Dalla Bottega di narrazione / Alessandro Lise

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[Come ho spiegato qui, pubblico in questi giorni una serie di estratti dai lavori in corso degli "apprendisti" della Bottega di narrazione. Per leggere tutti gli estratti finora pubblicati, cliccare qui. gm].

Alessandro Lisebrekane [*] è nato a Padova il 3 giugno del 1975. Con lo pseudonimo Alessandro Lise scrive fumetti di difficile reperibilità.

Il romanzo cui sto lavorando da gennaio si compone a tutt’oggi di non più di venti pagine. Racconta il difficile trasloco della famiglia Tschurtenthaler da un quartiere all’altro della città di Padova, nel 1989, durante un’invasione aliena di cui quasi nessuno si accorge. Ho passato quest’anno di bottega ad accumulare materiale e a cercare un modo di metterlo assieme. Non è detto che io l’abbia trovato. Ma la presenza e il supporto di un gruppo così motivato e amichevole ed energico (e simpatico, e fraterno, ed energetico) ha fatto sì che questo lavoro – che mi appariva man mano: difficile, inumano, irrealizzabile, ecc. – mi risulti oggi quantomeno possibile. Insomma, come dice Gene Wilder: “Si. Può. Fare.” Non è, per il mio carattere, un risultato da poco.
Quello che qui viene pubblicato è il primo capitolo. (a.l.)

Il dio della bicicletta
di Alessandro Lise

Sono il dio della bicicletta, sono il re del manubrio, il signore dei pedali, il ragazzo bionico metà carne metà bicicletta; il telaio è la mia estensione, la sella il mio trono; tocco l’asfalto con i copertoni, sento il calore della strada, la ruvidità, le minime imperfezioni dell’asfalto; le camere d’aria si gonfiano, si sgonfiano al mio respiro, portano ossigeno al movimento; il mio sistema muscolare è una catena ingrassata.

