dov’è? C’è una presentazione che m’interessa. Se capiti lì mangiamo un boccone, dopo».

È piovuto fuori. Mentre cammino un’auto mi passa di fianco veloce, e mi schizza una sventagliata d’acqua sui jeans. Gli spaccherei la faccia, ma non stasera. Neanche gli faccio le corna, da lontano.

III

Arrivo alla libreria e sono già tutti seduti, per fortuna c’è un posto libero accanto a Valeria. La cittadina è in piena fregola di libera uscita, segretarie davanti alle vetrine e assicuratori all’aperitivo, e rosiconi appiedati che maledicono la sgommata del SUV, ma i rumori di fuori sono improvvisamente inghiottiti da un silenzio inatteso, appena metti piede in un posto come questo. Un po’ libreria un po’ riserva indiana per lo sparuto popolo dei bibliofili, dove si parla a mezza voce, si aprono brossure, si spia la terza di copertina per sgamare la storia, e decidere quale di esse ha in serbo per te la solitudine perfetta del Lettore Felice. Si capisce ch’è posto di ritrovo più che bottega: un terzo del grande locale è adibito a saletta, con un tavolo per i relatori e una trentina di seggiole, oggi quasi tutte occupate. I quadri alle pareti, tutti della stessa mano: squarci di un mondo verde e turchese, dove si muovono figure sottili e senza volto, di un elfico candore.
«Bevendo il tè con i morti», è il libro presentato.
Al tavolo ci sono tre poeti: due uomini e una donna.
Uno ha capelli lunghi e barba bianca, parla lentamente, con un accento napoletano. Parla della voce poetica di Livia, l’autrice, perché è di questo che si tratta, dice, quando si tratta di poesia, non un volume nè un testo, ma una voce, la sapienza infinita di molte vite che per l’istante della parola si affaccia nell’aperto, come l’anima dal corpo, per tornare subito laggiù, in quel silenzio dove tutto resta nascosto e germinale. Poi legge:

Le ali del sorriso
audaci
si spiegano
da una riva all’altra
dei nomi:
nome la morte
nome la vita,
magia povera
dei sipari

L’altro presentatore è più giovane, calvo, con due occhi grandissimi da bambino. Con una semplicità totalmente priva di affettazione, racconta come Livia abbia vissuto molti anni in Oriente, e come in quei luoghi i morti non siano come per noi paragrafi archiviati di una biografia interminata, ma presenze sollecite e silenziose, echeggianti nelle antiche dimore e nel sonno dei vivi, che si mischiano al popolo fittizio del mondo imaginale.

Come un aquilone
sopra il deserto
seguono i morti
il loro antico respiro
e raggiunta la vasta
pace dell’aperto
sparita la pista
reciso il filo

È Livia che legge adesso, un donnino dal corpo esile come un uccello, i capelli corti e grigi, ma due occhi vivacissimi, sfolgoranti. Anche la voce è sottile, ma ferma. Scommetteresti che ha molto camminato, sfiorando appena la superficie del pianeta, uno scricciolo sulla neve. Il suo dire dei morti, è tutt’altro che lugubre: più la resa quieta ad un coro sommesso che ci avvolge.

Verso sera
I morti siedono sui fili della luce
Come gocce di pioggia
Che è già caduta

Valeria è rimasta quasi sempre in silenzio, a cena, perché c’ero io a farla ridere con le mie storie di scuola, Baldrati che coltivava marjuana nel parco (nessuno se n’è accorto e ci hanno fumato cani e porci per un triennio), Rodolfi che si è fatto la prof di ginnastica in gita e se l’è pure sposata. Valeria ha insegnato solo qualche anno, ma di scuola si è occupata anche dopo. Ha lavorato in una casa editrice e da vent’anni segue il settore dei libri scolastici. Anche lei ha il suo gossip. Pare che arrivino cose scritte veramente coi piedi, anche da professori di Lettere, che vengono rimesse in sesto dalla redazione. Lei stessa ha riscritto un libro di Storia per le superiori, da cima a fondo. Adesso, però, è in aspettativa.
«Come mai?» chiedo io.
Abbozza un sorriso indecifrabile. Non dice niente.
Non ne vuole parlare e non insisto.

Dopo, camminiamo a piedi fino a casa sua, che è lì vicino.
«Sono stata bene, questa sera».
«Sono io che ti ringrazio, per la poesia e…»
E tutto il resto, dovrei dire, ma invece mi avvicino per baciarla sulla guancia.
Mi offre la bocca.
Restiamo lì, abbracciati davanti al suo portoncino, non mi invita a salire.
«Sono stanca» dice con una voce incrinata, ma lo sguardo è luminoso, nel buio. «Io… mi stanco facilmente, negli ultimi tempi».
«Non stai bene?»
«In questo momento sto benissimo», dice e mi dà un ultimo rapido bacio.
«Sai» dico io, mentre lei è già sulla soglia: «Se tu m’invitassi a cena, non dovresti nemmeno uscire di casa. E neanche cucinare, se non ti va: sono bravissimo».
«Cucinare per un uomo mi piace, e non lo faccio da troppo tempo. Giovedì prossimo?»

Torno alla macchina. Nemmeno le undici. Mi è venuta un’idea malsana: se Lisa se ne accorge mi spara a vista, ma ci vado lo stesso, in quel pub dove canta.
Non mi vedrà nemmeno, ma una spiata gliela faccio, sono troppo curioso. E felice.
Per come sto adesso, la compagnia giusta è quella di una masnada di teen agers.

IV

Una gatta, una pantera, un serpente. Inguainata in quel nero, e quattro o cinque maschi davanti al palco a bocca aperta, che le si spalmerebbero addosso come sanguisughe. Ci ho messo cinque minuti buoni a riprendermi: quella era Lisa, la mia bambina. Poi sono uscito, prima che qualcuno della sua tribù mi riconoscesse, e lei a casa andasse su tutte le furie. Come se allo scoccar dei diciotto un padre dovesse farsi ibernare, dimenticarsi di chi ha coccolato e protetto fino a ieri. L’idea di come sa muoversi, della malizia e del controllo che ci mette e dei desideri che può suscitare, mi fa venire l’angoscia, ma è normale, uno mica deve dar retta allo stomaco. Lisa è una donna, mettiamoci il cuore in pace.
Canta bene, però. E quel pezzo, alla fine, un revival degli anni Sessanta in versione hard, chitarre distorte, batteria martellante.

Poi una notte di settembre mi svegliai
Il vento sulla pelle
Sul mio corpo il chiarore delle stelle
Chissà dov’era casa mia
E quel bambino che giocava in un cortile io,
vagabondo che son io
vagabondo che non sono altro
soldi in tasca non ne ho
ma lassù mi è rimasto Dio

Chiudi gli occhi, vecchio caprone, e sembra ieri quando incarnavi lo slancio eroico di Capitan Blood, nella nuova cornice rockenrolla dei primi anni Settanta.
Siediti sul sagrato deserto della chiesetta fuori mano, e fumati l’ultima sigaretta in santa pace: vedrai che l’istante che sembrava morto è solo rimasto lì, in attesa di un ghiribizzo del cuore, che lo faccia riaccadere di nuovo, per sempre.

