“E’ Bello. Ma è anche Bene?”

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Particolare di una scultura di Aaron Demetz

Particolare di una scultura di Aaron Demetz

[...] Andrea Cortellessa: Siamo abbastanza d’accordo che Il male naturale sia Bello. Ma è anche Bene?

Giulio Mozzi: Non lo so. Devo prendere atto che c’è chi sostiene che la lettura di questo libro gli abbia fatto bene. Strano che facciano questo effetto storie tanto disturbanti, scritte oltretutto in un modo così ossessivo. [...]

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26 Risposte to ““E’ Bello. Ma è anche Bene?””

  1. Enrico Macioci Says:

    Per me Il male naturale è, oltre che Bello, anche Bene. Lo dico perchè leggerlo mi ha fatto stare meglio di come stavo prima, cosa che non mi è accaduta leggendo per es. Le particelle elementari di Houellebecq o American Psycho di Ellis o Scuola di nudo di Siti.
    Si può, forse si deve parlare del Male – di cos’altro abbiamo davvero bisogno di parlare? Che cos’altro abbiamo davvero bisogno di elaborare? Il problema è scottarsi ma non bruciarsi, e se lo scrittore non è all’altezza del Male tutto va a fuoco, lettori inclusi.
    Giulio Mozzi in questo libro ha raggiunto un equilibrio mirabile fra tanta disperazione e poca (ma non retorica) speranza, e l’ha fatto con uno stile prodigioso. Ciò è, secondo me, Bene.
    ps: io comunque vedo uno scrittore molto inquietante già in Questo è il giardino; c’è già lì una vibrazione demoniaca, una specie di buio dentro il giorno, un agguato se mi spiego.

  2. F.M.P.G. Says:

    “cosa che non mi è accaduta leggendo per es. Le particelle elementari di Houellebecq”
    Questa affermazione mi sembra un’esagerazione.
    Parliamo pur sempre della mia personale esperienza, ma grazie – o forse è meglio dire “per colpa” – di questo libro ho scelto un certo percorso. Credo sia uno dei testi che ha influenzato di più la mia crescita individuale, e dire che quello che dice brucia il lettore non credo dipenda dalle sue doti di scrittore, quanto dalla tua incapacità di accettare alcune cose che, seppur estreme, sono oggettive.

  3. Logani Says:

    Interessante il romanzo di Giulio Mozzi. Vi è dentro l’umanità intera, senza specchi per allodole, nè Commedie dell’Arte. Ogni tanto ne leggo un capitolo e ne ritrovo la consapevolezza che, spogliati dell’abito delle conformità, siamo tutti uguali.

    Il commento di Enrico Macioci non fa una piega.

  4. Stefano Says:

    Se uno sa che ‘Il male naturale’ e ‘Sono l’ultimo a scendere’ sono stati scritti da una stessa persona può arrivare a cogliere nessi e richiami, sia pure in una chiave molto differente. Se uno non lo sa (dai due libri è stato cancellato il nome dell’autore) non potrebbe mai arrivarci da solo a meno di non possedere una sensibilità letteraria mostruosa, da uno per secolo.
    Leggendo ‘Sono l’ultimo a scendere’ si ride molto e l’unica vaga ansia è per quanti hanno avuto la ventura di telefonare a Giulio Mozzi: si sentono immediatamente personaggi.
    Leggendo ‘Il male naturale’ uno invece prova innanzitutto la sensazione che farebbe male a tornare a leggere consolati storie dell’orrore, storie che sappiamo non ci riguardano veramente per quanto pretendano di sì, mentre le storie del Male Naturale, con il loro irritante rifiuto ad aderire a un plot o anche a fornire un convenzionale finale, ci riguardano un po’ troppo da vicino per essere confortanti. Alla fin fine, il rifiuto di concedere al lettore medio quel che desira gli forniscono la scusa per rifiutarle.
    (un problema aggiuntivo, specie dopo aver letto l’intervista, è per quanti di noi hanno cercato di scrivere un romanzo e, pur tentando un minimo di sincerità e originalità, hanno forse troppo facilmente ceduto al desiderio di intrattenere il lettore… oh, beh, ormai è troppo tardi…)

  5. Stefano Says:

    Quanto al Bene… una cosa la escluderei sicuramente: che tali storie possano aver condotto qualcuno sulla via del Male, un privilegio concesso solo alla letteratura d’intrattenimento o a quella di idee – e qui, se si può capire o intuire quale sia l’idea forte che sta dietro a queste storie, non si distingue il benchè minimo intento propagandistico (anche nel senso più positivo del termine, come per esempio nel recente libro sulle buone ragioni per essere cristiani).

