“Pigra giovinezza”, di Valter Binaghi / 3

di

Tutte le donne del prof

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I

Stanno sempre al telefono o in chat: la chiacchiera cosmica senza requie. Eppure quando li vedi insieme ti accorgi che tra i corpi è aumentata la distanza.
Oggi l’ho vista fuori di scuola, con un gruppetto di amici tra cui l’immancabile Valentina. Ero in auto, in attesa di lei che indugiava. Li ho osservati qualche minuto. Non vedo tutta questa pacifica disinvoltura, la confidenza della banda. Si sbirciano continuamente, di sottecchi, specialmente le ragazze, come gente sui blocchi di partenza che teme l’anticipo altrui. I maschi invece lenti, stuporosi, mi sembrano al guinzaglio. Uno si è tolto un cannone dal taschino e l’ha acceso, lì in mezzo alla strada. Lisa si è staccata in fretta, ha visto la macchina, è venuta verso di me. Gli amici che hai a quest’età sono i tuoi occhiali sulla vita: con questi c’è da andare a sbattere.
Certo che anche i miei, di amici. Quelli del gruppo TNT, come ci chiamavamo una volta. In quinta liceo, l’età di Lisa, quando ci cambiavano attorno scenari e compagnie ma noi lì fermi, insieme, cinque come le dita di una mano.

Con Maura una rimpatriata ogni tanto me la faccio. Maura è assistente di sociologia all’Università. Ha mollato il marito, non hanno avuto figli. Lei vive con un gatto norvegese che si chiama Dea. La notte frequenta blog di fans dei Beatles e ogni tanto ne incontra qualcuno, anche oltremanica, per una trombata psichedelica. Costruisce bei ricordi per la vecchiaia.
Enrica e Giorgio hanno tutta l’aria di riuscire ad invecchiare insieme. Sono la coppia perfetta, come Ric e Gian, Cip e Ciop, Spic & Span. Sono un rosicone, lo so. Si rifugiano uno nelle braccia dell’altro, qualche volta anche in pubblico, e sai che per loro c’è il luogo di una pace possibile, uno nell’altra, che a te è stata negata. Però con loro si muore di noia: finisci con l’aspettarti malignamente uno screzio in quella insopportabile felicità.
Giacomo un po’ mi ha rotto i coglioni. Ogni volta mi chiama con quella voce d’oltretomba da depresso cronico, mi tiene delle ore ad illustrarmi i complotti cosmici di finti amici e concorrenti che vorrebbero demolirlo, e poi scopri che tiene garzoni in nero, e in parecchie occasioni si comporta da strozzino. Il suo compagno attuale lo tradisce spudoratamente (almeno così dice lui) ma per quest’estate hanno prenotato alle Mauritius.
Certe volte mi chiedo dov’è finita quella percezione sovreccitata e stellare, quei momenti in cui pareva di capirsi del tutto e per sempre… anche una merenda o una bevuta al circolo si trasformavano in un simposio epico, dove tutto l’eroismo di cui il cuore era capace prorompeva in visioni del futuro, e patetici giuramenti.
Ormoni, ecco cos’era. Il tuffo del sangue che spalanca le pupille, il profilo ardente delle cose che ti sembra un’aura. La smania della fica, che ti fa stravedere.

II

L’altro giorno all’intervallo sono uscito come al solito nel cortile della scuola per una sigaretta. A quell’ora il cortile è pieno di capannelli che progettano serate al pub e varia umanità, e qualche coppietta appartata che si sbaciucchia dietro un albero. Senza volerlo, mentre passeggiavo, mi sono trovato a una ventina di metri da una di queste. Si baciavano non proprio svogliatamente, ma con una tale alternata puntualità, riaccostando le bocche dopo essersi sussurrati qualcosa, da far pensare già a un rituale. Lui era voltato dalla mia parte, e mi ha visto arrivare. A quel punto l’ha stretta con maggiore forza, e si è attaccato alle sue labbra con una foga divorante. Lei ha sussultato leggermente, stupita dell’assalto, poi ha visto me con la coda dell’occhio e ha corrisposto con impegno.
Ci si può leggere l’esibizione dispettosa: ecco, vecchio stronzo, quello che tu ti puoi scordare. Ma sarebbe gratuitamente cattiva: i ragazzi non sono così.
È il mio sguardo che li ha svegliati: ha svegliato lui, che vi ha letto un possibile desiderio, e ha ritrovato in sé il fuoco del proprio. Più sociale che biologico: lei è ancora più desiderabile se tutti la vogliono. Ha svegliato lei: lo slancio rinnovato è un richiamo irrefrenabile per il cuore giovane.
Nella mia adolescenza, l’occhio persecutorio che ci seguiva negli angoli bui era quello del catechismo jahvista, lo scrutatore delle impurità, l’obbligo della confessione e il fiato pesante del prete. Siamo cresciuti tra il digiuno dichiarato e il furto di pere dall’albero, col cuore in gola. Lisa e i suoi coetanei sono liberi da tutto questo, ma non dal riflettore che sentono puntato su di sé, un censore tutto esterno e collettivo che non legifera su quanto ma su come, l’approvazione estetica di un pubblico ideale, che trasforma ogni espressione in spettacolo e i pensieri in prove tecniche di trasmissione. Dal comandamento della castità all’obbligo sociale della goduria: del Super Io non ci si libera mai. Per fortuna col tempo gl’impulsi all’azione si riducono, e anche le contrattazioni con l’ultima versione di Jahvè.
A diciott’anni la giovinezza sembra l’unica verità di questo mondo, a cinquanta un’illusione inevitabile. A posteriori pensi che senza quella stagione dissennata avresti avuto meno frustrazioni, e un carattere migliore. Ma non è così. È lì che la vita ha avuto per la prima volta sapore. Senza quella, non avresti avuto voglia di continuare. L’astuzia della natura, che ti vuole attivo fino all’accudimento della prole. Matrigna finché si vuole, la natura, ma che ci tiene a mantenersi giovane, e mica scema.

III

Due ore in Quinta e un’ora in Terza, dove ho iniziato Platone.
All’intervallo mi arriva un SMS di Maura. «Stasera a cena?»
Rispondo si, senza pensare se ne ho voglia. Porterò il vino, come al solito, un Traminer aromatico. Ma forse dovrei portare della birra romulana, quella con cui la squadra di Star Trek fa bisboccia nello spazio, per trasformare la rimpatriata trimestrale con l’antica fidanzata in qualcosa di veramente giocondo.
Non che Maura manchi di attrattive, sia chiaro: alta, slanciata, un corpo sodo e ben curato, seni piccoli e subito svegli, riccioli neri e appena qualche filo d’argento che sembra messo lì per civetteria. Quando riceve porta uno di quei lunghi caffettani marocchini di cui erano piene le bancarelle negli anni Settanta: deve averne fatta una scorta ai tempi, e le stanno ancora a meraviglia. Ma il clima, appunto, è quello da revival.
Credendo di farmi piacere (un po’, lo ammetto, me ne fa) raduna per la serata i miei dischi preferiti di allora: The dark side of the moon, Aladdin Sane, Thick as a brick, colonna sonora di una serata che vuole allegra e tecnicamente perfetta, fino al talamo, dove si scopa rigorosamente al ritmo dei quattro di Liverpool.
Per la cena è una che si dà da fare: praticamente vegetariana ma senza le ossessioni dei vegan, dà il meglio di sé nei piatti freddi. Ricordo delle melanzane alla greca, con una salsa di yogurt e menta, notevoli. Ha una conversazione brillante, conosce vita morte e miracoli delle spezie e dei cibi che ti ammannisce, e su tutto quanto sa stendere un velo di esotico folclore, persino di magia. La sua casa, i suoi viaggi, le sue letture, ogni minima scelta che compie ha una dignità culturale, mai ostentata inutilmente, ma al bisogno motivabile. Ascoltandola, penso spesso che Maura sia il perfetto risultato dell’emancipazione femminile dall’universo familiare, una cartolina del Terzo Millennio: elegantemente socievole, ostinatamente graziosa e felicemente sterile.