Ue Gio’
Ciao Va’, ciao Gia’.
Mentre ti accomodi con gli altri due sulla panchina ti chiedi perché della valanga di pensieri che vi portate dentro restano giusto questi sassi in bocca, bisillabi appena in cui stanno tutte le vostre cerimonie. Te lo chiedi ora che sei grande, e la domanda c’era anche allora, ma non con queste parole.
La pineta dietro le spalle alitava freddo, e voi tiravate su il bavero mentre le ultime babysitter se ne tornavano coi mocciosi a casa, qualcuna lanciando uno sguardo furtivo alla panchina – era lì il bello: il giorno dopo lo sguardo poteva durare qualche secondo in più, allora era fatta, le avresti portato un ghiacciolo così, a metà pomeriggio, senza dire niente, e lei ti avrebbe lasciato sedere accanto. Allora avresti dovuto sfoderare qualcosa in più che bisillabi, ma c’erano i gruppi musicali, poi le macchiette di scuola.
Adesso però le ragazze se ne andavano, e a voi restava il momento migliore, il parco deserto per farvi una canna in santa pace, e progettare la serata.
Il custode passava sul vialetto per controllare lampioni e scivoli in fondo al parco, c’era una mezz’ora buona prima che chiudesse, Gio’ accendeva il cannone e passava. Il fumo vi faceva ancora più silenziosi per un momento, raccolti nei giubbotti, il capo chino, affamati e lugubri, come corvi sul filo. Poi qualcuno si stropicciava le braccia, e sparava la prima battuta.
«Ue Gio’, mi gratti i coglioni?»
Due o tre minuti di sfottò, e poi vi scompisciavate per la minima stronzata.
Ridevi fino alle lacrime, fino a non avere più fiato, poi ti pulivi la faccia nella manica e guardavi alle luci, lontane, giù dagli alberi della collina.
La città sotto di voi rinfoderava gli artigli e offriva le poppe a chiunque avesse avuto almeno un deca in tasca e la volontà di farlo fruttare in due o tre ore di sana goduria. E dietro la città c’era il mondo che avreste conquistato.
Prima però c’era la cena in famiglia, dove il genitore cattolico di Giacomo (a casa sua si parlava, qualche volta) avrebbe provato come ogni sera a sputare su tutto quello che a lui piaceva, restituendogli la caricatura di un essere invertebrato e moralmente insulso, al posto del gentiluomo d’avventura che sapeva di essere. Da te, invece andava un altro film: silenzio stanco del padre, profilo sdegnato della madre atteggiata a Cassandra – che brutta fine farai. Ma il saggio che diventavi, imparava a ingoiare. Un’ora soltanto, e poi saresti stato di nuovo fuori.
Uscivate dal cancello abbracciati, cantando a squarciagola l’inno del momento:
«We are the Sultans. We are the Sultans of swing da da da da dara…»
E Giacomo mimava la schitarrata di Knopfler, con una mano sulla pancia e l’altra in aria. Prima di salutarvi. «Ciao Gio’, ciao Va’»
«Ue Gia’».

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57 Risposte a ““Pigra giovinezza”, di Valter Binaghi, 4”

  1. Carlo Capone Dice:

    Bello il flash di Gia’, Gio’ e Va’, m’ha preso.
    La città che offre le poppe e rinfodera gli artigli per un deca mi lascia invece perplesso. Specie dopo l’efficacia e l’immediatezza di “Ue Gio’, mi gratti i coglioni?”

    Questa qui di “Verso sera I morti siedono sui fili della luce” è davvero molto bella. Non so cosa e chi mi ricorda.
    Mi sembra buono sto romanzo, take off andato a buon fine.

  2. vbinaghi Dice:

    Grazie Carlo. Colgo l’occasone per precisare che le poesie sono di Livia Candiani, tratte dalla raccolta “Bevendo il té con i morti” (Viennepierre Editore)

  3. Greco Sabrina Dice:

    “la sapienza infinita di molte vite che per l’istante della parola si affaccia nell’aperto, come l’anima dal corpo, per tornare subito laggiù, in quel silenzio dove tutto resta nascosto e germinale.”
    Bello, Va’!

  4. Greco Sabrina Dice:

    (Giulio, volevo dirti una cosa. Mi piace il personaggio che da qualche giorno compare in questo spazio con il cappello da pirata. Sembra che ad un certo punto, dopo aver bevuto, possa mangiare pure il bicchiere…)

  5. davide Dice:

    cit. da sopra….:

    “”"”Prima però c’era la cena in famiglia, dove il genitore cattolico di Giacomo (a casa sua si parlava, qualche volta) avrebbe provato come ogni sera a sputare su tutto quello che a lui piaceva, restituendogli la caricatura di un essere invertebrato e moralmente insulso, al posto del gentiluomo d’avventura che sapeva di essere”"”

    questo “passo ” è proprio out,è davvero facile scrivere così eh

    è un discorso già sentito 46 mila volte,in ogni paese,in ogni provincia

    com’era il famoso motto?

    “show,-don’t tell !!!”….

  6. davide Dice:

    “”"”E Giacomo mimava la schitarrata di Knopfler, con una mano sulla pancia e l’altra in aria. Prima di salutarvi. «Ciao Gio’, ciao Va’»
    «Ue Gia’».”"”

    qui poi si passa davvero al “bozzetto”

    Per non dire delle ultime parole quasi gergali e “rumorose”,altro che “voce”o “musica”!

  7. vbinaghi Dice:

    Hai dimenticato
    “Ridevi fino alle lacrime”
    E’ un’espressione abusata, la si può sentire in ogni salotto, in ogni bar, in ogni luogo d’incontro dove stazionano due o più italiani/e.
    Perchè la gente ride, piange, mangia, beve, fa la cacca.
    Cose normali.
    Vita.
    Se t’interessa il bizarre o il burlesque, però, in Rete ce n’è d’avanzo. Vita anche quella.

  8. davide Dice:

    1+1 non fa 2 in letteratura,quindi non è che citando frasi da “baci perugina ” come :

    ” Perchè la gente ride, piange, mangia, beve, etc etc ” ,ecco con frasi del genere non è che si ottiene qualche risultato

    quello dei pezzi sopra non è suono,è rumore

    non è facendo calchi che si scopre chissà che semmai si scopre ..l’acqua calda ,e qua sopra ce n’è parecchia :)

  9. Greco Sabrina Dice:

    Davide, ne mandi un po’ a noi. Forse potremmo farne un uso buono, normale.
    Mi incuriosisce sapere a quale risultato aspira lei.
    Comunque, per sua informazione, il rumore (quando non è “rumore di niente”) fa parte della colonna sonora.

