Mi avete tolto tutto / 1

di
Disegno di Quentin Blake

Disegno di Quentin Blake

di Federica Campi

Oggi scrivo. Devo scrivere di getto, senza pensarci su, senza ordinare le idee, niente. Scrivo sulla scuola, scrivo della scuola. Ma quanti libri già scritti sulla scuola? Insegnanti, intellettuali, ex maestri, insomma sì, siamo pieni di libri sulla scuola e magari uno in più non farà male. Forse, farà bene a me scriverlo.

Dalla parte della famiglia

Oggi scrivo di scuola, la scuola che ho conosciuto negli ultimi tre anni di collaborazioni, di progetti sulla parola e il segno. Cominciamo dal valore.
La scuola oggi non ha più valore. Studiare è un passare il tempo contro e ad onta di tutto ciò che è ‘la vera vita’.
Più il bambino cresce più la scuola perde valore. Un bambino di tre anni è considerato un pezzo di cielo. La scuola che ospita queste stelline, quindi, è un universo pieno di mistero e di fascino. Le maestre sono il Mahatma Gandhi e Mosè, profeti di Dio, del Bene, del Giusto, e i bambini sono così carini. Ogni parolina nuova è un miracolo, ogni acquisizione sull’uso dei cinque sensi un vero fenomeno mistico. E si sa, per ascendere bisogna patire, quindi l’attenzione a ogni cambiamento, per quanto faticoso, è necessario e accettato come passo di sicura redenzione.
Dare il contributo di quaranta euro annui per la scuola, doveroso. Dare venti euro all’anno per la costituzione di un ‘fondo cassa’ che servirà a far crescere lo stellino o la stellina, un principio irrinunciabile. Comprare i collant e la maglietta gialla per la recita – la stellina farà il grano in estate, che emozione! – un piacere, oltre che un dovere.

La magia del firmamento perdura per tutto il primo anno di scuola primaria. Adesso si chiama così, di primario manca tutto, ma la scuola primaria ha un solo anno di vita, in famiglia: il primo.
La prima elementare – che bel nome, ma perché l’hanno cambiato? – ecco, la prima elementare è un idillio: perché? Elementare, Watson. Le stelline impareranno a leggere, a scrivere e a far di conto!
Ho un ricordo netto e chiaro del primo giorno di scuola della mia prima figlia. Avevo scritto una lunga lettera alle maestre della materna, perché quel salto era così lungo e alto e aveva tanto di acrobatico, che il mio cuore faticava a starci dietro. Così, dopo quella lettera, dopo che avevo abbracciato le maestre di mia figlia come fossero state le mie, che non le volevo lasciare, ricordo di aver ascoltato le parole della maestra di prima elementare che suonavano come la conferma che il mio cuore aveva fatto una giravolta da olimpiade.
Diceva che il cambiamento sarebbe stato così profondo, che avremmo visto i nostri bambini crescere così tanto, e che insomma per i bambini sarebbe stato un mutamento davvero decisivo. Ricordo che mi venne da piangere pensando che mia figlia già, per un pezzetto, non era più mia, ed era un pianto di gioia, ovviamente.
Ma bastò la fine del primo anno perché alcuni genitori parlassero di ingiustizie, preferenze e varie altre cose da imputarsi al fatto che i bambini, purtroppo, finiscono di essere stelle e cominciano ad essere piccoli adulti protesi al loro futuro di adulti-adulti. La scuola non è più un luogo magico. Qualunque cosa faccia, potrebbe essere fatta molto meglio. Qualunque decisione prenda, non è una decisione giusta per questi piccoli adulti che domani devono diventare adulti-adulti e non certo grazie alla scuola. Di conseguenza, caduto miseramente l’universo, per queste ex stelle a fatica si possono dare cinque euro per un giorno a teatro. Con molto sbattimento si possono dare dieci euro per una gita, due euro per la visita ai musei.

Alcune famiglie credono che i bambini siano dei loro personali avatar che entrano a scuola per passare lì (al posto loro) quel tempo che loro per via dell’età o, nel migliore dei casi, di un lavoro, non possono più offrire.
In realtà, ovviamente, al posto dei loro figli ci stanno eccome. Le insegnanti non hanno nulla di più, in termini di competenze, autorevolezza e statura, di ogni singolo bambino. Devono badare a lavorare, a far fare ‘il programma’, a essere sempre gentili coi loro figli, a creare meno guai possibili.