Let me take you down that I’m going through…
L’ultima volta aveva in serbo una caccola di fumo, regalo di un Beatles fan di Modena, uno di quelli che conosce in Rete e ogni tanto incontra.
«Vedessi che rozzo, venticinque anni, parlava un inglese orribile»
«Che te ne fai dell’inglese, scusa?»
«Per cantare, no? Due fans dei Beatles s’incontrano e non cantano una canzone?»
Dimenticavo: Maura ha una chitarra in camera, che maneggia in modo elementare ma abbastanza per suonare le canzoni dei Beatles in giro di DO. Per fortuna a me questa parte del rituale viene risparmiata: io i Beatles li ho sempre snobbati, tranne John Lennon.
Il fumo era buono, il modenese sì che se ne intende. Non gli ho chiesto se ci ha fatto l’amore: 25 anni, potrebbe essere suo figlio, ma non credo che questo la imbarazzi, dopo tutto Maura è un folletto freak, senza età.
Living is easy with eyes closed…
Dopo la canna gli incensini accesi in camera.
Ti senti una bistecca offerta alla Grande Madre.
Maura si spoglia sempre nel solito modo, curvandosi ad afferrare gli orli del caffettano e sollevandolo con studiata lentezza fino al pube perfettamente depilato e poi sgusciandone fuori come la farfalla dal bozzo. Dopo viene un amore ginnico e cerimoniale, cui lei vorrebbe dare la parvenza ieratica dello yoga, ma che si trasforma in una credibile scopata quando ti stufi delle asanas che improvvisa sopra di te, la rovesci sul dorso e la fai finita come con una puledra qualsiasi.
Strawberry fields forever.

IV

«Prof, ci sono le circolari da firmare»
Concetta mi arpiona all’uscita, mentre provo a mimetizzarmi nella frotta di studenti tumultuanti, per sottopormi le solite cinque o sei inutili gride che l’ufficio di presidenza produce ogni mattina. Apporre l’autografo, e certificare la presa visione di un bando di concorso per studenti del biennio (chi svolgerà il tema migliore su questa Europa ameboide e militarmente imbelle, per compiacere il Direttorio di Bruxelles?), un’adozione a distanza finanziata dalla scuola, un seminario di musica rinascimentale che agli studenti di questo liceo non gliene può fregar di meno ma la vicepreside Cantarutti poverina ci tiene tanto (il docente è marito di sua cugina), nuove disposizioni in materia di debiti scolastici (si ripristina l’esame a settembre ma detto così è volgare e improprio).
Mentre firmo sono avvolto dal profumo dozzinale della bidella (quaranta ben portati, piccoletta ma prospera) non posso fare a meno di pensare alla scena boccaccesca di cui pare si sia resa protagonista un paio d’anni fa, quando gli studenti del gruppo sportivo pomeridiano l’hanno sorpresa negli spogliatoi della palestra a trombare col custode. La leggenda è corsa di bocca in bocca e adesso la Concetta (regolarmente sposata e madre di tre figli) è un’icona nel nostro piccolo mondo, simbolo di emancipazione per le studentesse più agguerrite, sogno voluttuoso e supporto onanistico per i maschietti brufolosi. Mentre mi congeda con un sorrisino penso che si, mi trova passabile, e mi sorprendo senza vergogna ad invidiare il fortunato custode: alla faccia dei piagnistei femministi, quanto mi piacerebbe stenderla sui materassoni del salto in alto, e ritrovare nel suo sgrammaticato stupore i piaceri ancillari dei signorotti di un tempo!

Che poi, a pensarci bene, una cosa così mi è successa, secoli fa.
Proprio a diciott’anni, l’anno della quarta. Dopo il brillante esito dello scrutinio, i miei genitori mi avevano regalato una vacanza al mare con altri tre compagni di scuola. In albergo a Caorle c’era una cameriera simpatica, Carmen, più vecchia di noi di qualche anno, che parlava solo dialetto ma aveva un sorriso smagliante e una balconata in piena fioritura. A furia di ammiccamenti mi parve di capire che ci stava, così una mattina lasciai andare gli altri in spiaggia e con una scusa rimasi in camera sperando che alle dieci e mezza venisse proprio lei a rifare la stanza. Fui fortunato. Quando arrivò recitai l’ignobile sceneggiata del ragazzo malinconico, in piena crisi esistenziale, lei sedette sul letto accanto a me e a sua volta mi raccontò del fidanzato, impiegato comunale, tanto un bravo ragazzo ma sordo ai suoi slanci poetici: mai un mazzo di fiori, mai una vacanza, solo tanto risparmio per l’appartamento futuro (e una noia!)
In un quarto d’ora le posizioni erano letteralmente invertite. «Dime che so ‘na porca» sussurrava lei col culo per aria, inebriata dal gorgo del peccato la cui topografia aveva appreso così bene nei fotoromanzi. E io gli dicevo quella e altre cose, fottendola con un’allegria di cui non sono mai più stato capace.

Se l’amore con la maiuscola è raro a questo mondo come l’elefante bianco, il regresso belluino sembra più a portata di mano. È per questo che si affollano i bordelli, e non solo di poveri sfigati in cerca di facile compagnia. Ritrovi in te la protervia dello stallone che monta la femmina senza guardarla in volto, evitando l’appello nascosto nello sguardo altrui. Dura poco, però. Dopo dieci minuti di oblio furibondo, le lacrime di Carmen sulla tua spalla, il pensiero sequestrato dal fidanzato ignaro e cornuto, la nostalgia di una dignità integrale del desiderio: l’innocenza animale è perduta per sempre, ben difesa da un Angelo con la spada di fuoco e senza baffi.

V

Maura dorme voltata dall’altra parte: la schiena nuda, lucida, il profumo pungente dell’origano: la sorpresa di oggi era olio aromatico, e un lungo reciproco massaggio prima della copula rituale.
Mi concedo un quarto d’ora ancora, prima di andarmene in silenzio senza svegliarla, come faccio sempre. Povera Maura, così discretamente sola, così diversa da me che la solitudine la rumino rabbiosamente, come un ergastolo a cui io stesso mi sono condannato. Non è stato sempre così, o forse si. Quei dieci anni che ho vissuto accanto a Marta, solo un equivoco? Perché la riscrittura di poi deve per forza cancellare l’amore? Tutti amiamo credere che se non è per sempre non è vero: ubriachi d’eternità fin dalla nascita, mai rassegnati ad abitare il tempo. Chiudo gli occhi e rivedo una scena, una delle ultime giornate serene prima che iniziasse la stagione dei musi.

Lisa ha otto o nove anni. Ora è a spasso col cane, la casa in perfetto silenzio. Marta è seduta alla scrivania: arrivo alle sue spalle e vedo che il foglio è ancora bianco. Il sole calante, un po’ prima che illanguidisca nel tramonto, è la luce che lei preferisce. «L’anima dell’acquarello», dice, «sta tutta nel colore»: i tratti del disegno seguono fedelmente, come la parola alla cosa. Mi è sempre piaciuto starla a vedere, curva sul foglio immacolato per lunghi minuti, e spiare l’attimo decisivo in cui scaturisce l’immagine. Questa forma d’arte, che è estranea al mio temperamento verboso, sta tutta in uno sguardo fugace ma onnisciente: lo spirito creatore aleggia sulle acque primordiali, e sogna l’arabesco del mondo.
In pochi istanti appare una voragine pallida, specchiata in un denso cobalto. Pochi tratti verticali di pennello, ed ecco un laghetto alpino, sorpreso nel freddo silenzio di un inverno ideale. In quel preciso momento mi assale un sentimento acre, struggente, perché sento il nostro tempo scorrere via. Lei è la pagina bianca che mi è donata per scrivere ciò che vale ricordare, mentre io ho concesso finora solo insulsi ghirigori, le stanche parole pronunciate in veranda per tirar sera.
Vorrei chiederle perdono, ma non capirebbe. Mi curvo sul suo collo candido, e lo sfioro con un bacio.
«Marta, ce l’hai un sogno?»
« Il sogno che ho fatto stanotte?»
« Ma no, il sogno della tua vita… «
Marta si volta, sorpresa. Abbozza un sorriso.
« Voglio dire…ciò che desideri più di tutto…»
« Non lo sai? Una casa vicino al fiume»
« Una casa. Può bastare?»
Mi guarda, da sotto in su, con un’espressione maliziosa negli occhi:
«Lo so, lo so che voi uomini fate fatica a capire una cosa del genere. Per voi il significato è sempre qualcosa con la maiuscola.»
« Che c’è di male?»
« C’è che poi diventa una scusa per non fare niente.»
« Una casa sul fiume…»
« Non ho detto che una casa è tutta la vita. Ma uno deve trovare il suo posto per vivere. Il centro da cui le cose gli appaiono in ordine.»
«Che strano. Avrei detto che rimpiangessi Milano»
«All’inizio si. Poi però ho capito tante cose. La città ci rende duttili, spregiudicati, ma ci toglie consistenza. È perché non c’è terra, né silenzio. Da quando sono qui mi sembra di avere nel sangue un passato remoto: il passato di questa terra, lo sento in me come se avessi mille anni»
«Vuoi fare come il Remo, quel vecchio strambo che vive in un barcone sul Ticino? Dice che il mondo se ne va a fare in culo, e lui si è costruito la sua arca.»
Marta annusce: « Vuol dire che ha scelto questo istante nella vita, e ha deciso che il mondo comincia da qui. I matti siamo noi: lui è guarito.»
Il cancello sbatte pesantemente. Dalla finestra aperta si sente il rubinetto scrosciante, in giardino: Lisa riempie la ciotola del cane, ansimante e assetato dopo la corsa.
«Come te l’immagini la casa sul fiume?»
Abbandona la scrivania e si lascia cadere sul divano, con un gesto infantile e spensierato che ricorda tanto sua figlia.
«Quand’ero piccola papà ci portava sul naviglio, fuori Milano. Si arrivava fino a Robecco. Si mangiavano i pesciolini e le rane in trattoria. Poi si passeggiava, tutto il pomeriggio. Mi ricordo una casa proprio in riva al canale, col suo bel pontile. Era una casa grande, vecchiotta, la facciata quasi interamente coperta d’edera. Mi pareva un posto fatato. Sarebbe bello, invecchiando, starci io e te in un posto così. E la sera passeggiare verso i boschi, dove si vedono le lucciole.»
Non sono più abituato a questa intimità. Si svela a me come non faceva da tempo. Io sono compiaciuto, perfino commosso: prometto a me stesso (con qualche imbarazzo economico) che farò di tutto per darle la sua arca ma intanto, dalla mia infinita goffaggine, casca fuori qualcosa del tipo:
« Le lucciole, fantastico. Ma alle zanzare ci hai pensato?»