  10. Greco Sabrina Dice:

    Un’altra cosa che – ahime! – non è presa molto bene (e potrebbe essere fonte di piccoli imprevisti problemi) da chi non mi conosce e da chi con troppa leggerezza e presunzione pensava o pensa di conoscermi.
    Io non ho paura di (quasi) niente, non mi interessano le cose che solitamente muovono invece le azioni, non sono comprabile in nessun senso né ricattabile o facilmente intimoribile, non credo agli ufo alla magia o alle sedute spiritiche, né al “diavolo” nella stupida banale accezione comune, e la sua acqua calda (amo l’acqua, l’origine) potrebbe essermi utile per un bel bagno profumato leggermente di viole quando sento il freddo di uno schifo che non mi appartiene.
    Continuo ad aiutarla, ma solo perché spero non crescano alberi inutili, come canta Bertoli, e auspico commenti rispettosi, dignitosi e giustamente critici, non scaramucce che hanno il solo intento di sminuire, oscurare, banalizzare.
    E quando applaudo, io che ho letto Gogol a quattordici anni, è perchè trovo del senso che condivido, non ho la lacrimuccia facile e il cuore harmony. Ci siamo capiti?
    Detto tra noi, quando entra nel merito cerchi di capire prima con chi ha a che fare.

  11. vbinaghi Dice:

    Davide, cerco faticosamente di capire a quale risultato aspirino i suoi interventi tra questi presumibili:
    1) Dimostrare a me che scrivo male, sciatto, prevedibile.
    2) Dimostrare ad altri che io scrivo male, sciatto, prevedibile, lasciando intendere che qui il vero genio è lei
    3) Sfogare in modo petulante e vacuo la propria irresistibile volontà di esserci e farsi sentire.

    Sento l’obbligo di precisarle quanto segue:

    1) Non ci riuscirà. Ho un ego ipertrofico, anche peggio del suo. Pensi che sono contento di quasi ogni riga che ho pubblicato, compreso ciò che è postato su Internet di mio
    2) Non è questo il modo. Le sue critiche sono a metà tra lo scolastico e il pretestuoso. Cita righe neanche fosse D’Orrico sul rotocalco del Corrierone, e nemmeno capisce perchè con lui funziona e con lei no.
    3) Ecco, questo è più alla sua portata. Però è una brutta parte, Davide. Si chiama essere un troll. Non è il primo, non sarà l’ultimo, ma poi uno cresce e si rimette a posto i nervi e se ne pente.

  12. vbinaghi Dice:

    Quanto alle criticità del romanzo, ce ne sono eccome, ma ad altri livelli. Qualcuno potrebbe vedere un’eccessiva presenza della voce off rispetto alla visibilità di cose e persone.
    Qualcun altro potrebbe dire che fin qui è pittura d’ambiente (anche psicologico) ma non è ancora successo un cazzo.
    Infine, questo è scopertamente il romanzo di un uomo che ama le donne e ne parla, le descrive. A me personalmente interesserebbe molto un giudizio delle lettrici donne sulla credibilità e perspicuità di questi personaggi femminili.

  13. davide Dice:

    bonne soir binaghi,

    incidentalmente ho aperto il pc pochi min fa

    per punti:

    -i troll sono anonimi:io non sono un troll,ho nome e cognome che l’admin di questo forum ,diciamo così,conosce .

    -peraltro i troll,storicamente non abbondano nel rilasciare troppe spiegazioni:)io invece credo proprio di aver spiegato un bel pò del perchè i passi riportati sopra e in altri thread li trovo poco interessanti davvero

    -di scolastico guardi nelle critiche finora scritte c’è poco davvero,”scolastico”è ben altra cosa:)di rilievi ne sono stati fatti e pure a iosa:)anche in questo thread,per non dire negli altri 2-3!!!

    -provare a spostare sempre l’attenzione su altro(d’orrico,o similia,o chiedersi retoricamente del perchè i testi sopra proprio non mi piacciono,quando è gia stato spiegato 10 volte)è il classico modo per non vedere che non solo al mondo quel che uno scrive può anche non piacere a tutti (in alcuni casi,può anche non piacere a molti!)ma anche per non accorgersi che la letteratura NON è un arte democratica

    -in tantissimi hobbies o arti varie c’è l’onere della prova “pubblica”,voluta o meno,ne sanno qualcosa i tanti scrittori noti e piu,che si vedono stroncare ,spesso,i loro libri in recensioni varie,piu o meno strutturate, sul web-però mi risulta che pochissimi di loro si lamentino,si sa,inconvenienti del mondo internautico o della quasi-democrazia diretta che alcuni vedono sul web

    chieda a Baricco,alla Tamaro,alla Gazzola,etc etc insomma costoro credo ci abbian fatto il callo:)

    -per la legge italiana,NON si deva arrivare agli improperi,ovviamente:ma per tutto il resto c’è quel che si chiama “possibIlità di manifestare il proprio pensiero”,un vero cardine del diritto

    -cosa che si scontra con l’ovvia volontà di quasi tutti di non subire MAI critiche,ma si sa,è fattualmente impossibile,anche e sopratutto nelle attività artistico-culturali

    lei scrive:

    “”Pensi che sono contento di quasi ogni riga che ho pubblicato”"”

    bene,seguo ogni da un pò questo forum o blog che dir si voglia,ma non avevo mai incontrato pezzi noiosi e naif come i suoi,mi creda!anche fra le altre cose gia pubblicate di altri,decisamente piu interessanti

    lei sopra poi usa pure il termine”"”perspicuità”"”:guardi ne facevamo a meno volentieri,:)

    Buonanotte.

  14. Isa Dice:

    A valter Binaghi, con stima e simpatia.
    Mentre leggo o rileggo le parti di Pigra giovinezza fin qui pubblicate, provo godimento puro per l’inelligenza e la vivacità espressiva.
    Quando ho finito di leggere, provo fastitdio perchè alcuni personaggi (Maura, Valeria Guidi) e alcune delle situazioni (il papà che va ai giardini dove si spaccia, la festa dei cinquant’anni in cui si incontra la vecchia fiamma) sono degli stereotipi tondi tondi, senza nenche una virgola che li sfuochi un pochino.
    Mi vengono in mente i film di Carlo Verdone: sono sicuramente belli, ma fastidiosi per l’insistenza di personaggi blindati.

    Detto questo, come giustamente da lei in passato precisato:
    1. il romanzo è stato pubblicato in parte, occorre vedere come procede;
    2. ognuno sceglie il romanzo che vuole scrivere e il suo, fino ad adesso, tiene, funziona.