  6. libreriamoderna Says:

    aaron demetz

  7. Giulio Mozzi Says:

    Ops! Ho corretto. Grazie.

  8. melania Says:

    il tema del buono o del cattivo e del bene e del male è qualcosa che ti interessa molto.

  9. Enrico Macioci Says:

    a F.M.P.G.
    Restiamo fatalmente in un ambito soggettivo, ma io ho percepito in Houellebecq una gratuità al limite del compiaciuto che in Mozzi non c’è. E ho percepito che Houellebecq vuole fare male, mentre Mozzi no. Ma come ripeto, sono percezioni mie.

  10. melania Says:

    questo post, che ho letto un paio di volte, di sfuggita al lavoro, mi fa pensare molto, come spesso le cose scritte qua sopra. ci si domanda: ma se lo scrittore non si confronta col male, con che cosa? col bene, ad esempio. il bene che esiste nel mondo, così come esiste il male. e, attenzione, il bene, secondo me, così come il male NON è assoluto. L’atto di eroismo, l’ abnegazione assoluta penso e scrivo che non siano il bene. Sono altro: incoscienza, turba mentale, disagio di vivere, sublimazione…ecc… il bene è banale, come il male ( e non l’ho detto certo io, per prima :-). Ma, interessa qualcuno la quotidianità del bene?

  11. dm Says:

    I ragionamenti che usano le parole “Bene” e “Male” riferite alle intenzioni dell’autore mi lasciano completamente indifferente. Frasi come “ho percepito che Houellebecq vuole fare male, mentre Mozzi no” sono per me del tutto incomprensibili. Per me il fatto di stare “bene” o “male” dopo aver letto un testo, non riguarda e non deve riguardare in alcun modo le intenzioni dell’autore e benché meno le categorie universali di Bene e di Male riferite all’opera, o addirittura all’autore. La domanda “ma è anche Bene?” mi sembra fuorviante perché prescinde dal soggetto (il lettore) e quindi mi rifiuto di comprenderla. E mi rifiuto in generale di comprendere i ragionamenti sulla letteratura che usano queste categorie, che dunque mi lasciano completamente indifferente.

  12. Enrico Macioci Says:

    a dm
    Il fatto che ti lascino indifferenti non significa, naturalmente, che siano argomenti fasulli; significa solo che tu li percepisci come tali.
    Per quanto mi riguarda è possibilissimo che un’opera letteraria, racconto o poesia, cambi la vita di chi la legge; che la cambi nel bene o nel male; e un cambiamento in direzione del bene o del male a me non sembra affatto faccenda indifferente o incomprensibile – qui intendendo stringatamente bene o male in qualità di traiettorie esistenziali, di aperture o chiusure di senso, di scintille cognitive, intuizioni, allargamenti di coscienza eccetera eccetera.
    E del resto, come si fa a leggere tutta la grande letteratura, da Dostoevskij a Shakespeare, da Tolstoj a Melville, da Baudelaire a Leopardi, da Hemingway a Kafka, senza porsi il problema cruciale del bene e del male?
    Ancora: il fatto ch’io abbia percepito in Houellebecq un’intenzione di fare del male non dimostra ch’egli abbia voluto fare del male, però dimostra che a me il suo libro ha dato questa sensazione; e questa sensazione è per me oggettiva e indiscutibile; tu non puoi contestarla in alcun modo, non puoi dimostrarmi che io abbia torto; io, per ciò che concerne quel libro e quanto a me, so di avere ragione. Che ciò ti lasci indifferente è un problema – o un vantaggio – tuo. Cosa che del resto tu credo sappia già, dal momento che affermi che tali cose sono PER TE del tutto incomprensibili.
    Io credo in definitiva che un grande autore – cosa che secondo me Houellebecq non è – non si pone il problema del bene e del male a un livello cosciente e razionale, diciamo così freddo e premeditato, ma lo elabora attraverso la propria arte in una direzione di senso necessaria; il Re Lear è straziante, ma necessario; così La morte di Ivan Il’ic; così I demoni. Le particelle elementari mi fa pensare a un bambino che stacca le zampe ai grilli per divertimento e noia.