Me ne dimenticai dopo due giorni, di quella conversazione.
Solo adesso mi rendo conto che proprio allora l’ho perduta. Era la mia grande occasione per provare a farla felice, ma me la sono giocata col mio esistenzialismo d’accatto:
quale casa, quale trasloco?
più ti sposti e meno viaggi
la verità è dentro, mica fuori, ecc.
E invece un’interiorità che resta puro pensiero è sterile, ecco la verità. Marta se n’è andata via da me per non avvizzire, e l’avvocato non sarà un abisso di profondità metafisica, ma le ha riempito la casa di sole e di colori.
Qui da noi, invece, tutto è restato uguale. Morta la povera Bessie, non abbiamo più avuto un cane, e il giardino adesso è solo un pezzo di brughiera, con un albicocco moribondo che spunta dai ciuffi di ambrosia. La cosa che non capisco è perché Lisa ha scelto di vivere con me. Forse perché è della mia razza: un’anima che sorvola il mondo, distante da tutto, osserva le cose e il suo stesso corpo come lo scenario di uno di quei videogiochi dove mandi in giro un avatar a vivere al posto tuo. Lisa, Lisa! Non somigliare a me, ti prego. Una coscienza senza la zavorra di un gusto qualsiasi di bassa lega, che ti inchiodi il culo a un sedile, che ti faccia almeno preferire un posto a un altro, una donna a un’altra.

VI

Ecco, il terzo grado di mia figlia mi mancava proprio.
«Ma ti sembra l’ora?», e intanto si avvicina per annusarmi.
Io invece sento puzza di Edipo. Malignamente la lascio fare, lo so che dopo Maura ti resta addosso una disastrosa scia di patchouli. Così intanto capisce che suo padre ha una vita anche lui, e non è solo il maggiordomo qua dentro.

Le donne della mia vita, eccole qua.
Maura, Carmen, Marta e Lisa. Quattro ingredienti di una torta indigesta.
L’amicizia, il sesso, l’amore e la tenerezza. Mai insieme, però. Tocca sempre scegliere, e ogni scelta è amara. Comunque delle quattro mi tengo Lisa.
La prima volta che mi ha chiamato «Babo», mi si è accesa una luce.
Un appello, un risveglio. Una scienza nuova, di ciò che ero e potevo essere.
Come la prima voce ascoltata da un naufrago, in un’isola deserta.

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63 Risposte a ““Pigra giovinezza”, di Valter Binaghi / 3”

  1. manu Dice:

    giulio, il pdf non è attivo

  2. Isa Dice:

    Per V.B.:
    : )

    Per Giulio:
    Non funziona il pdf.

  3. Carlo Capone Dice:

    Ma sì, basta un verso dei fab four e io mi sciolgo.
    A parte questo è il capitolo decisamente migliore. Asciutto, immediato, di una malinconia senza indugi.
    Ribadisco che in libreria, letto il risvolto, non lo comprerei. Su vibrisse, poichè appena entro mi viene incontro, lo leggo.

  4. Greco Sabrina Dice:

    Questo capitolo è proprio bello. Sembra che il verso si sia del tutto liberato.

  5. Giulio Mozzi Dice:

    Ora il pdf è prelevabile. Chiedo scusa per il ritardo.

  6. icalamari Dice:

    Valter: appalusi, ancora applausi

  7. E. Dice:

    Ma perché ci sono tutte queste parole, “trombare”, “scopare” , “caccola di fumo”, “puledra”, “smania della fica”…non c’erano dei sinonimi?
    Col cuore ero rimasta al topino infagottato sul divano, il pigiama con gli elefantini, la tisana in cucina.. sì, lo so, magari non sono frasi d’effetto, ma erano comunque belle e dolci !
    Il paragrafo III di questo capitolo è un pugno nello stomaco… lo può riscrivere daccapo? :o ) :o )

  8. vbinaghi Dice:

    Capone
    grazie della degnazione
    ma il risvolto
    (che nessuno ha mai scritto)
    dove capperi l’hai letto?

  9. Carlo Capone Dice:

    Binaghi, if.
    Prego.

  10. vbinaghi Dice:

    @E.
    Sorry. E’ il mio vissuto giovanile, e anche quello del mio personaggio. In un altro gergo sarebbe stucchevole.

  11. E. Dice:

    Ahaha grazie per il “sorry” !!
    Scusi lei, semmai, non sono una criticona, è solo che la storia mi ha così coinvolta che ho voluto dire la mia, dall’alto della mia Ignoranza !!!
    Ma davvero l’unica alternativa al “trombare” è una parola stucchevole? Non è un appunto da monaca di clausura, però non mi aspettavo parole così “commerciali”, immobili, fredde (come “perfettamente depilato”, ma a che serve???? )…

    Basta, fine della critica, torno a fare i compiti!!! :o ) con affetto e tanta simpatia

  12. Greco Sabrina Dice:

    Valter, perfetto! La volgarità, molte volte, è un atteggiamento. Non è assolutamente il tuo caso.

  13. LM Dice:

    Nei commenti a uno dei precedenti capitoli ho letto che Binaghi dice che non ne può più dello sperimentalismo. Ognuno la pensa come vuole, ma perché chiama romanzo questo testo? Romanzo e sperimentalismo, in senso stretto, non sono la stessa cosa? Per me questo non è romanzo, è piuttosto un manufatto narrativo da collocarsi nel mercato dell’informazione, un reportage su rapporto padri figli adolescenti da pubblicare a puntate su Vanity Fair, o riviste simili, giustamente scritto con la lingua e il pensiero di un lettore frettoloso. Lo dico senza offesa (nemmeno per il lettore frettoloso), giusto per discutere su come viene concepito oggi il romanzo.

    Larry Massino

  14. Isa Dice:

    Gentile Valter Binaghi, provo a dire la mia. Prenda tutto come un esercizio di intelligenza (o, se sarà il caso, di ottusità).

    Nel suo testo viene usata la prima persona, perchè l’intenzione è quella di raccontare in un certo modo il vissuto di un padre.
    Però, a mio avviso, non è conciliabile una struttura di testo a flashback senza determinazioni di tempo con la narrazione in prima persona.
    In altre parole: con la prima persona uno si aspetta un diario, per esempio, in cui c’è monologo interiore o flusso di coscienza, ma con indicazioni di tempo: il lettore sa che il narratore ogni sera scrive quello che gli è capitato di pensare durante il giorno. Oppure si aspetta il flusso di coscienza alla Joyce, in cui il legame con il contingente è quasi inesistente e l’esclusione sia del tempo della scrittura sia del tempo interno fa parte del gioco.
    Lei invece usa una serie di narrazioni in “presa diretta”, (Che ne sai…? Cap.IV, per esempio) dentro un monologo interiore, narrazioni che chi legge sente “sbagliate”, perchè non hanno un piazzamento o un legame cronologico rispetto al resto della narrazione.