  15. Greco Sabrina Dice:

    Forse è proprio questo il punto, Valter. Tu sei un uomo, che ama le donne. Non tutti ci riescono, anche se è così naturale…
    Tu poi sei pure un uomo che ama le donne e scrive di loro con serietà, eleganza, sentimento, vero interesse, curiosità.
    Non hai scelto una “indagine” facile…
    Io credo che il tuo romanzo abbia la semplicità del quotidiano, di un reale di cui nessuno ha poi veramente voglia di parlare.
    Inoltre non deve essere semplice non cadere in certe “trappole”.

    Rendiamo grazie alla legge italiana, visto che non possiamo fare affidamento sul buon senso.

    Come disse Tiziano Scarpa anni fa, bisognerebbe avere il coraggio del proprio nome e cognome. Lei, Davide, ha dovuto (legge italiana?) identificarsi per poter commentare in questo spazio, in cui comunque conserva l’anonimato.

    Se trovassi veramente noioso stile e contenuto, dopo aver rispettosamente espresso la mia sincera opinione mi disinteresserei e mi occuperei di altro. Ma dico di me.

    Io aspetto il nuovo capitolo, Valter.
    Ciao, di perspicuo orwelliano affetto, e non solo.

  16. Greco Sabrina Dice:

    Ti racconto un bell’episodio di “paternità”, Valter.
    Ieri ho chiesto ad un collega se la gravidanza della moglie procedeva nel miglior modo possibile, e se il bambino stava bene.
    “Devi vedere come scalcia…!”, ha immediatamente risposto rapito ed entusiasta.
    Ho pensato alla partita di questa sera e gli ho sorriso.

  17. enrico Dice:

    Ecco sì, Valter, la voce che usi, il tuo prof, è un “cazzeggiatore spirituale” (uno che gli piace mischiare l’alto e il basso, “scopare”, “stronzo” e momenti più densi o più lirici – come mi pare sia facile rilevare)… se gli chiedi di raccontarti come è andata a lezione, oggi, finisce che ti racconta il suo primo bacio, e la volta che in ascensore con quella rossa, mentre gli rullava nella testa “I wish where here”… sai ho una curiosità: hai lavorato con una scaletta, o ti sei fatto condurre dall’io narrante, dove e come voleva?

  18. vbinaghi Dice:

    Allora, Isa ha ragione nel senso di situazioni stereotipe che io ho cercato per attraversarle con uno sguardo autoironico (Verdone non è tra i miei preferiti, ma ammetto che ho cercato la “commedia”, e la commedia è fatta di stereotipi).
    La scommessa era dare vivacità spirituale puntando soprattutto alla autenticità dell’io narrante, che per la prima volta in un mio romanzo precede come scelta di “tono” la ricerca degli argomenti. E’ come se, utilizzando lo schema della retorica classica, la scelta dell’actio e dell’elocutio precedesse quella dell’inventio e della dispositio. E’ un blues, come diceva qualcuno, che via via trova i suoi pretesti per cantarsi.
    Per rispondere a Enrico la scaletta c’è sempre, anche se in questo romanzo è stata modificata in itinere almeno tre volte.

  19. LM Dice:

    Trovo pur io abbastanza petulante il modo di porsi di Davide, ma non perché non mette il cognome. D’altra parte, Binaghi, se scrivi di adolescenti non è che te la puoi pigliare con la furia iconoclasta dei ragazzi. Che c’entrano i troll? Che si torna ai seminatori d’odio?

    Se mi posso permettere di scherzare, ti avrebbero contestato di meno se tu l’avessi fatta narrare alla figlia, questa vicenda romanzesca, riservandoti il ruolo di personaggio minore (così fanno spesso i grandi attori, che scelgono di fare il becchino piuttosto che Amleto); in quel caso, del resto, avresti potuto firmarti Laro Ammanni Cato (due cognomi si nota di più), per inserirti più facilmente nel mercato degli adolescenti (ché quando vendi, ti criticano tutti lo stesso, ma almeno guadagni…).

    Larry Massino

  20. vbinaghi Dice:

    @LM
    La furia iconoclasta dei ragazzi o le ambizioni accademiche o letterarie frustrate di non-più-ragazzi? Nel caso specifico propenderei per la seconda, che scatena trollaggi da quando esiste il Net.
    Quella che tu descrivi (“far narrare dalla figlia”) è un’operazione mimetica che forse (con tanto di firma pseudonima) avrebbe reso più appetibile il romanzo a chi è alla forsennata ricerca di “giovani scrittori” o “esordienti”. All’inizio ci ho anche pensato. A me però interessava la voce di un padre cinquantenne e quella ho cercato, una volta resomi conto che questo era il libro che volevo veramente scrivere.

  21. Greco Sabrina Dice:

    Enrico, se c’è un “alto”, esiste un “basso”. Prospettive, non livelli. E’ la sostanza di cui è fatto l’alto o il basso che è importante, il senso, che cosa si guarda da quei punti di vista, perchè si sceglie quella prospettiva. Una specie di regia della narrazione.
    Dal basso puoi guardare ed esclamare la meraviglia del cielo, dall’alto puoi non vedere più niente.

    O no?

    Larry, parlavo dell’assumersi la responsabilità di quanto si afferma. In un certo senso di paternità.
    Ha ragione Valter, egli conosce e riconosce bene i ragazzi. E i ragazzi sono facilmente riconoscibili e difficilmente “imitabili”.

  22. gian marco griffi Dice:

    Un momento, io ho ambizioni letterarie frustratissime e sono un non-più-ragazzo, ho il colesterolo un po’ alto e la pressione bassa, ma NON trolleggio. Quindi i trolleggiamenti dei troll debbono per forza essere attribuibili ad altre cause, quali acidità zitellesca, astinenza sessuale forzata, incapacità analitica, incrostazioni narrative proto angloamericanoidi, ecc.
    Per il resto, i miei gusti letterari sono agli antipodi del “tono medio”, ma i libri scritti male sono ben altri (secondo me).

  23. davide Dice:

    io non ho particolari ambizioni letterarie non ho pressione bassa,non sono 40 enne,non ho colesterolo alto etc etc ma a me sti pezzi sopra proprio non piacciono(ripeto:li trovo proprio passati,desueti,noiosi,etc etc) e penso di averlo motivato molto bene,:)

    chi parla di angloamericanoidi manco non ha visto che è stato fatto notare come ci siano almeno dieci titoli citati di libri italiani ,anche recenti (dico italiani)decisamente piu compositi e complessi e cmq di respiro piu ampio di quanto sopra,etc etc

    se poi qualcuno ama la letteratura tipo “à la Transeuropa” anni 90 beh contento lui,quello stesso editore come nome in seguito ha rifondato il catalogo e in tempi recenti è passato a una letteratura molto diversa:)per cui….:)

  24. gian marco griffi Dice:

    Davide, che a lei il romanzo di Binaghi non piaccia l’hanno capito anche i sassi, e sta cosa a me frega meno di zero.
    Lei mi annoia a morte.