  13. Andrea Cortellessa Says:

    Rispetto chi non sia interessato al Bene e al Male in arte. Si ammetterà peraltro che la questione non è nuova, e che in passato ha destato discussioni di un certo livello (e forse non è questo il caso). Io vorrei precisare ulteriormente, se possibile, la domanda (perché qui solo domande mi pare che facciamo, per fortuna). È «bene», diciamo oggettivamente (per quanto ciò sia possibile, beninteso), che leggere un determinato testo faccia «bene» a qualcuno? O viceversa che gli faccia «male»? È possibile questa che appare una contraddizione, ma che forse non lo è? Io sospetto di sì.

  14. cristiano prakash dorigo Says:

    credo di capire cosa intende Macioci, o forse, meglio, di sentirlo. devo però dire che Ellis e Siti, pur con stili completamente diversi, mi han fatto intuire la potenza della parola, benché forse più stilizzata che con Mozzi. i racconti di questo libro, non tutti, non allo stesso modo e con la stessa intensità, mi hanno quasi costretto ad una sorta di apnea fisica ed emotiva.
    per mia fortuna, Giulio Mozzi rimane un mistero disorientante: quello di cui invece non dubito quasi mai, è la sua qualità di scrittore.
    Cristiano

  15. Giulio Mozzi Says:

    “La verità ti fa male, lo so”. (Guai a pensare che una cosa, se fa male, è vera).

  16. melania Says:

    no, dico…fa proprio piacere essere presa in considerazione.

  17. Enrico Macioci Says:

    a cristiano prakash
    Benchè il tema sia scivoloso provo a continuare a scivolare. Riguardo Ellis faccio riferimento in special modo ad American Psycho. In Lunar park a me pare addirittura che Ellis “chieda scusa” (se così si può dire) per l’opera precedente; e a mio avviso American Psycho resta, usando le parole di Stephen King, “il brutto libro di un ottimo scrittore”.
    Siti invece è uno dei migliori stilisti italiani viventi ma troppo ombelicale; laddove invece Mozzi mi parla d’un male cosmico (e a proposito di stile, sottolineo ancora che quello de Il male naturale è davvero perfetto, come rileva nell’introduzione Demetrio Paolin).

    a melania
    Forse la risposta alla tua domanda è che, per come funzionano le cose, sembra che il bene sia raggiungibile solo attraverso il male; non voglio fornire una visione fustigatrice dell’esistenza ma insomma quante volte è una crisi ad aprirci nuove prospettive e, come si dice, a farci crescere? Poi, certo, il male sulla pagina è spesso più affascinante del bene. Però hai ragione: quasi mai il male e il bene sono assoluti. Nella resa di queste sfumature il grande scrittore emerge.

    ps: brevissima considerazione a latere: tutte queste sono opinioni, e il mondo delle opinioni è vasto e periglioso; stamani leggevo sul Corriere un’intervista a Harold Bloom in cui sostiene che David Foster Wallace è “uno scrittore davvero scadente”.

  18. Isa Says:

    Caro Giulio,
    la mia prima lettura de “Il male naturale” risale a quando Anna era appena nata e Aldo aveva due anni. Trovai il tempo e lo spazio mentale, anche se ero molto assorbita da loro. Mi ricordo che pensai a “Sul danno del tabacco” di Cechov quando lessi “Richesse”, e mi chiesi anche il perché dei nomi ‘Richesse’ e ‘Monnaye’, senza riuscire a rispondermi. Mi provocò una specie di catarsi aristotelica il personaggio di Ruota; non mi piacque, in “Vite”, la metafora delle salsicce, mi fece ribrezzo, ma forse proprio questo doveva fare. Mi sembrò perfetto Amore.

    Molto altro mi apparve bellissimo e, anche se non te l’ho mai detto, pensai che questo fosse la più bella cosa che tu avessi mai creato.