    Vado, i figli mi reclamano.

  15. vbinaghi Dice:

    “monologo interiore ,,,, con indicazioni di tempo: il lettore sa che il narratore ogni sera scrive quello che gli è capitato di pensare durante il giorno.”
    Appunto.
    Il pensiero è un andirivieni fra attenzione al presente e ricordi che riaffiorano, compresa l’ironia verso se stessi e le proprie “imprese”. Almeno così capita a me, se non sono un alieno.

  16. vbinaghi Dice:

    @Massino
    “Romanzo e sperimentalismo, in senso stretto, non sono la stessa cosa?”
    Direi proprio di no.
    Anzi, tenderei a dire che si escludono a vicenda.
    A meno che per “sperimentalismo” tu intendi un’ardita architettura narrativa, che c’è già per esempio in Cervantes.
    Io lo intendo riferito all’universo universo sintattico e lessicale. E qui il romanzo, da quando esiste agli episodi che l’hanno reso grande ha sempre cercato quello che io chiamo il “tono medio” perchè il suo obiettivo è la vastità e la coralità della rappresentazione storico-sociale condivisa, non la negazione di una percezione di senso comune, come invece avviene con le avanguardie. Che poi la mia lingua e il mio pensiero ti paiano quelle di un “lettore frettoloso”, non voglio discutere.
    Io cerco comunque un lettore comune, non un anatomo-patologo del linguaggio. Per quelli avete Balestrini, per dire.

  17. Isa Dice:

    “Il pensiero è un andirivieni fra attenzione al presente e ricordi che riaffiorano, compresa l’ironia verso se stessi e le proprie “imprese”. Almeno così capita a me, se non sono un alieno.”

    Sì, certo, è così per tutti.

    La mia osservazione riguarda solo il modo in cui questo viene riprodotto nella narrazione.
    Lei usa, nel suo romanzo in prima persona, una costruzione che di solito si ha con la terza persona e il narratore onnisciente.
    O dico stupidaggini?

    Il risultato è comunque efficace, anche se non canonico.

  18. wannabe Dice:

    La citazione esatta sarebbe “Let me take you down ’cause [e non that] I’m going through…”
    Nel finale, “babo” è giusto così o è un refuso?

  19. vbinaghi Dice:

    Isa, non so a quali convenzioni si riferisce, nel senso che in un romanzo come questo non mi pongo quel tipo di problema, e comunque non ho riferimenti a teorie narratologiche.
    Cerco una voce, cerco una musica, non so se mi spiego.

  20. vbinaghi Dice:

    “Babo” è così.
    Come dice un bambino piccolo (almeno i miei lo facevano)

  21. manu Dice:

    la musica è il blues

  22. vbinaghi Dice:

    Esatto Manu.
    Almeno la mia, o meglio quella che cerco in questa storia.
    Un blues vagamente malinconico, non privo d’ironia e, come si vedrà, aperto alla metamorfosi.

  23. manu Dice:

    c’è pure il sogno della casa sul fiume, prosaicamente vanificato dalla codardia – in questo caso maschile – che prontamente si rifugia nel timore delle zanzare. i sogni a volte fanno paura

  24. gian marco griffi Dice:

    Mi pare bellissimo poter commentare un testo con l’autore in presa diretta, nel senso che mi pare di poter imparare qualcosa.
    Io avrei una domanda, che è: quanto il personaggio prof e l’autore coincidono, linguisticamente? Voglio dire, c’è stata una ricerca particolare sul linguaggio? O ancora: se lei autore tenesse un diario di ciò che le succede durante la giornata, con pensieri e parole (“che ne sai tu di un campo di grano?”) e emozioni, utilizzerebbe questo stesso tono e questo stesso linguaggio? (le domande son poi tre?)

  25. enrico Dice:

    Addendum alla domanda di gmg… Un personaggio-prof che inizia con “ormoni” (scienze) prosegue con il “tuffo al cuore che spalanca le pupille” (pura lirica italiana) e finisce con “fica” (con quella “c” sprezzante)…

  26. enrico Dice:

    Appunto critico (lo so: facile criticare!): battuta forse un po’ troppo “scritta”, rischiosissima curva del lirismo. Per me brilla la luce rossa, quando Vbinaghi fa dire a Marta: “La città ci rende duttili, spregiudicati, ma ci toglie consistenza. È perché non c’è terra, né silenzio. Da quando sono qui mi sembra di avere nel sangue un passato remoto: il passato di questa terra, lo sento in me come se avessi mille anni”… bello, ma (sbaglierò) sufficientemente inverosimile…

  27. stefano re Dice:

    Bellissimo!
    Stefano

  28. Isa Dice:

    Il mio riferimento narratologico è Genette, Figure III. Ma non ha importanza il mio discorso, leggo nei commenti e nelle sue risposte cose molto più interessanti, utili e vive.

  29. vbinaghi Dice:

    @Gian Marco – Enrico
    Se dovessi dare una metafora del lavoro dello scrittore sul proprio vissuto, per far emergere un personaggio che non sia la propria biografia, parlerei di distillazione, o di quel che fanno le api per trasformare il polline in miele. In questo prof c’è tutto quel che sono e tutta la mia vita, eppure niente della mia storia e nessuna frase mai pronunciata da me.
    La prima cosa che ho dovuto imparare scrivendo è che autore e narratore (voce narrante) non coincidono, anzi sentimenti, risentimenti e preoccupazioni psicologiche o ideologiche dell’autore nuocciono moltissimo alla voce narrante. Il narratore è di fatto un personaggio, con gli occhi del quale si fanno emergere e si rendono visibili tutti gli altri.
    E per quanto riguarda l’inverosimiglianza di un dialogo per la cronaca (ma che sia letterariamente verosimile quindi godibile), il motto da seguire resta sempre quello di un celebre scrittore: “il romanzo è la vita meno la parte noiosa”.

  30. LM Dice:

    @Binaghi

    Non sono un profondo conoscitore di Balestrini (che tuttavia non ho motivo di disprezzare). Da quel poco che ho letto del suo faticoso Sandokan, (al quale Saviano stesso ha scritto l’introduzione nella seconda edizione, riuscendo perfino lui a scrivere un bel testo… http://www.repubblica.it/2009/07/sezioni/spettacoli_e_cultura/saviano-camorra/saviano-camorra/saviano-camorra.html), si tratta di un romanzo assai più importante di Gomorra, che come sai ritengo a sua volta un reportage scritto con la lingua dei lettori frettolosi. Però, tornando allo sperimentalismo, mi riferivo a quello di Zola, non a quello delle neoavanguardie italiane, che in quanto tali, del resto, rispetto, perché senza quella rottura poetico-estetica degli anni ’60, la situazione delle arti sarebbe ancora peggio che stagnante com’è ora (anche se ne ho odiato abbastanza certuni suoi protagonisti, Sanguineti senza far nomi, nonché i suoi epigoni che tanti malestrini fanno tutt’ora). Un passo di Zola che si presta bene alla discussione, dal suo Romanzo Sperimentale, è questo: “ Quando si ragiona sulle proprie azioni abbiamo ancora nella coscienza una guida sicura di quello che pensiamo e di quello che sentiamo. Ma se vogliamo giudicare le azioni di un altro e sapere le cause che le producono, allora le cose cambiano. Certo noi abbiamo davanti agli occhi i movimenti di questo uomo e possiamo vedere tutte le azioni di lui che sono senza dubbio le manifestazioni della sua sensibilità e della sua volontà. In più sappiamo pure che vi deve essere un
    rapporto fra quelle azioni e la loro causa; ma quale sarà questa causa? Noi non la sentiamo più in noi stessi, non ne abbiamo più coscienza come quando si trattava di noi medesimi e siamo costretti ad interpretarla e ad immaginarla a seconda dei movimenti che vediamo e delle parole che ascoltiamo. Dovremo allora confrontare fra loro le azioni di questo uomo e dovremo esaminare
    come egli agisce in questa o quella circostanza; in una parola dovremo ricorrere al metodo sperimentale ”

    Comunque ti ringrazio per la pazienza interlocutoria.