  25. davide Dice:

    problema suo mister:),pensi a me invece quanto annoia decine di dibattiti anche interessanti sulla letteratura italiana per poi leggere cose davvero già “sentite”,madò!:)

    caro griffi,sarei davvero curioso di sentire quali altri libri le piacciano,inizio ad esser davvero curioso:)della cosa

  26. gian marco griffi Dice:

    Ma che gliene frega dei libri che piacciono a me.

  27. enrico Dice:

    Gentilissima Sabrina. Me ne guardavo bene, di fare un discorso sull’”alto” e sul “basso” in senso filosofico o generale, e tantomeno estetico o etico. Per me, “basso” o “alto” sono precisamente due “fenomeni” lessical-linguistici che ritrovo nel materiale narrativo proprio del romanzo che leggiamo insieme – e certo questa partizione è discutibile (sono “bassi” il termine “stronzo” o il termine “scopare”? Se esco fuori dalla metafora da lei imbastita, sarei incline a dire che se uno scrive: fottere, stronzo, scopare… poi ha più… facilità di accedere al livello del “sublime”? Al, come dice lei, “cielo”?).
    Nel romanzo di Valter, parlerei più volentierie di “strutturazione di una voce” e “composizione di una musica vocale” (il blues) più che di una regia della narrazione (che sin qui mi pare secondaria). In sostanza, leggo il romanzo di valter (magari a balzelloni) e continua a interessarmi meno cosa succede, e di più la figura di questo prof: il modo in cui parla, il modo in cui pensa, in cui agisce anche, il suo mondo interiore (e su questo piano altri lettori potrebbero essere più acuti e intelligenti)… ma il modo in cui parla è proprio interessante. Quando cerco i suoi modi di interloquire, faccio una sorta di epoché; di sospensione del giudizio. Cioè mi astengo dalla dimensione del “mi piace/non mi piace” (siamo ancora capaci di far questo? E in qualche modo non “dobbiamo” farlo per aprire i canali della comprensione?). E infatti “alto” e “basso” (se ci siamo capiti) non hanno dimensione valoriale, ma descrittiva. Riprovo. Valter scrive: “Due o tre minuti di sfottò, e poi vi scompisciavate per la minima stronzata.
    Ridevi fino alle lacrime, fino a non avere più fiato, poi ti pulivi la faccia nella manica e guardavi alle luci, lontane, giù dagli alberi della collina”.
    Il basso, il parlato gergale del primo paragrafo (dove se si vuole essere pignoli forse si contrappongono il lievemente agé “sfottò” allo “scompisciarvi” e alle “stronzate”), con i il suo ritmo digrignante, a cui si contrappone, nel passaggio al paragrafo successivo, un brano dove riecheggia la storia lunga della lirica italiana (osserva solo quell’incindentale di forte espressività poetica “, lontane,”). Il tono si smorza e si fa lirico (si spengono le luci – prima c’era il neon). Quasi senza soluzione di continuità. Un’anima divisa in due. Non ti pare?. Questione di viso e di maschera? Siamo comunque obbligati a riferirre questi sbalzi non all’autore e alla sua “regia” ma alla voce narrante (perdona la verbosità)

  28. davide Dice:

    vabbè caro griffi,vedo che continua nel tono”irato”:)mi spiace proprio,la sento sempre così caustico,si tranquillizzi,non è una guerra:)le chiedevo che libri apprezzava per capire cosa ha letto lei PRIMA di certi pezzi qua sopra,per dire,se mi dicesse che apprezza che so..i libri della Tamaro,ecco,a quel punto mi si schiarirebbero un sacco di cose:)

    x enrico:di blues qua sopra proprio non sento molto

    ..semmai sento una musichetta tipo…carillon:)

  29. manu Dice:

    @valter
    aspetto la zampata. quello che fa dire che questo lungo racconto blues è di valter binaghi, che nessuno è stato lui prima di lui. fin qui lo trovo un compito ben eseguito, molto ben eseguito. ma non c’è la zampata. arriverà?

    le donne. non vanto chissà quanti titoli di romanzi letti come possono dichiarare in molti, e poi ho una pessima memoria, leggo e dimentico pure, mi restano solo sensazioni. ma l’ammirazione smisurata che ho provato per flaubert permane chiara e forte, per come ha saputo indagare l’animo femminile. inutile dire a cosa mi riferisco. ecco. quello, per me, è il livello da superare per parlare di credibilità di personaggi femminili. sorry.

    n.b.
    ‘a me personalmente interesserebbe molto un giudizio sulle lettrici donne…’ esistono anche lettrici uomini?

    -smile-

  30. enrico Dice:

    così cerco di dirti una cosa, davide, confidando nel tuo ascolto: la tua lettura critica, cioè la tua stroncatura, è – pur rispettabilissima – piccola piccola – nel momento in cui l’hai formulata, e mi sa che l’hai fatto subito subito, dopo aver letto le prime righe della “Pigra”, basta, il tuo percorso di lettore è – per così dire – finito, chiuso. Esso si è chiuso (lo senti? ne sei consapevole?). Quindi, scusa la metafora: ma le tue parole sono – anch’esse – chiuse, finite, e infinitamente ritornano su se stesse. Ok. Ti dà piacere. Cioè: che piacere ti dà? Forse davvero la “voce” del prof ha qualcosa a che vedere con quella letteratura che “sdogana” tra gli 80 e i 90 il linguaggio “comune”, “tribale” dell’Italia delle piazze, dei bar, delle scuole, delle strade, della quotidianità “bruta” non idealizzata (sotto per esempio il magistero di Tondelli, ecco, il famoso “teorema Transeuropa”)). Bene. Questa cosa non ti piace. Benissimo. Ma tu davide hai posto questo elemento critico come il coperchio su una bara, apprestata ben presto: e questa bara contiene la fine (la morte) della tua lettura. Così, in termine, quella metafora del carillon (strumentino che suona indefinitamente la stessa musica) è precisamente una eccellente metafora della tua medesima lettura (una allegrissima, direi freudianamente, proiezione). In fede. Enrico E

  31. manu Dice:

    ho sbagliato la citazione: ‘delle lettrici donne’ NON ‘sulle lettrici donne’ (mi scuso)

  32. davide Dice:

    no enrico, perchè se guardi in altri thread,non mi son fermato ai pezzi uno e due,anzi;..

    per non dire di qui,dove ho letto,tra l’altro,anche un “periodo” come questo:

    “”"Eccolo qua, il commercialista di sinistra, tutto magnifiche sorti e progressive. Solo che per lui significa sostanzialmente preservativi alla fragola, prodotto interno lordo, e la filippina in regola. Il figliolo, che indica con orgoglio, è il ritratto sputato: gel senza strafare, buoni voti a Giurisprudenza, e l’occhietto troppo arzillo “”"”

    non so,a te pare “funzioni”?

    han cassato,in molti, libri più o meno noti (come”Acciaio” della Avallone)proprio per un eccesso di “luoghi comuni”,qui non ne siam lontanissimi,eh

    le frasi usurate e le figure-bozzetto in letteratura van usate davvero con ultracautela

    “flippina in regola” “p.i.l”,”gel senza strafare” “occhietto troppo arzillo”..aiuto mi sembra di esser finito in una canzone degli 883 !!!:)

    meno male che pezzali & repetto NON volevan far letteratura:)

  33. vbinaghi Dice:

    Davide, uno a cui interessa leggere ed eventualmente criticare, in presenza di un romanzo a puntate che non gli piace, dice la sua nella prima puntata e poi se ne va perchè ha di meglio da fare e da leggere. Evidentemente non è il suo caso, che si spiega molto meglio alla voce “troll”. Questo è il motivo per cui non le risponderò più, da adesso in poi.