Guido pedalava verso l’appuntamento. Portava in spalla una sacca verde con poche cose (scarpe, guantone, un libro) e indossava la divisa. I pantaloni sintetici, bordeaux con una striscia bianca lungo la coscia, gli arrivavano sopra le caviglie e non lasciavano traspirare l’aria, ma Guido sembrava non accorgersene; talvolta piegava la visiera del cappello nel tentativo di adattarlo alla forma della testa. Era più che altro un tic, eseguito senza vera consapevolezza, quasi come battere le ciglia – un gesto di appartenenza a una categoria ben precisa che si riconosceva, quando in borghese, soprattutto da quel movimento della mano: i giocatori di baseball.
Le strade erano vuote, il sole sembrava spalmato sul cielo in una luce diffusa a metà tra il bianco e l’azzurro chiarissimo. Ad ascoltare con cura, nelle ore calde, verso l’una o le due del pomeriggio [#], quando neppure gli insetti avevano più fiato di ronzare e solo esplodeva il frinire delle cicale, si poteva udire il rumore delle radici degli alberi che scavavano in profondità alla ricerca di acqua – le foglie in via di rinsecchimento, flosce, ingiallite prematuramente. Le tapparelle delle case, tutte abbassate per respingere la luce, mantenevano spiragli millimetrici tra le liste, nel tentativo di far passare un refolo d’aria. Negli appartamenti, circondate dal semi-buio, le persone si aggiravano animalesche, in mutande, senza pace, o sedevano su poltrone coperte da lenzuola, perché le fodere di pelle non si sciogliessero, appiccicandosi, a contatto con i corpi. Qualcuno tuttavia spignattava e il profumo del ragù, delle melanzane fritte, della peperonata, si diffondeva nell’aria; alcune coraggiose o qualche testardo, in grembiule, davanti a padelle piene d’olio bollente, preparavano il pasto da portare in spiaggia nei giorni successivi, al Lido, oppure a Sottomarina. Altri invece avrebbero comprato il pollo arrosto in rosticceria, e pregustavano già il momento in cui, a sera, avrebbero potuto stuzzicare gli avanzi freddi. E si immergevano in sogni di insalate di riso, melone e prosciutto, ghiaccioli al limone, frittura di pesce….
C’erano i ventilatori stressati dall’iperattività, e i pochi, pochissimi fortunati possessori di aria condizionata – installata in un’unica stanza – si rinchiudevano con tutta la famiglia ad ascoltare il rumore del getto d’aria, assiepati attorno al mobile come attorno a un camino d’inverno: ne uscivano – quando ne uscivano – con le pettinature più strane, vaporose, quasi solide. A qualsiasi ora, sulle strade si mischiavano le voci ruvide e granulose degli altoparlanti televisivi, il suono contraffatto dei doppiatori di telenovelas…
Guido a tutto questo non ci badava, troppo preso com’era dai pensieri. L’appuntamento era alle nove, nel parcheggio degli impianti sportivi. Procedeva senza mani, perché era in anticipo e poteva fare con calma, e si allenava a curvare solo spostando il peso del corpo. Aveva il pieno controllo della bicicletta, pensava, e poteva andarci senza mani, senza freni, senza sella – pedalando in piedi, oppure seduto sul manubrio, di spalle – anche senza pedali, spingendo come uno skateboard; poteva salire e scendere in corsa, lanciando la bici senza pilota in avanscoperta, o sparata come un missile su un bersaglio; impennarsi su una ruota sola, anche quella anteriore, e procedere così per chilometri; oppure pedalare con le mani, guidando con i piedi, e da lì alzare i piedi in verticale, la testa appoggiata alla sella: non aveva mai provato, ma sapeva che poteva farcela. Aveva provato a pedalare seduto sul portapacchi. Era semplice. Non era semplice, ma sapeva che era fattibile, correre abbastanza veloce da alzarsi in piedi e camminare lungo il telaio; si vedeva surfare sul palo della bici, i piedi in bilico, perpendicolari alla direzione di marcia, lo sguardo in avanti: verso la direzione dell’onda. Immaginava di guidare coi denti – azzannando il manubrio – bendato, trainato da una muta di cani, cui dava ordini telepatici, oppure agganciato al predellino di un camion; si vedeva in equilibrio sopra una betoniera in azione; o ancora: lui sotto, a quattro zampe, la bicicletta fissata in verticale alla schiena e un manubrio modificato in modo da arrivargli alle orecchie; e mentre pensava a tutte le combinazioni possibili in cui avrebbe potuto usare la bicicletta, in ogni spazio possibile (in giro per i tetti della città, o sui crinali dei monti, oppure spinto da razzi a propulsione, così veloce da galleggiare sull’acqua) sentì un clacson dietro di sé e per lo spavento, mentre si girava, perse il controllo della ruota davanti che sfregò contro il bordo del marciapiede, svirgolando, e la bicicletta si animò di un moto tutto suo, individuale, sghembo, obliquo, senza che Guido – anche con le mani sul manubrio, i freni tirati, i piedi quasi a terra – potesse interromperlo e riportarla lungo la traiettoria normale; finché non si ritrovò a sbattere contro il palo di un divieto d’accesso e cadde, con la bici addosso, sopra il marciapiede.
La Panda (verde chiaro, quasi turchese) frenò accanto a lui, e dal finestrino aperto la voce di Marco disse “Il solito scemo”. Sua madre intanto aveva già abbandonato il posto di guida. “Tutto bene?”. Il motore della macchina era ancora acceso. Oltre il cofano si vedeva la morgana liquefare la strada e le case; l’orizzonte sfuocato.
Guido si alzò di scatto. Anche se avesse avuto una frattura multipla, sanguinante, scorticato, col naso rotto e tutto storto, avrebbe comunque sorriso toccandosi la testa e dicendo: “Tutto bene, tutto bene. Non mi sono fatto nulla” e poi, con quel tipico tentativo di rassicurazione che molti prendevano per uno scherzo, quand’era piuttosto un ipercorrettismo, disse: “Mi capita sempre. Alle volte lo faccio apposta.”
“Di sbattere contro un palo?”
Annuì, sorridendo. Si spolverò le cosce, come se fossero coperte di polvere.