    Larry Massino

  31. vbinaghi Dice:

    Larry, secondo me a volte c’incartiamo perchè sovrapponiamo “letteratura” a “narrativa”. Non sono sinonimi. Io non ho affatto in spregio la ricerca letteraria che porta a lavori come, per esempio, quelli di Balestrini o a surrealisti che ho amato molto, tipo Henri Michaux, o a certo Calvino, certo Borges, degli anni Settanta. Le cose che dico si riferiscono al romanzo, che secondo me ha certe caratteristiche e non altre. Se vogliamo restare in Italia, per esempio io credo che ci siano molte pregevoli scritture autoriali e non moltissima buona narrativa, soprattutto in termini di romanzo. “Il tempo materiale” di Giorgio Vasta l’ho trovato straordinario per molti aspetti, ma come romanzo risulta indigesto alla stragrande maggioranza dei lettori del genere. Molto più romanzieri i Wu Ming, Genna, Avoledo. Stili diversi e molto riconoscibili, ma al centro c’è la rappresentazione corale, il senso comune specchiato a se stesso, non la rottura della percezione corrente, bensì la sua sintesi che risulta rivelatrice perchè liberata dalla frammentarietà. Il romanzo per me è l’unico luogo in cui è possibile qualcosa come un mondo e una forma. Ma la letteratura è anche molte altre cose.

  32. gian marco griffi Dice:

    La mia domanda era riferita esclusivamente al linguaggio, alla ricerca di un linguaggio adeguato al suo scopo letterario; che autore e narratore non coincidano lo davo per scontato. Se linguaggio dell’autore e linguaggio del narratore coincidano oppure no mi pare meno scontato, almeno dal mio punto di vista, ed era ciò che mi interessava sapere. Se mi puntassero una pistola al petto e mi chiedessero di dire la mia impressione dopo la lettura dei tre capitoli, io direi che la mia impressione è che in questo caso i due linguaggi coincidano più sì che no. Ma le impressioni spesso fanno cilecca, perciò le ho fatto la domanda che le ho fatto.
    (Intendiamoci, non è che ci sia una cosa giusta e una sbagliata, c’è solo la mia illimitata ‘curiosità’ e passione letteraria).

  33. vbinaghi Dice:

    Tieni conto che la letteratura induce dipendenza. Spesso quando scrivo su blog mi atteggio a qualcuno dei miei personaggi, e non sempre ai migliori. :)

  34. Greco Sabrina Dice:

    “Che strane creature”.:-)

  35. Giulio Mozzi Dice:

    Nel saggio “Il romanzo sperimentale” (che è del 1880, quindi di centotrent’anni fa) Zola dice (semplifico): la realtà è la realtà; possiamo considerare quella particolare riproduzione della realtà che è il romanzo alla stregua degli esperimenti che i fisici o i chimici costruiscono per verificare o falsificare le loro ipotesi. Volendo tradurre il titolo di quel saggio con parole non equivoche (perché, in effetti, Larry, l’equivoco di Valter è legittimo: oggi, quando si parla di “sperimentalismo” in letteratura, generalmente ci si riferisce alle neoavanguardie degli anni Sessanta del Novecento – cinquant’anni fa), si potrebbe dire: “romanzo scientifico” o, volendo storicizzare, “romanzo positivistico”.
    Ora, però, credo che potremmo anche ricordarci di quant’acqua è passata sotto ai ponti. La concezione della scienza di Zola è – a guardarla da oggi – semplicistica se non addirittura ridicola. L’idea che il romanzo possa essere una riproduzione oggettiva della realtà era ideologicamente presentabile centotrent’anni fa (in quanto combatteva, nell’agone letterario, contro la letteratura iperconvenzionale che furoreggiava al tempo: quella che oggi non leggiamo più), ma oggi fa ridere i polli.
    Mi pare.

  36. Elena Dice:

    Mi stavo appassionando alla storia, poi ho letto i commenti e ho un po’ perso la rotta.

    Intanto capisco poco gli appunti retorico narratologici sul narratore, il punto di vista ecc. Per me la narratologia ha una funzione descrittiva, supporta l’analisi del testo e la didattica, ma non può essere di per sé un vincolo (come la poetica di Aristotele nel Seicento). Verga rompe tutte le convenzioni retoriche costruendo un intero romanzo sull’eccezione del discorso indiretto libero. Per lui, come per Valter, vale un solo criterio: questa voce mi convince o no? Rompe il patto letterario che ho stretto con l’autore? Qualcosa interrompe la mia momentanea sospensione dell’incredulità?
    Altrimenti è come assaggiare un buon pesto di erbe miste e commentare “però il pesto vuole solo il basilico”.
    Io non ho colto fastidiose incongruenze ( … anche se la “bistecca alla Grande Madre” …), sarò credulona.

    Per LM: Sullo sperimentare … fino alla citazione di Zola, non mi era chiaro il senso dell’equivalenza romanzo-sperimentalismo. Nell’ismo non riconoscevo Zola. In ogni caso la previsione di Zola (fortunatamente errata) vedeva nel destino della narrativa proprio i “faits divers”, fatti di cronaca, cioè più o meno il reportage individuato (ingiustificatamente per me) nella narrazione di Valter.

  37. Elena Dice:

    Ancora su Zola: il suo romanzo “sperimentale” posa su una fiducia di fondo che attribuisce alla letteratura il compito di portare progresso sociale. Il romanzo era una sorta di strumento diagnostico al servizio della società (secondo una visione anche piuttosto deterministica dell’uomo nella sua dimensione morale), nella misura in cui consentiva di identificare le cause del disagio sociale e induceva la società stessa a ipotizzare soluzioni.
    I personaggi erano un po’ cavie da laboratorio su cui il narratore scienziato misurava possibili incroci esistenziali, come in quei giochi di ruolo in cui pochi elementi restringono il campo delle possibilità: in questo caso, le leggi naturali di race (elementi biologicamente ereditari), milieu sociale (ambiente) e moment (momento storico).

    Tanto per cominciare, forse, oggi che il mondo è/si rivela un po’ più complesso, si fatica a credere in un determinismo così nettamente distinguibile.
    Per fortuna. Personalmente non mi convincono i tentativi di legare la vocazione morale del narrare (che pure esiste) a finalità estrinseche. Soprattutto, l’inattendibilità delle previsioni mi pare una grazia dell’arte e della vita.

  38. vbinaghi Dice:

    “l’inattendibilità delle previsioni mi pare una grazia dell’arte e della vita.”

    Elegantissimo. Approvo incondizionatamente.

  39. LM Dice:

    Mozzi, ci ho così poco da fare che anche far ridere i polli potrebbe risultare per me una valida occupazione (dato che ci sono la battezzo Nineddoche 126). Però a me pare che Zola parlasse di metodo sperimentale in senso di adesione al positivismo scientifico. Infatti, ismo o meno, gran parte della romanzeria che ci ha formati tutti, anche pre Zola, è scientifica, empirica, nel senso che deriva da una scelta di metodo. Non sarà, Mozzi, che voialtri siete, del tutto legittimamente, un po’ metafisici, se non spitritualisti?

  40. enrico Dice:

    ma non è il romanzo moderno sin dall’origine, da Cervantes almeno, sperimentale, nel senso che gioca con il proprio senso d’esistenza, con i suoi linguaggi, è linguaggio di linguaggio, ironia di forme, duttile “oggetto” da riformulare sempre, per metter fuoco su un oggetto (il “reale”) che quotidianamente muta, e vuole di nuovo essere nominato, raccontato – non è il tentativo di far vedere come la letteratura sempre naufraghi, come i poemi cavallereschi di Don Chisciotte, non è l’irrisione definitiva delle nostalgie neoclassiche, della fissità dell’ideale – e in questo senso sempre sperimentale?…

  41. Giulio Mozzi Dice:

    Larry, scrivi:

    Però a me pare che Zola parlasse di metodo sperimentale in senso di adesione al positivismo scientifico.

    Non capisco il “però”. Ho appena finito di dire che Zola è un campione della cultura positivistica, e tu mi dici: eh, però era positivista.

    …gran parte della romanzeria che ci ha formati tutti, anche pre Zola, è scientifica, empirica, nel senso che deriva da una scelta di metodo

    Ho il sospetto che tu usi le parole “scientifico”, “empirico”, “derivante da una scelta di metodo” un po’ a vanvera. Sei sicuro di sapere che cosa significano?
    Le etiopiche di Eliodoro, il Gargantua e Pantagruele di Rabelais, l’Orlando furioso dell’Ariosto, il Don Chisciotte di Cervantes, il Tristram Shandy di Sterne… tutta roba “scientifica”? “Empirica”? “Derivante da una scelta di metodo”?
    Suvvia.
    Certo: nell’Ottocento una sorta di utopia scientista s’impadronì di una parte dei romanzieri. L’Ottocento è finito centododici anni fa.