  34. davide Dice:

    poco male, prendo atto cmq che non ci son state risposte nel merito di quanto sopra.

    Vedo che è più facile tirare in ballo lo stanchissimo concetto di”troll”

    (niente di più sbagliato, come si vede i rilievi sopra sono assai circostanziati,per quanto conditi di ironia:))

  35. vbinaghi Dice:

    @Manu
    La zampata potrebbe esserci, ma non so se intendiamo la stessa cosa. Madame Bovary è inarrivabile, sono daccordo.
    Mia moglie ha trovato splendido per i ritratti femminili “Dolci le tue parole”, di Nancy Richler (Il Saggiatore), che io però non ho ancora letto.

  36. gian marco griffi Dice:

    Ancora con sta guerra? Minchia che noia.
    Mettiamo che io adori Finnegans Wake e Malone muore, cosa c’entra? Se commento un brano scritto da Valter Binaghi posso scrivere che i brani scritti male mi sembrano diversi? Oppure l’essere un lettore e un amante di (tra tantissimi altri) Joyce, Beckett, Barth, Barthelme, Borges, Bioy Casares, Sollers, Djuna Barnes, Gadda, Manganelli, Celati e Michele Mari mi costringe a scrivere che mi fa schifo tutto ciò che non è stato scritto dagli scrittori che amo? Cosa dovrei scrivere? Binaghi, il suo romanzo è banale perché a me piace leggere i Quattro Quartetti, i Canti Pisani, Mentre morivo, Tu sanguinosa infanzia, Agli dei ulteriori, le Novelle dal ducato in fiamme? E’ questo che vuol dire?
    Se legggo un brano cerco di analizzare il brano, e primariamente mi interessa il linguaggio. Ora: per me, gian marco griffi, amante sopra ogni cosa della letteratura modernista, i brani scritti da Valter Binaghi non sono per nulla scritti male.
    E’ contento, Davide? Le servono ulteriori spiegazioni, che so, che musica ascolto, che film vado a vedere al cinema, se indosso slip o boxer? Porto boxer con sull’elastico la citazione: “Ciò che è razionale è reale; ciò che è reale è razionale”.

  37. Greco Sabrina Dice:

    Salve Enrico. Che bel commento.

    Intento dell’autore raggiunto, la caratterizzazione del protagonista.

    “(Sono “bassi” il termine “stronzo” o il termine “scopare”? Se esco fuori dalla metafora da lei imbastita, sarei incline a dire che se uno scrive: fottere, stronzo, scopare… poi ha più… facilità di accedere al livello del “sublime”? Al, come dice lei, “cielo”?).”:

    si tratta di termini comuni facenti parte di un gergo. Determinano e servono a stabilire un rapporto, un piano, e a descriverlo.
    Lo sguardo del personaggio che poi si eleva, corrisponde ad un passaggio di vista in un cambio di registro linguistico che io trovo estremamente bello e reale.
    L’accostamento alla materia cinematografica è nel senso di narrazione.
    La musica sostanzia, è o non è dentro. C’è o non c’è.
    Scrivere senso è come far vedere la musica? Aiutami tu.
    Se scelgo di descrivere in un preciso momento qualcosa che accade nel personaggio o fuori dal personaggio, è come puntare un obiettivo, esattamente come fa un regista cinematografico. Tale scelta può avvenire anche attraverso la scelta del tipo di linguaggio adoperato.

    Che quello che “vedo” è musica e immagini di musica, è nella qualità di senso detto, nella bellezza e nella materia di verità che provo a dire, nella sostanza resa attraverso l’atto narrativo che ho adoperato per illuminarla.
    Ho infatti precisato che non si tratta di livelli ma di prospettiva.
    E cioè, quando il personaggio cambia vista, mette a fuoco, non è che nell’attimo dopo è passato al livello alto. Nel passaggio successivo si riesce a sentire la musica, e quella musica è prodotta dall’armonia, dal gioco di senso e lingua dell’autore.
    E’ come nel volo, far involare l’immaginazione del lettore portandolo in punti diversi.

    Pensando alla vita e alla narrazione, mi è venuto in mente che la prima è stata umanamente “riprodotta” nell’idea del teatro, la seconda in quella di cinema. Ma forse è un mio azzardo?

    Grazie, Enrico. Perdona i miei tentativi.

  38. Dinamo Seligneri Dice:

    Binaghi, a me il racconto non è piaciuto, cerco di dirti il perché in modo quantomeno chiaro e centrato (fa che mi pigliate pure a me per troll).
    La prima cosa che non mi garba, Binaghi, è che tu come scrittore e soprattutto come voce narrante e scrivente non ti metti mai in discussione. Non dico che non ti metti in discussione “fuori dal racconto” ma all’interno del racconto. (Vale probabilmente anche fuori dal racconto, almeno da alcune tue risposte che ho letto, ma non è determinante). Cioè, mi pare che tu non hai mai frequentato un’area della scrittura o un’area artistica che è meglio d’una sigaretta dopo il caffè, o anche del sesso arrivo a dire: l’inesistenza.
    La seconda cosa è che i dialoghi non reggono, c’è stagnazione, non c’è né la freschezza dell’orale riportato nello scritto, né la forza di un’intelligenza linguisticamente o “tatticamente” accattivante che traina le sequenze della storia… sinceramente, non li trovo nemmeno libreschi, i dialoghi, forse li trovo più ispirati a una soap opera, a uno sceneggiato per la tv. O almeno a me così suonano.
    Non sono nemmeno entusiasta della storia in sé, ma quello è relativo, io sono di quelli che pensano che uno scrittore se scrive bene può scrivere un intero romanzo su una seggiola, come una ballerina d’avanspettacolo che ci balla e canta attorno, o su un’asse da stiro.