    Al di là del godimento estetico, quella volta, nel 1998, il libro mi coinvolse come lettrice-persona. Fui incapace di parlartene. Sospesi e nascosi dentro di me la condivisione del tuo Male. Fu possibile, perché, vicino al Male, nel tuo libro c’erano la stanchezza del Male e la voglia di Resurrezione.

    In queste settimane ho riletto i racconti, anche sollecitata dalla domanda di A. Cortellessa sul Bello e sul Bene.

    Non ho dubbi sul fatto che ne “Il male naturale” tu parli esclusivamente di te.

    Scrivi: “I racconti contengono le mie immaginazioni a proposito di persone reali; quasi niente di ciò che è raccontato è vero nel senso comune della parola…”.
    Che cosa c’è di più strutturalmente tuo delle tue immaginazioni?
    Tu sei le tue immaginazioni, sei il modo in cui ti rappresenti quello che vivi. Quello che risulta ‘vero’ nel senso comune del termine è solo cosa esterna ed effimera.

    Così, rileggendo, non mi sono posta tanto il problema del Male o del Bene nei confronti dei lettori: ognuno legge quello che vuole (o può) leggere: se uno ha la testa da lettore di giornaletti pornografici leggerà nel tuo libro scandalo e aberrazione. Se uno invece ha voglia di vivere capendo la vita (e la morte) e non è capace di lasciarsi scivolare le cose dietro le spalle, leggerà il tuo libro come un’altissima testimonianza di consapevolezza di sé.
    Per lui il tuo libro sarà un Bene.

    Mi è sembrato più importante l’altro aspetto della faccenda.
    Tu dici che scrivi sempre per qualcuno.
    Quel lettore per il quale tu hai scritto (è uno? Sono due, tre?) ti ha corrisposto? Ti ha regalato la sua esperienza di sé come tu gli hai regalato la tua? Se sì, Il male naturale è stato Bene.

    Bene per lui e bene per te.

  19. veronica tomassini Says:

    Isa mi colpisce quello che hai scritto. A me è venuto da pensare anche questo: e tu, che faresti tu? Soprattutto quando Giulio dice (salvo aver capito male) che il male, nel momento in cui si abbatte o sceglie dove insediarsi, abbia la casualità di un fulmine che colpisca uno piuttosto che un altro. E quel male allora, anzi davanti a quel male, l’uomo si dibatte, le sue mani a scudo, si difende perché non fosse il suo involucro di carne a doverlo contenere, ma quello di un altro, che non fosse sua quella prova (o non so come chiamarla), ma fosse la prova destinata ad un altro. Allora mi domando: chi, cosa condannare, biasimare, compatire, e così via. Su quale vittima riversare la nostra pietà, le nostre lacrime? Quale eleggere per il sacrificio?

  20. Isa Says:

    Gentile Veronica, cerco di risponderLe come posso, da lettrice ingenua e non solita a questo tipo di argomentazioni.

    Non so in quale contesto Giulio abbia scritto sulla casualità del male.
    Ne “Il male naturale” il Male non è soltanto Lucia che muore nel Parco dell’Uccellina (“Un male personale”) o la malattia di Dalia (“Bella”) o la famiglia tristissima di Miro (“Super nivem”). Quello che succede a questi personaggi forse è il Male e basta, non il Male Naturale.

    Il Male Naturale è invece dentro di noi, indipendentemente dagli eventi esterni, anzi, è noi, è la nostra carne e il nostro cervello che è fatto di carne, è la separazione dall’altro che non sappiamo sopportare, è la distanza da Dio. Ancora: è lo schifo di essere specie che deve conservarsi e per questo deve mangiare, seminare, nascere e morire (“Vite”), è la voglia di dare all’altro la perfezione, è la morte.
    Il Male Naturale è conseguenza, paradossalmente, dell’amore.
    Scrive Giulio: “Io non voglio credere che la conoscenza dell’altra persona ci sia stata negata. Io credo che siamo stati creati da un dio così desideroso di amare che non ci ha creati come semplici parti di se stesso ma come enti separati, somiglianti ma distanti, perché l’amore può andare solo dall’altro all’altro” (“Splatter”). Ecco. Il diavolo è la separazione, si dice in un altro punto del libro.