    Non sarà, Mozzi, che voialtri siete, del tutto legittimamente, un po’ metafisici, se non spiritualisti?

    No, per carità. Per quanto mi riguarda, semplicemente, so riconoscere la distanza tra la cultura scientifica presente e quella di centotrent’anni fa. Ho anche una certa curiosità – ma perché, come tutti, ci ho le mie perversioni – nei confonti di quella cara vecchia bufala che fu il cosiddetto positivismo (ho perfin letto un po’ di Comte e Lombroso). Nei confronti dello spiritualismo (se intendi quella corrente filosofica che comincia più o meno con Victor Cousin – del quale, mi ricordo, addirittura lessi in gioventù un trattatello d’estetica -, e arriva fino più o meno a Bergson e Blondel), confesso che mi è un tantino estranea: son libri che faccio fatica a capire di che cosa parlino esattamente (Valter può testimoniare una certa mia sordità in proposito). Quanto alla metafisica, mi limito – come noto – a essere fortemente convinto che questo mondo sia stato creato; non mi attento però a dimostrare che ciò che credo sia vero, e quindi forse più che tanto metafisico non sono.

  42. LM Dice:

    Senti Mozzi, se non le sai te queste cose, che ci hai la scuola, non le sa nessuno. Però Zola l’ho tirato dentro solo perchè fu lui a formulare il concetto di romanzo sperimentale, anche se il senso che lui gli dette, quello cronachistico scientifico positivistico, è ovvio che non è più attuale (ma sarebbe grasso che cola se almeno gli scrittori che si dicono realisti o non-fiction novel ne tenessero conto quando si posizionano all’interno delle loro narrazioni, per via che la posizione dell’osservatore inficia i risultati dell’osservazione). Io, però, ho usato un preciso passo, che mi pare indichi ai romanzieri la necessità generale di avere un atteggiamento scientifico (sul quale, almeno in termini epistemologici, sono abbastanza preparato e accetto duello dialettico quando vuoi). Infatti l’arte del romanzo è diventata dal novecento un’arte conoscitiva, e, per assurdo, mediante l’ esercizio della critica, lo sono diventati un po’ anche i romanzi precedenti (non è che me l’invento io la ” sperimentalità ” dei romanzi di Rabelais, Cervantes, Swift, Sterne, Dujardin, Flaubert ecc)

    Tornando alla ragione prima del mio intervento, avevo capito benissimo che Binaghi disprezza gli atteggiamenti intellettuali avanguardistici, e immagino anche a chi riferisce il suo disprezzo (ma su Balestrini sbaglia). Niente di male, nemmeno a me sta simpatico l’intellettualismo, specie se avanguardista. Ma attenzione a buttare il bambino letteratura-arte per rimanere immersi nell’acqua sporca giornalismo-attualità. Tutto qui.

  43. LM Dice:

    Ops: il seguente passo va letto così: per via che una posizione non corretta dell’osservatore inficia i risultati dell’osservazione

    Mi scuso ma fa caldo.

  44. Elena Dice:

    Cioè Joyce, Svevo, Pirandello, Kafka, Buzzati e un bel po’ di Calvino … tutti neopositivisti e scienziati? Conoscenza e scienza non sono proprio sinonimi.
    LM, grazie per aver rinunciato a qualche ismo, ma, detto con un sorriso, sperimentalità non si può sentire/leggere.

  45. enrico Dice:

    Scrivi LM “Infatti l’arte del romanzo è diventata dal novecento un’arte conoscitiva”… in che senso, secondo te? Mi fai un paio di esempi concreti di romanzi (ammesso e non concesso che romanzo = letteratura) che ha “intenti conoscitivi” e precisamente CHE COSA fa conoscere? Qual è il suo OGGETTO DI CONOSCENZA?
    (ammesso e non concesso che scienza, o atteggiamento scientifico = conoscenza).
    Se la scienza si declina come la differenziazione sempre più “spinta” delle “scienze” (vedi per esempio la scienza medica)… ogni partizione scientifica ha un diverso OGGETTO (non vai dal cardiologo se hai un eczema…); la letteratura quale oggetto di conscenza avrebbe? (Ammesso e non concesso che la letteratura sia – in via preferenziale – un’arte conoscitiva, ovverosia che la letteratua sia “una” delle scienze (???)).

  46. vbinaghi Dice:

    Enrico, la narrazione è certamente conoscenza, ma del singolare, e forse anche Elena sarebbe daccordo. Orrenda bestemmia però, per chi come credo Larry riconosce come unica forma del conoscere quella epistemica, dell’universale, di derivazione greca.
    Ci sono voluti quasi duemila anni per capire che l’egemonia dell”episteme” ha sì realizzato il dominio tecnico sulla natura, ma a prezzo di rimuovere l’unica caratteristica essenziale della personalità, cioè la singolarità della propria storia. Per questo la narrazione, con il romanzo, è esplosa come controcanto rispetto al trionfo del modello epistemico. E proprio i tentativi del naturalismo (Zola ma anche Verga) di ridurre la storia singolare del personaggio alle circostanze sociali e ambientali, si configura come un grande equivoco, nell’epoca di massima egemonia dello scientismo. A chi interessa questa tematica consiglierei di leggere “Filosofia e narrazione” di Adriana Cavarero (Feltrinelli).

  47. Elena Dice:

    Sono abbastanza d’accordo in effetti, anche perché la conoscenza prima di essere un risultato è un atto.

    La questione del romanzo riguarda, mi pare, la specificità del soggetto della conoscenza (l’autore e il lettore, quando poi la scrittura comunica) e dell’oggetto della stessa (il bene, il male, perché si vive, si ama, si soffre, si muore …). Nel Novecento si approda a una concezione non più unitaria della coscienza, che così, proprio allora, diviene il principale oggetto dell’indagine.

    In soldoni: se la mente umana ha (come ha) una disposizione a cogliere i rapporti matematici e la superficie di un dato triangolo ha (come ha) caratteristiche matematicamente misurabili, si può determinare, con metodo matematico, una conoscenza precisa ed oggettiva (dunque scientifica) dell’area del triangolo. Ma se l’oggetto del romanzo è chi sono io, chi è tu e tutto il seguito di domande cui si faceva riferimento, allora (mi scuso per l’azzardo) il romanziere assomiglia un po’ al fisico delle particelle che deve fare i conti con il priincipio di indeterminazione.
    [Per questo Zola è morto prima!]
    Tutto questo toglie fascino alla ricerca dellpo scrittore e del lettore? Per me no.

  48. LM Dice:

    @Elena
    è vero che il derubato che sorride ruba qualcosa al ladro (Pasolini), ma io non ho alcuna intenzione di sottrarti le tue solide e giustificatissime convinzioni da pur ista della lingua. Infatti, sospettoso pur io, e pur moderatamente contrario alla carcerazione preventiva, avevo in via cautelativa imprigionato tra le virgolette il termine a te inviso. Comunque, chi sorride ha (quasi) sempre ragione. Quanto al resto sto semplicemente dicendo che il romanzo ha a che fare con la conoscenza, non più con lo svago (per fortuna di tutti); ma scrivere un romanzo rimane un atto artistico, prima di tutto, che non può essere fatto astraendosi dalle tendenze generali, dalle teorie letterarie, dall’osservazione o lo studio di chi ha scritto romanzi prima di noi o li scrive nei nostri stessi tempi. Che il romanzo tenda a produrre conoscenza della realtà o di sé stessi, del plurale o del singolare, della lingua o della psiche, con atteggiamenti formalisti o contenutisti, poco importa. In questo senso tutti i nomi che fai – a parte Buzzati che non ho mai letto, e Pirandello, che è un caso a parte, secondo me meno importante di quanto siamo stati portati a credere da ragazzi, almeno come narratore -, ma anche quelli che non fai, hanno avuto un atteggiamento conoscitivo anche in senso scientifico: Svevo stesso, non è da considerare uno scienziato della psiche al pari di Freud, Jung ecc?

    Ps: da epistemico abbastanza convinto, dico anche di rispettare profondamente quello che dice Binaghi circa la conoscenza del singolare, che però conferma le mie impressioni circa un suo atteggiamento spiritual ista, anti scientifico.