  39. vbinaghi Dice:

    Dinamo
    se mi spieghi la seguente:
    “mi pare che tu non hai mai frequentato un’area della scrittura o un’area artistica che è (…) l’inesistenza”
    e soprattutto cosa c’entrano le frequentazioni di un uomo (che non conosci) con un giudizio su un romanzo
    ti rispondo volentieri e giuro che non ti considero un troll (a meno che non intervieni 40 volte per dire la stessa cosa)

  40. manu Dice:

    ooh che silenzio, tutti davanti allo schermo, bene bene

    @valter
    ‘dolci le tue parole’ non l’ho letto. nancy richler la sento da te la prima volta. sono andata a vedere qua e là chi è e mi sa che la metto in lista, nella colonna ‘cose da fare/libri da leggere’. in ogni caso, nancy è una donna.
    è quando uno scrittore – maschio – scrive di donne che la sfida si fa alta.

    la zampata che intendo è un’aggressione elegante, più da vicino, tipo la firma di zorro, inequivocabilmente sua/tua.

  41. Dinamo Seligneri Dice:

    Binaghi, ma figurati se ti giudico per le frequentazioni che hai o non hai, non ci incartiamo sui significati. L’inesistenza è un momento dove l’identità scompare in quanto ritenuto un contenitore fallace… per inesistere come minimo non ti devi prendere sul serio come scrittore seriosamente identitario: non ti pare? Ho detto questo perché, semplicemente, che se tu ironizzassi di più sulla tua voce narrante, se tu non credessi così fedelmente a ciò che scrivi, allora forse anche gli oggetti del tuo immaginario quotidiano – spesso molto consumati – ne riceverebbero una luce diversa, e col cazzo che ti taccerebbero più di banale e quant’altro. sarebbe una banalità, cioè, contestata dal di dentro e riversata con un’altra scrittura.

  42. vbinaghi Dice:

    @Dinamo Seligneri
    “L’inesistenza è un momento dove l’identità scompare in quanto ritenuto un contenitore fallace”.
    Questo succede (deve succedere) esattamente ad ogni passaggio da una narrazione all’altra. Esattamente perchè l’io narrante di un romanzo non è mai quello di un altro e nessuno di essi si identifica con l’autore: sono personaggi. L’io narrante è il personaggio fondamentale (che contiene tutti gli altri). Ma sempre personaggio è. Quando le ambizioni o le paturnie dell’autore si rovesciano sull’io narrante allora la voce non è quella che dovrebbe essere, e vien fuori qualcosa di sporchiccio.
    Che io sia uno scrittore “seriosamente identitario” sei il primo a dirmelo: altri (come Giulio Mozzi) mi hanno detto che il mio limite è piuttosto il contrario: aver scritto libri troppo diversi tra loro, dal genere (thriller) al genere esploso, al mainstream, al romanzo storico, di non aver cercato una fisionomia editoriale meglio riconoscibile.
    Certo in questo romanzo ho rischiato molto, perchè l’io narrante mi assomiglia, ha molte cose in comune con me come un certo tipo di cultura, un mestiere, una generazione (non tutto, per fortuna, il mio matrimonio non è andato a puttane). Però mi stuzzicava troppo l’idea di raccontarne la tardiva educazione sentimentale (perchè di questo si tratta, come si vedrà).
    Sui dialoghi banali rispetto i gusti della gente: per qualcuno lo sono, per altri meno. Bisogna anche capire a quali modelli uno fa riferimento. Per dire, in un romanzo come questo, per argomenti e linguaggio il mio modello potrebbe essere “Full of life” di John Fante, dove si parla di una coppia che aspetta il primo figlio, una casa minacciata dalle termiti e un padre muratore, oppure “Spavento” di Starnone, dove cìè un tizio di mezza età in paranoia ospedaliera. Ma se a te quei romanzi fanno cagare e preferisci i dialoghi di Giorgio Vasta, che ne “Il tempo materiale” fa parlare ragazzi delle medie come redattori di Alphabeta, non ne parliamo proprio. Modelli e finalità diversamente rispettabili ma, appunto, diverse.

  43. Dinamo Seligneri Dice:

    Valter, Fante è uno dei miei scrittori preferiti. Vasta non l’ho mai letto. Comunque, a me questi dialoghi sembrano spesso – non sempre eh – innaturali. Sono opinioni alla fine, forse dettate dalla gente che frequento io – parlo di frequentazioni e formazione mie – , che sono più le cose che non dice che quelle che dice, e di parole ne usa il minimo sindacale.

    ps: preciso, anche per il discorso prec, che si fa per parlare, non credo ci sia una ricetta per scrivere un buon libro, né tantomeno sono tipo da credere che si possa insegnare a farlo. Ho detto la mia sul racconto, visto che si ha la fortuna d’avere l’autore in sala.

    saluti

  44. vbinaghi Dice:

    Bè, a uno che come me è un fans dell’incredibile J.F. chiederei di leggere anche il resto. In fondo siamo a 4 capitoli dei 16, magari il meglio viene dopo :)

  45. LM Dice:

    Confermo che Giorgio Vasta, ne “Il tempo materiale”, fa parlare ragazzi delle medie come redattori di Alphabeta. E’ una cosa grave per uno che passa per essere il miglior romanziere della sua generazione. Secondo me…

  46. Giulio Mozzi Dice:

    Larry, ti rivelo un’altra cosa: pensa che Esopo, nelle sue favole, fa parlare gli animali. E’ un cosa grave, non ti pare, per uno che passa per essere uno dei migliori scrittori di favole di sempre, no?

    (Peraltro, nel romanzo di Vasta i ragazzi non parlano come redattori di “Alfabeta”. Parlano come brigatisti. Suvvia, Larry, un po’ di precisione).

  47. LM Dice:

    Mozzi è caldo per tutti, ma che Vasta fa parlare i ragazzi delle medie come redattori di Alphabeta l’ha scritto Binaghi poco prima di me, in senso assolutamente denigratorio sia del romanzo che del suo autore che della ” sperimentalità” che dell’alone di autorialità… si vede che Binaghi considera i redattori di Alphabeta potenziali brigatisti… Del resto a me piace Lautréamont, che fa parlare ‘gni cosa, anche gli oggetti (‘i stess, Joyce). Però confermo che è una cosa grave andare oltre tutti i limiti della verosimiglianza, se non con necessaria sottolineatura dell’abuso di artificio, che a me pare non ci sia, nel romanzo di Vasta (mi sbaglio? Discutiamone)

    Comunque, ti vengo incontro almeno nella difesa d’ufficio di Giorgio Vasta: l’ho letto da poco, e a me il romanzo è piaciuto nonostante l’incongruenza linguistica (e nonostante il pessimo finale da baci perugina). Solo che se Il tempo materiale è il più importante romanzo del nuovo millennio, come alcuni sostengono, stiamo messi mica tanto bene. Così penso io. Se vedi Esopo, salutamelo.

  48. gian marco griffi Dice:

    “Ci sono coloro che scrivono per cercare gli applausi umani, per mezzo delle nobili qualità del cuore che l’immaginazione inventa o che essi possono avere. Io, io faccio sì che il mio genio serva a dipingere le delizie della crudeltà!”.
    Bisogna vedere chi fai parlare come, sì, ma perché.