    Gli antichi greci parlavano di hýbris per indicare il desiderio colpevole di raggiungere la felicità divina, il tutto uguale, tutto unito, tutto infinitamente vivibile. Il/iprotaginista/i de “Il male naturale” non peccano di hýbris, anche se il libro presuppone la possibilità di questa colpa. Accettano di essere uomini, con dentro il loro Male, ma lo vogliono conoscere questo male, conoscerlo e prenderne le distanze.
    Scrive Giulio: “E’ così bello fare l’amore, [...]. Sarebbe bello se io potessi fare l’amore senza avere pensieri. Sarebbe bello se io potessi amare una persona e se facessi l’amore con tutte le persone con le quali è così piacevole fare l’amore. Oppure sarebbe bello se all’improvviso tutto questo sparisse e io fossi di nuovo completamente solo, allontanato da tutte le persone, messo in salvo”(“Un male personale”).
    Se fosse “completamente solo”, questo personaggio sarebbe dio prima della creazione. Se facesse l’amore con tutte le persone con cui è piacevole fare l’amore, sarebbe una bestia. Invece è un uomo, cioè uno che assomiglia a dio, ma con dentro il Male Naturale: l’amore, la separatezza, il desiderio di possedere l’altro, la consapevolezza della morte.

    Per sintetizzare: il Male Naturale ce l’hanno tutti; alcuni lo conosono e lo gestisono, altri lo conoscono ma non riescono a prenderne le distanze, altri ancora ne sono vittime. Quelli che non lo conoscono sono forse le persone meno umane.

  21. monica Says:

    cosa significa “O viceversa che gli faccia «male»?” cosa vuol dire fare male, qui? far, per esempio soffrire, o far diventare una persona peggiore?

  22. melania Says:

    ho dovuto comprare il libro e leggerlo. magari prima o poi potrò parlarne.

  23. Andrea Cortellessa Says:

    @ monica
    Un’opera che faccia stare male, tradizionalmente, procura al suo fruitore anche una catarsi. Ma nella modernità (e nel meglio del post-) mi pare che questo effetto sempre più di rado si produca, e comunque non nei casi sommi. Un’opera d’arte davvero “bella” (il che, Giulio, non vuol dire necessariamente “vera”) ci fa star male, sì, e non solo congiunturalmente: peggiora le nostre aspettative sulla vita, ci isola dal contesto sociale, ci fa dubitare della stessa opportunità di continuare a esistere. Non è più, insomma, «promesse de bonheur» ma qualcosa, direi, che si avvicina piuttosto al suo contrario. Dunque la domanda resta aperta: ciò che è «bello» può ancora essere – anche – «bene»?

  24. Isa Says:

    Life is now, diceva Totti.

    E’ vero, ma di fronte all’importanza della questione posta, mi viene da pensare alle storie dei suoi termini.
    Kalòs kai agathòs, dicevano spesso i greci, bello e buono: e in effetti il Bello e il Bene per Platone quasi si confondevano ed esistevano in sè.
    Kant inaugura l’idea soggettiva di bello e di bene.
    Molto più tardi si arriva a definire la relatività del bello. Più di recente anche la relatività del bene.

    Quanto all’arte, Aristoltele ne mette a fuoco l’aspetto catartico, Brecht (e non solo) di straniamento.
    Scrivo solo di queste due poetiche perchè mi sembra che siano quelle che mettono più evidentemente in relazione il male e l’arte.

    Quanto al bene come finalità dell’arte, un capitolo a sè richiederebbe l’arte didascalica, quella cristina in primis.

    In più testi (per esempio ne Il simposio di Platone) i greci definiscono l’arte to thaumastòn, che vuol dire il maravigioso, ma anche il terribile, lo spaventoso.

    Nel primo coro dell’Antigone, si dice anche però più o meno: tante sono le cose terribili (meravigliose, spaventose), ma niente è più terribile (meraviglioso, spaventoso) dell’uomo…

    Anche l’uomo è to thaumastòn.

    Cosa concludere? Meglio niente, per non scrivere cose banali.

  25. Giulio Mozzi Says:

    Grazie.

  26. Isa Says:

    …quella cristiana in primis

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