  49. Elena Dice:

    Lm mi spiace di esser stata pedante, volevo solo essere spirit osa
    Su Pirandello taccio: rischiamo un ripasso del programma di maturità.

  50. vbinaghi Dice:

    @LM
    Non anti-scientifico, se non si identifica la scienza con un ideale scientifico storicamente dato (se preferisci, parliamo con Kuhn di “paradigma”), che è in forte ridimensionamento dopo la crisi della fisica classica. In filosofia il punto di rottura è Kierkegaard.

  51. Giulio Mozzi Dice:

    Larry, se vuoi che noi si intenda il concetto di “romanzo sperimentale” diversamente da come lo intendeva Zola, a che pro tirarlo fuori e illustrarlo citando Zola?
    Scusa, eh.

    Peraltro, prima avevi detto:

    … tornando allo sperimentalismo, mi riferivo a quello di Zola…

    E allora uno che ti legge si domanda: ma questo sant’uomo si riferisce o non si riferisce al concetto di “romanzo sperimentale” dello Zola? Usa o non usa quel concetto? Oppure usa un concetto che chiama allo stesso modo, che illustra con parole di Zola, ma che però è diverso?

    Adesso citi come campioni di “sperimentalità” una serie di autori (“Rabelais, Cervantes, Swift, Sterne, Dujardin, Flaubert”) e cui opere non hanno nulla che fare col concetto di “romanzo sperimentale” proposto da Zola, e il cui eventuale sperimentalismo ha invece molto che fare, piuttosto, con la sperimentazione formale, ossia con lo sperimentalismo delle avanguarie (al quale però tu, prima, dicevi di non volerti riferire…).

    La citazione di Zola che hai proposto all’inizio finisce così:

    Dovremo allora confrontare fra loro le azioni di questo uomo e dovremo esaminare come egli agisce in questa o quella circostanza; in una parola dovremo ricorrere al metodo sperimentale.

    Che è esattamente la proposta di considerare il romanzo come un “esperimento scientifico”, ossia ciò che è oggi, direi, del tutto inattuale.

    Valgono dunque ancora le mie risposte precedenti.

  52. Larry Massino Dice:

    Mozzi, sai che ammiro tantissimo la tua chirurgica precisione enunciativa, ma questa volta te l’accomodi un po’, travisando i miei testi, che del resto, per forza di cose, non possono essere definitivi, vista la sede della discussione. Nella quale discussione, del resto, ho solo posto il problema di una sorta di irresponsabilità culturale del Binaghi scrittore, autore di questo preciso romanzo; non perchè ce l’ho con lui (anzi), ma perché ritengo che la generale tendenza a impoverire le forme e i linguaggi sommergerà (ha sommerso da mo…) tutti noi sotto la pretesa di qualunque lettore, e, a maggior ragione, di qualunque non lettore, di fare letteratura (basta avere un po’ di visibilità e passi, con la scusa della simpatia, o del valore di testimonianza, o della profondità spirituale, o dell’abilità espressa in qualunque altro campo, o della sensibilità…). Tornando ai tuoi travisamenti: sottoponendo i tuoi ultimi enunciati denigratori a una qualunque verifica (stringi il cornetto) sperimentale, essi risulteranno per quello che sono: antiscientifici, contradditori, vale a dire falsi. Tutti sappiano che (grattati sotto) la scienza si evolve, in tutti i campi. E si è evoluta, in campo letterario, anche speculando sul concetto di romanzo sperimentale proposto da Zola. Il passo mio, che dovresti studiarti meglio, se davvero vuoi dibattere e non solo prevalere, è il seguente: ” Infatti l’arte del romanzo è diventata dal novecento un’arte conoscitiva, e, per assurdo, mediante l’ esercizio della critica, lo sono diventati un po’ anche i romanzi precedenti (non è che me l’invento io la ” sperimentalità ” dei romanzi di Rabelais, Cervantes, Swift, Sterne, Dujardin, Flaubert ecc) “.

    Insomma, Mozzi, se si vuol discutere davvero, famo a capisse… se no lasciamo perdere.

  53. LM Dice:

    Mozzi, sai che ammiro tantissimo la tua chirurgica precisione enunciativa, ma questa volta te l’accomodi un po’, travisando i miei testi, che del resto, per forza di cose, non possono essere definitivi, vista la sede della discussione. Nella quale discussione, del resto, ho solo posto il problema di una sorta di irresponsabilità culturale del Binaghi scrittore, autore di questo preciso romanzo; non perchè ce l’ho con lui (anzi), ma perché ritengo che la generale tendenza a impoverire le forme e i linguaggi sommergerà (ha sommerso da mo…) tutti noi sotto la pretesa di qualunque lettore, e, a maggior ragione, di qualunque non lettore, di fare letteratura (basta avere un po’ di visibilità e passi, con la scusa della simpatia, o del valore di testimonianza, o della profondità spirituale, o dell’abilità espressa in qualunque altro campo, o della sensibilità…). Tornando ai tuoi travisamenti: sottoponendo i tuoi ultimi enunciati denigratori a una qualunque verifica (stringi il cornetto) sperimentale, essi risulteranno per quello che sono: antiscientifici, contradditori, vale a dire falsi (con rispetto parlando). Tutti sappiano che (grattati sotto) la scienza si evolve, in tutti i campi. E si è evoluta, in campo letterario, anche speculando sul concetto di romanzo sperimentale proposto da Zola. Il passo mio, che dovresti studiarti meglio, se davvero vuoi dibattere e non solo prevalere, è il seguente: ” Infatti l’arte del romanzo è diventata dal novecento un’arte conoscitiva, e, per assurdo, mediante l’ esercizio della critica, lo sono diventati un po’ anche i romanzi precedenti (non è che me l’invento io la ” sperimentalità ” dei romanzi di Rabelais, Cervantes, Swift, Sterne, Dujardin, Flaubert ecc) “.

    Insomma, Mozzi, se si vuol discutere davvero, famo a capisse… se no lasciamo perdere.

  54. Giulio Mozzi Dice:

    Mi fai vedere le contraddizioni, Larry?

  55. LM Dice:

    La contraddizione principale è che vai alla ricerca di contraddizioni in uno spazio di discussione, i commenti di un blog, dove è facilissimo trovarne, perché non tutti gli enunciati possono essere spiegati in maniera diciamo così scientifica e completa, a partire dal concetto di romanzo sperimentale di Zola. Al quale concetto io non ho mai detto di aderire, ho solo detto che non si può non tenerne conto (se preferisci, ho cercato di far intendere che esso si è evoluto al punto di contenere qualunque lavoro letterario, in positivo o in negativo. Mi sbaglio? Può darsi). D’altra parte questa divisione tra sperimentalismo per così dire contenutistico e sperimentalismo per così dire formale è secondo me manicheo.

    Ti lascio con una riflessione non mia, che condivido pienamente (penso l’avrebbe condivisa anche Zola): “ lo specifico della narrazione è l’organizzazione della materia, non la materia stessa. L’errore più comune di chi si mette a raccontare la propria vita con intenti artistici (perché si può anche raccontarla con intenti non artistici: per testimoniare qualcosa, ad esempio, o per vantarsi, o per amore verso i propri nipoti) è proprio questo: cedere alla forza della materia, dimenticano che lo specifico della narrazione è l’organizzazione della materia stessa “.

    Parliamone, di questa organizzazione della materia, davvero; possibilmente non solo io e te, che si sembra a una partita di scacchi tra vecchietti al parco (peraltro io sono giovanissimo).

    Ps: nel frattempo mi sono accorto di non aver risposto alle severe oservazioni di Enrico. Me ne scuso, non avevo nessuno intenzione di ignorarlo, né di sottrami al confronto, solo di non prevalere spazialmente nella discussione.

  56. Giulio Mozzi Dice:

    Larry, mi pare che anche discutendo in un blog sia possibile non contraddirsi. Basta conservare memoria di quel che si scrive, o almeno rileggerlo.

    Ho sostenuto che del concetto di “romanzo sperimentale” di Zola oggi ce ne facciamo ben poco: e ho già detto perché. Mi sono contraddetto?

    Tu scrivi:

    ho cercato di far intendere che esso si è evoluto al punto di contenere qualunque lavoro letterario, in positivo o in negativo. Mi sbaglio?

    Secondo me sì, perché quel concetto di “romanzo sperimentale” a me non pare si sia “evoluto”: mi pare sia stato messo da parte – insieme a quasi tutto il positivismo -, come le care vecchie cose di pessimo gusto che non servono più.

