Linea della vita; parte seconda: Vigilie d’estate
di Cecilia Musella
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L’immagine qui sopra è un dettaglio di un’opera di Emiliano Ponzi.
Questa è l’ultima puntata.
Una fine
Quest’anno l’inverno sembrava dovesse durare per sempre e invece è arrivata anche per noi la vigilia dell’estate. Nelle mattine libere io e Amalia ce ne stiamo in giardino mentre l’aria è invasa dal ronzio delle seghe tagliaerba, trasportato dalle villette che ci accerchiano. Sotto il frastuono, le fronde recise stramazzano sui marciapiedi ammutolite, prima di essere caricate sui furgoni. Noi due guardiamo la scena allungando il collo per sbirciare oltre il minareto delle siepi, che la tosatura ha reso compatte e affusolate.
Lunedì Danilo ha un altro controllo, ma il rigetto dell’intervento dovrebbe essere scongiurato. Il braccio tornerà a far male con i cambi climatici, e lui si sta abituando all’idea di convivere con una cicatrice. E’ semplicemente qualcosa di inciso, come me e Amalia, ma questa può guardarla allo specchio, in quella lisca rosa che ha piallato un solco liscio dal polso al gomito. Io e sua figlia, invece, non abbiamo il beneficio dell’evidenza ma solo la fiducia: in noi due, nel nostro amore, è costretto a credere, per sapere che esistiamo. Siamo la sua religione da eretico.
Tra Danilo, mamma e papà va un po’ meglio, mi pare. E’ bastato che io smettessi di essere un magnete che polarizza sentimenti e aspettative. A un certo punto il cervello ha disimparato a reagire: giro in folle, ignoro i loro alterchi. In questa mia mollezza, tutti si sono incanalati dentro un basamento placido, qualcosa di simile alla reciproca civiltà, al rispetto.
La casa di Vallecorta l’ha sgomberata il Comune, ci sarà una disinfestazione e per il momento di venderla non se ne parla. Prenderemo un po’ di soldi dalla denuncia per danni contro il figlio del vecchio abusivo che ha aggredito Danilo.
Io ho messo su un chilo, stipulando un accordo unilaterale con me stessa per un pesarmi prima di una settimana. Il ventotto sono riapparse le mestruazioni, macchie di sangue vergine, rosa e intermittenti.
In azienda stanno saldando gli arretrati degli stipendi, all’improvviso la crisi forse non esiste più. In amministrazione vogliono stabilizzare un collega e quindi va tutto bene. La cassaintegrazione è stata interrotta, ma ufficialmente possono riprenderla in qualunque momento. La tensione è liquefatta nell’astenia. Chi ha potuto si è dimesso e lavora altrove, noi siamo ancora qui, bravi gregari. E’ bastato riavere un versamento mensile sui conti e abbiamo dimenticato l’ardore della protesta.
Ieri sono stata in giro con la mia piccola famiglia, in una domenica sera imbiondita dal tramonto. Abbiamo preso un gelato che Amalia ha assaggiato sputando nel cucchiaino, siamo andati al parco dove Danilo ha mostrato alla bambina flaccide anatre a mollo in un laghetto assalito da moscerini. Mentre nostra figlia, con il faccino corrugato, memorizzava desiderosa l’architettura delle giostre per i bambini più grandi, lui mi ha affondato le mani sulla nuca: «Magari tra un po’ lo facciamo un altro marmocchio, così se lo cresce la sorellina ch’è già bella ‘sperta…».
Lo guardo dentro l’inclinazione di luce del sole morente: «Dovrei fare un altro figlio con te? Dici che mi conviene?»
«Secondo me sì. Se una è venuta tanto bene… Ma prima potremmo sposarci.»
Immagino che questo sia il massimo della proposta ufficiale che riceverò mai da parte di Danilo. Attraversiamo il ponte, la macchia lucida del laghetto ci riflette tutti e tre in una scultura tremolante. Una famiglia, come tante e come noi soltanto. Mi accorgo che sono più vicina a Danilo, adesso camminiamo radenti: «No, non sposarmi. Sai cosa vorrei, invece?»
«Cosa?»
«Che ti svegli ogni mattina nel mio stesso letto, e senza doverlo fare perché è scritto su qualche contratto.»
Danilo mi prende la mano destra: «E’ quella giusta, si fa così…? Sì, lo voglio».
Poi abbiamo visitato un negozio di mobili e io mi sono seduta su un largo letto matrimoniale di quelli bassi con la testata imbottita, sistemato al centro di una camera figa, bianca e nera. C’erano un armadio con i battenti scorrevoli di pannelli a contrasto, una cassettiera alta, comodini, lampade minimaliste, una sedia e un tavolino arredato con un vassoio da colazione in stile orientale. Ho accarezzato la trapunta a fiori stilizzata e mi sono puntellata su un gomito, come in una televendita.