Un giorno, la mamma di un compagno di classe di mia figlia entra in aula e strepita di riconsegnare al suo piccolo Gimmi il libro di italiano. Convinta che i diciannove bulli della classe avessero fatto un dispetto al suo pupo, prende anche dure posizioni nei confronti della maestra. Questa signora entra ed esce quasi tutti i giorni dalla classe. Dopo qualche giorno dall’incidente del libro, Gimmi apre quel libro sul banco. La maestra gli chiede chi glielo avesse preso. Lui risponde che era caduto dietro un mobile, in camera sua. Nessuno dei diciannove bulli glielo aveva sottratto. Bene, mi venne da pensare che, se la signora aveva avuto il tempo e la voglia di entrare in una classe e accusare diciannove bambini di furto, poi avrebbe potuto avere lo stesso tempo e la stessa voglia per tornare e chiedere scusa a quei bambini colpevoli di niente. Neanche per sogno.
Finita quella questione, ce ne furono altre e decisi di scrivere una lettera al preside.

Una lettera che arriva in segreteria viene protocollata e il preside è costretto dalla legge a rispondere. Non mi spiegavo come mai la maestra non fosse stata tutelata dalla scuola. Ma un genitore potrà entrare in classe quando e come gli piace e per motivi privi di valore e del tutto legati a questioni private? Io e mio marito volevamo una risposta a questa domanda:

«Gentilissimo Preside,
«le scriviamo perché ci sentiamo amareggiati dal modo in cui l’insegnante di nostra figlia viene con tanta insistenza richiamata e messa in discussione davanti al gruppo classe, costretto a fare da pubblico a recriminazioni di ogni genere.
«Sempre più spesso noi genitori, presi dall’assillo di difendere i bambini, di “proteggerli” da un mondo tanto difficile e insidioso, non riusciamo più a credere nelle istituzioni e non esitiamo a puntare il dito su educatori e insegnanti il giorno in cui i nostri figli tornano a casa piangendo, senza capire, senza voler comprendere le ragioni, senza concedere alla vita i suoi spazi e i suoi tempi.
«Ecco, oggi le scriviamo perché noi non siamo questi genitori – perché facciamo del nostro meglio per non esserlo e perché crediamo ancora nella scuola come luogo di professionalità nobili, orientate verso la crescita individuale dei cittadini di domani.
«Ci siamo sentiti di scriverle, in ultimo pensando che tutto ciò a cui nostra figlia assiste è legittimato dal semplice fatto di assistervi. Accade, dunque è lecito. Un genitore può entrare in aula in qualunque momento e accusare maestra e compagni. A nostra figlia insegniamo che questo non è possibile, eticamente, ma poi diviene possibile realmente. Ed è questa contraddizione che affidiamo alla scuola, perché pensiamo spetti ad essa scioglierne i termini e riportare l’equilibrio».

Il preside fu costretto ovviamente a risponderci per lettera, ma prima ci convocò nel suo ufficio. Non disse nulla sull’importanza di tutelare l’insegnante e i ragazzi. Voleva i nomi e i cognomi.
Voleva i nomi e i cognomi e sperava che ritirassimo tutto con una lettera successiva, in cui chiarivamo che non c’erano né nomi né cognomi.
Lo faremo, risposi, ma vorrei che il regolamento della scuola, quello che vieta a chiunque di entrare a scuola quando e come vuole, sia fatto rispettare. Altrimenti, da domani, entrerò e uscirò portando la gomma, la pizzetta, il quaderno nuovo – e ancora verrò a raccontare una barzelletta, a lasciare un mazzo di fiori, a lamentarmi del caro benzina con la maestra, e insomma, quando avrò due minuti, li passerò qui dentro.
Il preside chiamò seduta stante i due bidelli. I due bidelli rimasero in piedi davanti a me, senza mai guardarmi in faccia. Il preside li richiamò duramente, ricordando che era loro preciso compito vigilare l’atrio della scuola e impedire a chicchessia di accedere alle aule.

Mi ricordai allora di Boy. Meraviglioso libretto in cui Roald Dahl racconta la sua infanzia in un terribile collegio inglese. Mi ricordai dell’episodio in cui lui e i suoi amici liberano un topo nel negozio di dolciumi e la proprietaria si rivolge al preside del collegio per acciuffare il responsabile tra quegli insopportabili marmocchi. E il preside passa in rassegna con la bacchetta tutti i ragazzi, allineati in piedi davanti a lui, chiedendo ai colpevoli di fare un passo avanti.
Io ero la grassa proprietaria del negozio di dolciumi.