    Molte altre cose di Zola sono vive: i suoi romanzi, innanzitutto; e il suo metodo di lavoro; e il suo “J’accuse”. Non, invece, quella sua teorizzazione del “romanzo sperimentale”, non la sua teoria pseudobiologica e deterministica della degenerazione à la Hyppolite Taine.

    La distinzione (non direi la “divisione”) “tra sperimentalismo per così dire contenutistico e sperimentalismo per così dire formale” non può essere “manichea”: è semplicemente descrittiva. Non c’è nessun giudizio implicito in questa distinzione.

  57. LM Dice:

    Mozzi, a rispondere 2 settimane dopo mi sembra che giochi opaco. Non è da te. Io resto invece convinto che da quel concetto di romanzo sperimentale si sia andati molto avanti. Ma non m’impunto. Del resto non mi va di discuterne in un blog, di queste robe noisose: dopo un po’ si diventa ridicoli, perché la rete non è tanto favorevole agli approfondimenti, in qualunque campo. Semmai ci si sfidi a scrivere ognuno un proprio articolo, sul tema, per poi sottoporlo al sereno giudizio della comunità letteraria.

    Osservo anche che non mi hai risposto sul passo citato, che ben descrive, a mio avviso, i difetti del lavoro di Valter Binaghi: “ lo specifico della narrazione è l’organizzazione della materia, non la materia stessa. L’errore più comune di chi si mette a raccontare la propria vita con intenti artistici (perché si può anche raccontarla con intenti non artistici: per testimoniare qualcosa, ad esempio, o per vantarsi, o per amore verso i propri nipoti) è proprio questo: cedere alla forza della materia, dimenticano che lo specifico della narrazione è l’organizzazione della materia stessa “. Penso che non mi hai risposto perché sai benissimo che è tuo, il passo citato, che contraddice tutto quanto vai dicendo in questa discussione a favore di un romanzo che pare contenere tutti in una volta quelli che appena un anno fa consideravi difetti… http://www.coeconews.com/2011/09/14/show-don-t-tell-intervista-a-giulio-mozzi/

    Ad ogni modo buon ferragosto.

  58. Giulio Mozzi Dice:

    Mozzi, a rispondere 2 settimane dopo mi sembra che giochi opaco. Non è da te

    Avevo solo perso il filo.

    Io resto invece convinto che da quel concetto di romanzo sperimentale si sia andati molto avanti.

    Così avanti che credo non abbia più senso riferirsi a quel concetto lì. I fisici atomici non se ne fanno nulla dell’atomismo di Lucrezio, per dire.

    Quanto al romanzo di Valter Binaghi: in questa discussione io non ne ho proprio parlato. Quindi non vedo come potrei averlo difeso, e come potrei essermi contraddetto nel difenderlo.

    Che in questo romanzo Binaghi abbia “raccontato la propria vita con intenti artistici” è un’ipotesi. Legittima, e da verificare.

    Se poi quello che vuoi dire è che “Pigra giovinezza” è un romanzo che non contiene novità formali, non stento a essere d’accordo. Ciò non gli impedisce di essere, secondo me, un buon romanzo.

  59. LM Dice:

    Può essere che fai troppe cose, Giulio, per questo perdi qualche volta il filo. Ad ogni modo beato te: io non ci ho mai un cazzo da fare! Larry Massino, in questa discussione in casa tua, ci è entrato così, con la massina educazione:

    LM Dice:

    25 giugno 2012 alle 21:23
    Nei commenti a uno dei precedenti capitoli ho letto che Binaghi dice che non ne può più dello sperimentalismo. Ognuno la pensa come vuole, ma perché chiama romanzo questo testo? Romanzo e sperimentalismo, in senso stretto, non sono la stessa cosa? Per me questo non è romanzo, è piuttosto un manufatto narrativo da collocarsi nel mercato dell’informazione, un reportage su rapporto padri figli adolescenti da pubblicare a puntate su Vanity Fair, o riviste simili, giustamente scritto con la lingua e il pensiero di un lettore frettoloso. Lo dico senza offesa (nemmeno per il lettore frettoloso), giusto per discutere su come viene concepito oggi il romanzo.

    Larry Massino

    Poi: ” dimenticano che lo specifico della narrazione è l’organizzazione della materia stessa ” lo scrivevi tu un anno fa, e il vecchio Zola sarebbe d’accordissimo. Se la tua osservazione è ancora valida, deve valere per tutti gli oggetti narrativi, non solo per quelli scritti da persone che ci sono antipatiche. Se vale per tutti, deve valere anche per il testo di Binaghi, che non ci sta affatto antipatico… Se vale anche per Binaghi, egli pure si è dimenticato che lo specifico della narrazione è l’organizzazionbe della materia stessa. Quindi, sempre secondo il tuo modo di vedere di un anno fa, che condivido, il testo di Binaghi non può essere un buon romanzo. Giusto un buon reportage da pubblicare a puntate su Vanity Fair o simili, come appunto dicevo io all’inizio…

  60. Giulio Mozzi Dice:

    Ma: nei romanzi di Zola che conosco (ho letto “L’Assommoir”, “Nana”, “Le Bonheur des Dames”, “L’oeuvre”, “La bête humaine”) l’organizzazione della materia narrativa non sia né innovativa né di per sé particolarmente interessante. Ciò non impedisce ai suoi romanzi di essere belli e interessanti. Peraltro, tirare dalla propria parte un nome autorevole (Zola) che non può rifiutarsi di essere tirato (in quanto è morto) è il più debole dei possibili usi del principio d’autorità.

    Le tue parole dalle quali ora riparti:

    …ho letto che Binaghi dice che non ne può più dello sperimentalismo. Ognuno la pensa come vuole, ma perché chiama romanzo questo testo? Romanzo e sperimentalismo, in senso stretto, non sono la stessa cosa?

    nascevano da un equivoco (i due sensi, estranei l’uno all’altro, della parola “sperimentalismo”, da te riferita al “romanzo sperimentale” di Zola e da Binaghi riferita alle cosiddette “neoavanguardie” italiane degli anni Sessanta). Non vedo ragioni per riproporre l’equivoco.

    La tua ipotesi, che in questo romanzo Binaghi abbia “raccontato la propria vita con intenti artistici” è verificabile/falsificabile?

    Per parte mia, ripeto: se quello che vuoi dire è che “Pigra giovinezza” è un romanzo che non contiene novità formali, non stento a essere d’accordo. Ciò non gli impedisce di essere, secondo me, un buon romanzo.

  61. LM Dice:

    Equivoco dopo equivoco… di Zola non me ne frega nulla, ancora meno delle teorie dei neosperimentali (escluso Giorgio Manganelli, che però è uno scrittore più che un teorico, anche quando teorizza…); avevo solo usato un passo che mi sembrava e mi sembra indicativo di una maniera di intendere il romanzo che non si è mai involuta. Del resto hai diritto a sostenere che i romanzi che pubblichi tu sono dei buoni romanzi. Direi pure che ti fa onore. Il fatto è che ti inchiodano le tue stesse affermazioni: ” dimenticano che lo specifico della narrazione è l’organizzazione della materia stessa ”.

  62. Giulio Mozzi Dice:

    Del resto hai diritto a sostenere che i romanzi che pubblichi tu sono dei buoni romanzi. Direi pure che ti fa onore.

    Non diciamo cazzate, per piacere. Credo di avere il diritto di pubblicare quei romanzi che mi sembrano buoni.

    Peraltro, Larry, ogni tanto mi dispiace davvero di non aver il gusto dell’insolenza. Non riesco a praticarla, e tantomeno a divertirmici.

  63. LM Dice:

    Lo vedo solo ora, perché ci sono state le vacanze di mezzo. Capisco meglio perché nei nei miei confronti hai un atteggiamento apertamente ostile, in questi giorni… assai oltre il solito. Nulla di male, per carità, le tue idee sulla letteratura – che traspaiono da quello che pubblichi e che sostieni pubblicamente -, ma ancora di più le tue idee sulla vita, sono così distanti dalle mie che è quasi naturale il disprezzo (che tuttavia non è reciproco, avendo io una mentalità illuminista, proprio quello che a te probabilmente disgusta). Però, che cosa intendi esattamente per insolenza? C’è qualcosa di più insolente del trattamento Mozzi che mi hai riservato fin dai primi commenti che mi sono permesso di fare sul tuo blog? Cosa vuoi fare oltre, una spedizione punitiva, denunciarmi all’inquisizione, mettermi al rogo?

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