Poi sollevò la bicicletta, senza guardarla. Forse aveva qualche raggio incurvato, ma per il resto era senz’altro a posto. Non era il suo primo incidente, e il mezzo ne aveva viste di peggiori, come quella volta che aveva infilato il piede tra i raggi durante una discesa e…
“Devi stare attento…”
“Non ti darà retta,” interruppe Marco, uscendo dalla macchina. “È testardo.”
“Vuoi un passaggio? Possiamo mettere la bici nel bagagliaio.”
“No, grazie. Sul serio. Non mi sono fatto nulla.”
“Mamma, noi andiamo a piedi,” Marco prese la sacca blu dell’Adidas dal sedile di dietro.
“Sicuri? Siamo quasi arrivati,” disse avvicinandosi a Marco, ma lo disse con un tono di cortesia, come se la decisione ormai fosse irrevocabile.
“Grazie, non importa.” disse Guido.
Quando la Panda ripartì con una vibrazione a singhiozzo, sbuffando, Marco sfilò dalla borsa un pacchetto di Lucky Strike. Lo nascose dietro la schiena finché l’automobile non scomparì alla vista, dietro l’incrocio.
Poi si accese una sigaretta, chinando la testa in avanti e coprendo l’accendino – uno Zippo nero, ammaccato sul coperchio – con la mano sinistra, come se spirasse un vento irresistibile in quella bonaccia di luglio, come se un filo di tramontana sottile arrivasse dalle montagne della Norvegia scavallando tutta Europa, carico di freddo e di energia, apposta per spegnere la fiammella.
“Siamo in ritardo”. Teneva la sigaretta sul bordo destro della bocca, un po’ pendula. Ogni tanto la pinzava tra il pollice e l’indice, inspirava forte ed emetteva un soffio bianco, rumoroso.
“Ma l’appuntamento non era alle nove?”
“Nove meno un quarto.”
Non ci stavano entrambi sul marciapiede e Guido, con la bici a mano, rimase indietro. La borsa gli scivolava dalla spalla ogni due minuti.
“Non ti fa caldo la sigaretta?”
Marco sollevò le spalle.
“Mi dai un tiro?”
“No”
“Me ne offri una?”
“Ne ho poche.”
“Ma se hai il pacchetto pieno.”
“Mi servono tutte” e gettò via la sigaretta accesa, lanciandola col medio, come si fa con le biglie.
“Ma l’avevi appena iniziata…”
“Chut,” disse Marco “Fatti i cazzi tuoi.”
Girarono a destra, verso gli impianti. La strada correva parallela a un argine per poi scendere un poco, in un avvallamento dove si aprivano i campi da gioco. Procedettero in silenzio. Non c’era nessuno, ma scorgevano in fondo alla via, nello spiazzo del parcheggio, il pullman bianco e i compagni, un po’ indistinti sotto l’ombra dei pioppi. I palazzi, dall’altro lato del fiume, apparivano abbandonati, soli; nella luce che li investiva, sembravano rivelare qualcosa di sincero, la loro faccia reale e decadente, il senso ultimo della loro esistenza – una noia forse, una fatica, un tentativo di comunità che era insieme goffo e affannoso…
“Fate pure con calma,” disse il Coach da lontano, “stiamo aspettando solo voi”. Teneva in mano una cartellina di plastica blu, su cui appuntava i nomi dei presenti. Attorno, la squadra se ne stava seduta sui marciapiedi, per terra, per non dover entrare nell’abitacolo rovente del pullman. Erano tutti vestiti uguali, tranne Ruggero, che non si toglieva il giubbotto jeans, chiuso. Sembrava sudare tantissimo. Qualcuno sventagliava il cappello, senza sollievo. Solo Noghi, l’assistente del Coach, il solitario Noghi, l’incubo degli allenamenti, era al posto di guida. Guardava in avanti e ticchettava sul volante con la punta delle dita.
“Abbiamo avuto un incidente,” rispose Guido.
“Sì, come no,” disse il Coach “Lucchetta ‘sto catorcio. Augusto è con voi?”
Proprio mentre Marco roteava gli occhi in risposta – come per dire che mai e poi mai lui e quello lì avrebbero condiviso qualcosa, tantomeno la strada per venire a giocare – da lontano, un fischio, una melodia d’altri tempi invase lo spazio. All’orizzonte, nell’aria mossa, apparve una figura alta, allampanata, instabile che procedeva verso di loro. La flemma del passo era calcolata in vista di un’entrata ad effetto. Tutti rimasero in silenzio, in ascolto. La testa del Coach si abbassò, come se il collo avesse perso la forza di sostenerla. Si coprì gli occhi con una mano. Gianluca, dietro il pulmino, seduto a terra, si tappò le orecchie e intonò sottovoce Bella Ciao. Marco si accese una sigaretta: “È tutto scemo”, disse. Accanto a lui, Guido non capiva cosa stesse succedendo e come sempre quando si trovava in una situazione di cui non coglieva i dettagli, iniziò in un lampo a creare un contesto. Si immaginò un super criminale, magari mascherato, o meglio: sfregiato da un incidente; rabbioso verso la società, frustrato, pieno di rivendicazioni. L’avrebbe chiamato l’Assassino Fischione, perché si avvicinava sempre fischiettando. Aveva le guance piene di buchi che tappava o apriva con i polpastrelli delle dita, in modo da modulare le melodie. Era un ex tecnico del suono. Tutti lo credevano morto in un incidente, durante la lavorazione di un film su un’isola vulcanica. Nell’incidente era morta anche la madre che lo seguiva ovunque. Tutta la troupe li aveva abbandonati al loro destino, ma lui, sopravvissuto, era tornato per ucciderli: non sopportava che avessero lasciato sua madre morire. Prima li spaventava, di notte, fischiando il tema principale del film. Poi li rapiva e li rinchiudeva in una stanza vuota, insonorizzata, e li torturava, facendo ascoltare per ore e ore suoni monotoni, registrazioni di ronzii di zanzare, oppure il frastuono più cacofonico. Aveva sintetizzato una melodia le cui vibrazioni conducevano all’esplosione degli organi interni delle vittime. Sui cadaveri appoggiava, a modo di firma, oggetti appartenuti alla madre: un cammeo, un braccialetto, una spilla per capelli… Era riuscito a eliminare il protagonista del film, il regista e qualche attrice secondaria. Finché… “È Augusto…” disse qualcuno, e Guido perse la concentrazione…
Quando fu visibile, Augusto inziò a cantare, sull’aria di Faccetta Nera:

Se tu da dove lanci guardi il piatto
O terroncello che non sai neppur lanciare
Vedrai come in un sogno tante mazze
E un fuoricampo sventolar per te.

RIT: Sgorbietto nero, frocio bastardo
aspetta e spera che già l’ora s’avvicina,
quando saremo là con te
noi ti faremo un culo tanto e un altro uè!

“Be’?”, chiese Augusto “Vi è piaciuta? L’ho composta ieri sera.”
“Figata!”, disse Filippo “Potrebbe diventare il nuovo inno della squadra.”
“Ma siete pazzi?” disse Gianluca “È la cosa più fascista che io abbia mai sentito!”
“Cos’hai contro i fascisti?” chiese Augusto. “Lo sai che qui,” e descrisse col braccio un arco che inglobava ogni cosa, “lo sai qui che sarebbe stata tutta palude senza i fascisti? eh?”
“Anche il pullman?” chiese Marco sottovoce.
Intanto Augusto aveva abbandonato a terra la borsa, e si avvicinava a Gianluca con un sorrisino spavaldo, pronto a chiudergli il collo nella morsa del gomito e a battergli la nocca del medio sulla nuca.
“Smettetela,” disse il Coach. Aveva gli indici delle mani puntati verso Augusto e Gianluca, come un pistolero che prendesse la mira. “L’inno della squadra ce l’abbiamo già. Se provate a cantare una roba simile un’altra volta, vi giuro che non giocherete mai più una partita in vita vostra, ok?” disse il Coach.
“Ma io che c’entro?” disse Gianluca. E Augusto: “Dai Coach, cazzo, non essere noioso…”
Dal pulmino, Noghi, tutto sudato, iniziò a strombazzare: “Allora la smettiamo con le cazzate? Si cucina qua dentro! Andiamo?”

—–

[*] Pronuncia corretta: brèkane. Vedi anche. E anche. [nota di gm]
[#] Invece erano le nove meno dieci, e Guido percepiva solo il bruciore del sole sugli avambracci e un odore familiare, di caldo, o di città al caldo, che non sapeva bene definire. [nota di a.l.]

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5 Risposte to “Dalla Bottega di narrazione / Alessandro Lise”

  1. Francesca Says:

    Visto che questo è il pezzo coi links clandestini, ne avrei uno anch’io da nascondere in questo mio commento. Lise non apprezzerà questa sovraesposizione (o sottoesposizione), ma i suoi compagni di Bottega tengono a lui e agiscono soltanto nel suo interesse.

  2. demetrio Says:

    io sono contento e non vedo l’ora di leggere Brekane aka Alessandro Lise.

  3. Filippo Albertin Says:

    Condivido con l’autore la classe ’75 e l’amore per la bicicletta che penso traspaia dall’incipit. Il testo è carino: considerando il soggetto, piuttosto pulp, penso che il flusso delle frasi si possa condensare ulteriormente in un output ancora più secco e tagliente. L’avatar scelto dall’autore — penso sia stato scelto dall’autore, visto che avrei scelto, io che sono della classe ’75, esattamente un avatar del genere — è sublime; per certi versi commovente. Noi della classe ’75 abbiamo reazioni di questo tipo.

  4. Antonio La Malfa Says:

    Un incipit solenne, un amore incondizionato per la bicicletta, umanizzata per mezzo di polmoni, muscoli, apparato di sostegno. Chi ha provato almeno una volta una bici che scorre silenziosa, con il perfetto equilibrio tra uomo e mezzo meccanico(niente motore, niente benzina, solo muscoli: se funzionano vai, altrimenti ti fermi), con il panorama che funziona a dovere, sa di cosa sta parlando l’autore. Bello

  5. al3sim Says:

    Scommetto che la bicicletta si chiama “Silver” come quella di Bill Denbrough.

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