Caro signor preside, lei avrebbe dovuto semplicemente prendere atto di quello che era un dovere della scuola nei confronti dei ragazzi, ma prima ancora nei confronti della sua insegnante. Tutelare il suo ruolo, prima del resto. Noi siamo venuti a ricordarglielo e lei ha pensato di fare la voce grossa con i due bidelli, che ora mi odiano a vita. Come magra consolazione, qualche giorno dopo, mia figlia mi riferì che durante la lezione, fu uno dei due a portare la merenda a Gimmi. La mamma doveva essere stata gentilmente invitata a fermarsi nell’atrio.

* * *

Qualche mese fa, la professoressa di italiano di mia figlia, la più grande, mi disse che se avesse avuto progetti per potenziare le attitudini dei ragazzi, certamente avrebbe scelto lei perché se la cavava piuttosto bene.
Mi disse anche, commuovendosi, che l’anno prima un ragazzo di classe terza le si era rivolto a fine anno con queste parole:
“Ero entrato in questa scuola pieno di sogni e di emozioni. Voi mi avete tolto tutto”.
Ecco, la professoressa di mia figlia mi diceva che mai più avrebbe voluto sentirsi ripetere parole del genere. L’integrazione multiculturale, le famiglie che spingono, i presidi che non fanno mai un passo un po’ più deciso (casomai dovessero pestare un piede delle famiglie di cui sopra) e insomma, tanti fattori interni ed esterni alla scuola, hanno portato in molti casi a livellare, a cercare cioè un punto di contatto di e con tutti gli studenti, e questo punto di contatto è stato sempre più virato verso il basso.
Per chi ha l’entusiasmo dello studio, per chi sente la scuola come un impegno e una sfida, questa scuola qui è un fallimento. In generale si cerca il compromesso, accomodando le cose un po’ rotte alla meno peggio, evitando di rompere quelle sane con sforzi eccessivi. Alla fine, si calcolano le perdite.
Durante un consiglio di classe viene fuori, con gli altri genitori, questo tema. E subito si alza la voce della seminarista che catechizza sull’importanza dell’uguaglianza dei ragazzi. Certo che è importante l’uguaglianza, ma i ragazzi non sono uguali per natura, carattere, temperamento. E allora? Sarà il caso di diversificare e arrivare a ognuno al meglio, oppure è il caso di dare a tutti un certo target che non può essere di tutti e quindi alla fine non è di nessuno?

“Non mi sembra giusto che i ragazzi siano trattati in modo diverso”, disse questo genitore, “Anzi, chi ha bisogno di più cure, quello deve essere messo in questi progetti di potenziamento”.

Ora, ci sono ragazzi che hanno talenti diversi, è chiaro. La prima grossa responsabilità dell’insegnante è proprio comprendere e sviluppare il temperamento di ogni ragazzo, facendo leva sulle capacità originali e individuali di ognuno. Senza avere il paletto del voto come segno preminente di controllo o di visione delle competenze, ma con un unico obiettivo principale, ovvero la crescita, e lo studio come strumento di questa crescita.
Ho incontrato decine di ragazzi di scuola media quest’anno. Pensavamo, io e la mia collega, che avremmo trovato un universo difficilmente propenso a parlare di sé, a mettersi in gioco. L’età è quella delle chiusure e degli allontanamenti, e la scuola di mezzo, questa fase così importante e delicata che attraversa gli anni di più profonda trasformazione fisica ed emotiva dei ragazzi, è da sempre messa nella soffitta dei grandi piani. Le primarie sono la base, i licei la pista di decollo, le medie questo parcheggio in cui si aspetta che entrino bambini ed escano ragazzi. Be’, io ed Erika abbiamo trovato in questa scuola molti tesori. Professoresse competenti, ragazzi che in mezzo al mare remavano e cercavano la rotta sulla cartina. Pochi erano sprovvisti dei remi, pochissimi della cartina.
Abbiamo letto insieme molta letteratura, da Pirandello a Lalla Romano, da Giovanni Verga a Scott Fitzgerald, e abbiamo inventato ambienti e personaggi. Alcuni scrivevano molto bene, altri avevano qualcosa da dire, solo una ragazza aveva talento per la scrittura. Durante una lezione le ho detto quello che pensavo, lei mi ha risposto con un timido “grazie”.
Poi ci siamo riviste, nell’ultimo incontro in biblioteca. Mi è venuta vicino e mi ha raccontato che, quel giorno, quando a scuola le avevo detto che secondo me aveva del talento, era tornata a casa cantando e aveva saltato sul letto per la felicità. Mi ha raccontato che sogna di diventare scrittrice e di realizzare una trasmissione radiofonica per bambini. Le ho risposto che era un’ottima idea, ma che dopo una carezza seguono decine di schiaffi. Che tocca tenere in serbo il calore di quella carezza a lungo, prima di riceverne altre. E tocca crederci sempre prima noi, prima noi in noi stessi, di chiunque altro.