  49. vbinaghi Dice:

    “in senso assolutamente denigratorio sia del romanzo che del suo autore che della ” sperimentalità” che dell’alone di autorialità… si vede che Binaghi considera i redattori di Alphabeta potenziali brigatisti… ”

    Vero, Alphabeta l’ho tirata in ballo io. Ero un lettore di Alphabeta negli anni Settanta e a posteriori trovo che la deriva logorroica dell’intelligentsja italiana è iniziata lì, come la deriva giovanilistica del romanzo italiano è iniziata con Tondelli.
    Il resto che mi attribuisce LM è farina del suo sacco.
    Brutto vizio far dire a uno quel che non ha mai detto. Nell’altro thread ho scritto che trovo “Il tempo materiale” un libro per certi versi straordinario (come lo furono in altri tempi i libri di Gadda e Meneghello), che però può risultare indigesto al lettore medio di romanzi. Ho scritto che i miei punti di riferimento, nella ricerca del tono “medio” che a mio avviso caratterizza il genere-romanzo, oggi sono autori italiani come Avoledo, Zaccuri, ma anche Wu Ming. Ma ho scritto anche che la letteratura è molto altro dal romanzo, e lì c’è spazio per scritture diverse, alla Manganelli, per dire. Il romanzo o è popolare (non populista) o è meta-letteratura, come secondo me avviene per Gadda. Opinioni discutibili, certo, ma ben lontane da quelle che mi attribuisci, Larry. Il mio spregio, se proprio vuoi cavarmelo fuori, va ad operazioni bassamente orchestrate in redazione, che puntano al risvolto “sociologico” della vicenda. Il romanzo del precario, il romanzo della stuprata, il romanzo del manager o quello della donna in carriera ecc.

  50. Dinamo Seligneri Dice:

    Valter, continuerò la lettura del tuo romanzo, se mi assicuri che il bello è nella coda, tanto sono quasi sempre libero la sera dalle otto alle mezzanotte (poi frequento postacci affollati da tagliagole e avanzi di macelleria sociale), e da qualche tempo leggo meglio sul web che sullo scartabello.

    Ti voglio poi omaggiare di un segretuccio, visto che fanteggi: io e Fante siamo entrambi di Los Angeles (adottati), ma per vicissitudini di inesistenza ci è toccato partire dall’Abruzzo (io vi nacqui proprio, per via che sono più banale di lui), posto, l’Abruzzo sempre, che abbiamo dovuto abbandonare entrambi per eccesso di dannunzianesimo e pure perché nessuno parla mai di Ennio Flaiano (quand’ero piccolo, oltre ad innamorarmi di tutto e correre come un pollo, leggevo pure con gusto dei cafoni di quello scrittore di Pescina, che se era pure spione, oltre che Silone, a me non me n’è mai fregato na mazza; oggi però lo dovrei rileggere, Silone, per dire se mi garba ancora).
    Aspetto sempre, come puoi immaginare, la primavera, anche se se n’è appena ita, perché le altre stagioni non l’ho mai potute soffrire.

    Cià

  51. vbinaghi Dice:

    Dinamo, mi sa che abbiamo qualche stella in comune.
    “Tempo di uccidere” di Flaiano per me è uno dei migliori romanzi italiani di sempre.

  52. LM Dice:

    Binaghi, l’intenzione che leggo io nelle tue parole sulla lingua dei ragazzini di Vasta non è del tutto campata in aria, visto che subito tiri fuori il metaletterario per giustificare l’appiattimento del lettore e della letteratura stessa. Eh no, il metaletterario per Gadda, mi dispiace, con tutta la buona volontà, non te lo passo. Per il resto, circa il lavoro di strupro cui è soggetta la letteratura, siamo abbastanza d’accordo.

    ” Il existe une convention peu tacite entre l’auteur et le lecteur, par laquelle le premier s’intitule malade, et accepte le second comme garde-malade. C’est le poète qui console l’humanité ! Les rôles sont intervertis arbitrairement “. (Lautréamont, Poesie 1)

  53. davide Dice:

    “metaletterario”"il miglior della sua generazione” “voce”etc etc soliti paroloni poi ci troviamo anche con una letteratura che parla di “quel che succede in provincia” come potrebbe esser in una canzone riuscita male di vasco R negli 80′s o in una riuscita bene(per i loro standard..)degli ex 883..

    questo è da sempre uno dei problemi italiani:il puntare alto,quasi aulico,poi guardarsi intorno e vedere un paese dove far gli originali non è poi così facile…

    che alcuni dei dialoghi la sopra siano improponibili,bene bene non me ne son accorto solo io(e che diamine!)ma anche in alcuni “bozzetti” /descrizioni di personaggi c’è lo stesso problema

  54. davide Dice:

    per ribadire(allargando)quel che si è in parte detto in altri thread:

    all’ estero,uk,usa e in parte francia,ci sarà un 90% in meno di elaborazione teorico letteraria..ma i loro libri so tradotti quasi ovunque

    e se per gb e usa c’è tutto il loro mass market che “preme”pesantemente,influenzando davvero l’immaginario collettivo coi suoi “prodotti” ,gia per la francia il discorso è diverso,e anche per altri paesi

    qui in italia,non solo si conta poco,ma forse c’è anche poca fantasia,qua e la(le eccezioni,come già scritto DA ME,ci sono grazie al cielo)

    c’è una scrittrice,anne tyler ,che da 20 anni e passa in usa fa libri che sono ritratti di chi vive in provincia e sobborghi,insomma,cose che potrebbero anche non far gridare al miracolo,ma se uno la legge,beh,siamo SU UN ALTRO PIANETA

    e dubito prima i scrivere costei si arrovelli troppo sulla”voce”(che poi un po di elaborazione teorica serva,è chiaro,ma in italia in questo senso si esagera,davvero)

  55. davide Dice:

    citazione LM:

    “”"Solo che se Il tempo materiale è il più importante romanzo del nuovo millennio, come alcuni sostengono, stiamo messi mica tanto bene. Così penso io. Se vedi Esopo, salutamelo.”"

    ok,qui ci siamo(ho riso di gusto:))

  56. Greco Sabrina Dice:

    Davide, secondo me dovrebbe sganciarsi e decidere.
    E va bene guardarsi intorno, ma prima, non dopo per vedere la reazione.:-)

  57. Giulio Mozzi Dice:

    Larry, di opere che vanno oltre tutti i limiti della verosimiglianza ce n’è a vagonate: dal “Candido” di Voltaire all’ “Orlando fuiroso”, dall’ “Arcobalento della gravità” di Pynchon alla “Commedia” di Dante, da “Pinocchio” di Collodi a… eccetera.
    Dunque: qual è il problema?

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