Da un mese qualche mobile nuovo ce l’abbiamo pure noi. Danilo è riuscito ad affittare l’appartamento di sua madre e ha concesso un parziale trasloco che ha ripulito la nostra casa di Ripa dal lascito raffazzonato della proprietaria.
La camera da letto di Teresa, il frigorifero e la lavatrice nuova che mia suocera aveva comprato poco prima di morire, sono il nostro canovaccio. Ovunque andremo, si partirà da qui.
La casa di nonna Laura la prenderà Ambra. Mamma ci ha comunicato che non ce la fanno più con le spese, e se non la compra mia sorella dovrà venderla. Anche perché c’è già un acquirente, zia Sandra, che insiste da anni per riscattare il focolare di sua madre.
Sapevo di non poter essere io la vincitrice del nostro appalto, ma se non ci riuscisse Ambra sarebbe una beffa. Se dopo tante tribolazioni mamma e papà dovessero dar via la casa. No, non avrebbe senso. Invece un senso dev’esserci.
Mi fa male pensare che un salomonico epilogo dei fatti possa darcelo proprio zia Sandra. In quest’anno non ho fatto nulla di concreto per avere quella casa. Il cambio di sede in ufficio non l’ho mai chiesto, poi c’è stata la crisi e io sono rimasta a correre in tondo. Correvo ed ero ferma qui. Se Sandra comprerà la casa di nonna Laura, sarà la seconda volta che questa donna cambia la direzione della mia vita. La prima è stata quando in un’estate lontanissima mi abbandonò in mare costringendomi a nuotare. Avrò avuto otto anni: zia Sandra mi portò al largo attaccata alle sue mani e all’improvviso mollò la presa lasciandomi annaspare sull’acqua. Fu un bene, ma mentre la guardavo ridere della mia paura, con la testa che galleggiava ghigliottinata sulla superficie disfatta del mare, io pensai che non capivo. La sua non era una tattica didascalica, da adulta. Allora a me sembrò soltanto un gesto crudele. Urlavo chiedendo aiuto, imparai a nuotare vergognandomi. Zia Sandra continuava a ridere.
No, la casa sarà di Ambra, dei suoi figli. Mamma farà stimare la casa e sarà elargita la mia quota di sicurezza, il lasciapassare per il futuro che non sono ancora capace di figurarmi.
Continuo ad annaspare tra passato e presente, ma adesso inizio a guardare le adolescenti e magari chiedermi come sarà Amalia. Certe volte osservo le ragazzine con i leggings e le magliette tirate sopra l’addome, che si salutano scambiandosi bacetti sulle guance, e penso che qualcuna le somiglia. Allora una pacifica tenerezza mi trasporta nel futuro. E posso guardare dentro la linea della vita.
Da quando l’inverno è scomparso, ci svegliamo con il profumo delle rose fiorite nei giardini. Il quartiere partorisce rose, ai bordi delle strade e dietro i cancelli.
E a mia figlia io vorrei dire solo questo. Fai scorta del mio amore più che puoi, se mai un giorno dovessi restare senza.
Ringraziamenti
Ringrazio i miei figli perché, qualunque cosa ci accadrà, loro sono la vita che rimarrà, il tempo oltre il mio tempo, che non finisce.


13 marzo 2012 alle 11:32
Avrei preferito che la spina fosse stata staccata a fine della puntata precedente.
Per la lettura agratis, ringrazio l’autrice del testo e chi l’ha proposto.
13 marzo 2012 alle 14:45
Anche io ringrazio tutti voi che avete letto il mio romanzo, e Giulio che mi ha ospitata in Vibrisse facendo conoscere Linea della vita. In queste settimane è stata per me una forte emozione leggere le parole di coloro che hanno trovato qualcosa di bello nelle mie pagine. E altrettanto forte è stato il pensare che, nel tempo di questa pubblicazione, qualcuno mi abbia letta e io abbia potuto lasciare un fulmineo passaggio nella giornata di quei lettori. Così mi capita di credere – lo credo, almeno, quando sono io a leggere – che si smetta di essere soli per far parte di un ideale unione con altre particelle di umanità. Spero che questo possa diventare presto un libro, ma è stato meraviglioso essere qui.
Grazie
13 marzo 2012 alle 17:30
onore al merito, cecilia
13 marzo 2012 alle 19:07
Grazie ancora. Se vi va di ritrovare Ornella e gli altri personaggi del romanzo, sul blog lineadellavita.wordpress.com sto scrivendo qualcosa che potrebbe essere simile a un diario con post dove si può immaginare cosa è successo dopo… un seguito della storia dopo la parola “fine”, che in realtà nel romanzo non è una vera fine perchè i fatti rimangono un po’ sospesi, come accade nella vita