Ma le dissi anche che, se nella vita non incontriamo nessuno che creda in noi e che ce lo venga a raccontare, allora possiamo tutti uscire dalla porta, un giorno, dicendo “Sono entrato qui pieno di sogni e di emozioni. Voi mi avete tolto tutto”.

[continua]

Il disegno all’inizio è di Quentin Blake, da qui. Blake è l’autore delle illustrazioni del romanzo Boy di Roald Dahl.

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5 Risposte a “Mi avete tolto tutto / 1”

  1. tiamanu Dice:

    Quante tristi verità scritte qui. Ogni volta che un ragazzo arriva nella mia classe gli assegno sempre lo stesso tema. spiegami perché hai lasciato la scuola. Quello che c’è scritto in ognuno dei loro temi è molto duro da mandare giù.

  2. Andrea Dice:

    Molte verità in questo intervento. Purtroppo la conseguenza è che spesso l’insegnamento diventa una sorta di vacuo intrattenimento per giovani cronicamente annoiati e noiosi. Le metodologie vengono svuotate dei contenuti (e quindi dei valori) e si riducono a mera fruizione di competenze universali per futuri incompetenti globali. Piagnoni. Pigri, le cellule cerebrali asfissiate dall’indolenza. “Stay Hungry, stay foolish” è un grido di guerra a cui la maggior parte dei giovani resta sorda.

  3. vbinaghi Dice:

    Bravo Giulio a postarlo, questo testo, e brava chi l’ha scritto.
    Ma.
    La violenza negli stadi non è un problema calcistico.
    Il degrado dell’istruzione non è un problema scolastico.
    Nelle istituzioni c’è una società che si specchia, e quel che si vede non dipende dallo specchio.

  4. Alessandra Dice:

    Concordo in pieno con Valter Binaghi. Aggiungo che come tutti gli ibridi, la scuola italiana da quando è “autonoma” è diventata un mostro: la scuola statale non è privata ma il dirigente è manager di un’azienda pubblica il cui unico obiettivo (e problema) non è la qualità, bensì il risparmio. Di seguito un paio di battute fresche di settimana, drammaticamente e tragicamente comiche.

    Varie, da una terza elementare:

    Una mamma: “Lei non deve dare la lezione a mio figlio il martedì e il giovedì perché ha gli allenamenti di calcio, sennò poi si stanca troppo”!

    Un’altra mamma: “Ma cos’è questa novità che tutti i giorni c’è la cartella da portare a casa? La cartella va portata solo il venerdì, altrimenti i bambini si ammalano alla colonna”! (n.d.r.: nella cartella c’è un diario, un astuccio, un quaderno e una fotocopia; il libro no per evitare il carico pesante).

    Un papà: “La bimba va gratificata, sennò poi ha detto che non viene più a scuola”.

    Cara Federica, sono i genitori come te, entusiasti nonostante, fiduciosi nonostante, speranzosi nonostante, battaglieri nonostante, che possono migliorare “la scuola”. Certo poi ci vogliono anche degli insegnanti motivati; ai bambini, ai giovani, dopo basterebbe molto poco per abituarsi al miglioramento.

  5. Isa Dice:

    “…le medie, questo parcheggio in cui si aspetta che entrino bambini ed escano ragazzi”.

    Questo è un pensare diffuso.

    “Abbia pazienza, professoressa, è ancora tanto bambino” -i genitori.
    “Facciamogli ripetere l’anno, chissà che maturi”- i colleghi.

    I ragazzi come le pere. Arrivano a casa ancora acerbe, bisogna aspettare qualche giorno per poterle mangiare.
    Però: se è troppo caldo, se è troppo umido, se accidentalmente cadono per terra, le pere marciscono.

    Così per i ragazzi: se non fanno esperienze positive, se non vengono aiutati a stare emotivamente in equilibrio, se non trovano buoni modelli trainanti, crescono fisicamente, ma si perdono.

    Non è sufficiente il tempo a farli maturare. Ci vuole un tempo significativo, che faccia acquisire senso alle cose.
    Altrimenti i ragazzi cominciano a marcire, magari dal di dentro, in modo invisibile, come le pere, che scopri essere marce solo quando le apri.

    “Ero entrato in questa scuola pieno di sogni e di emozioni. Voi mi avete tolto tutto”.
    Eppure, come testimonia Federica Campi, basta una frase (“…le ho detto quello che pensavo…”) per fare volare.

    Preferisco fermarmi qui.
    Ma ho un gran magone.

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