Parlo a proposito di un argomento che mi sta a cuore.
Sono circa due anni che ci penso. Voglio dire: che penso quasi ininterrottamente a questo argomento fatti salvi altri pensieri, pur profondi, ma – diciamo – centrali. Per dire: se mangio, se parlo con mia moglie, se leggo un libro, se porto fuori il cane di mio cognato non posso dire che pensi a questo argomento (posso dire di pensare ad altri argomenti, ma non è questo il punto). Ma posso affermare con certezza che esiste una parte di me che lavora incessantemente a questo argomento, lo mastica e lo sputa, lo guarda a terra, lo riprende in mano, lo rimette in bocca, mastica e lo sputa.
Parlandone con il curatore di questo bollettino ho accennato, se non mi sbaglio, alla concezione etica della costruzione del personaggio. Penso però di potermi allacciare a quanto ho letto oggi qui, da lui, e di dire che si tratta del confronto tra invenzione e creazione.
Io scrivo. E per me scrivere non è attività vitale – per me, che in certe cose credo di essere una persona seria, le attività strettamente vitali sono quelle legate allo svolgimento di una funzionalità corporea. La respirazione è vitale, per dire, in qualche modo volontaria (posso permettermi di interromperla) ma fino ad un certo punto (ci sarà un momento in cui mi stancherò di questo gioco o non sarò più in grado di portarlo avanti e d’incanto espirazione e inspirazione riprenderanno). Il battito del cuore è vitale, e lo sono attività meno note (il ciclo dell’insulina, di cui non so nulla) o ritenute meno nobili (la secrezione di umori e via andare). Se scrivere non è attività vitale, però, direi che si tratta di un processo in qualche modo affine alla respirazione: è un processo cioè passibile di interruzione, ma la cui interruzione deve essere consapevole. Se l’interruzione non è consapevole – se, cioè, una persona può dire Smetto di scrivere a cuor leggero – chi è parte in causa, per me, non è scrittore. Se invece l’interruzione è consapevole o addirittura voluta, e qui mi viene in mente il classico esempio di Rimbaud, secondo me chi è coinvolto è uno scrittore.
Questo si riallaccia anche ad una polemica nemmeno troppo lontana nel tempo, sempre su questi schermi, e che venne tacciata di gioco puramente dialettico. Io (che avevo la febbre, e quando ho la febbre non è che mi esprima molto bene, ma a volte nemmeno quando non ho febbre) in un mio intervento nei commenti essenzialmente chiesi: Ma chi intendi per scrittore?
La risposta fu: Dai, lo sai cosa intendo. Ci siamo capiti.
E per me non solo la risposta giusta (giusta nel senso: quella che avrei dovuto dare io) era Non ci siamo capiti per niente, ma, addirittura, Io su questo problema vitale (qui sì) mi sto dibattendo da un paio d’anni.
Per dire. Gennaro Rino Gattuso ha scritto un libro, pubblicato per i tipi di Rizzoli, intitolato Se uno nasce quadrato non muore tondo. Io quel libro non l’ho letto (né, pur essendo io milanista, rientra nei miei piani di lettura immediati). Eppure, posto che il libro lo abbia scritto veramente Gattuso e non si sia né avvalso di un ghost writer né fatto aiutare da chicchessia, che strumento ho per poter dire Gattuso non è uno scrittore?
La soluzione ad una domanda del genere risiede di solito nella risata. Tu dici così e l’interlocutore, immancabilmente, ride. La risata, antropologicamente parlando, è lo stemperamento – diciamo, la risoluzione – di una tensione interna. Per dire: una barzelletta crea un problema, poi improvvisamente lo risolve. E noi ridiamo. Ma in questo caso la domanda è seria. Perché Gattuso non è uno scrittore e Saramago sì? Non voglio adesso cadere nel contraddittorio «Chi dice che questo scrittore sia migliore di quello» perché onestamente credo di non avere i mezzi intellettuali né culturali per dare non dico una soluzione, ma nemmeno un parere. Fatto sta che io Saramago me lo leggo, e Gattuso no. Ma torno alla domanda. Che strumento ho per poter dire Gattuso non è uno scrittore? E, ancora prima, Come posso individuare uno scrittore?
Io, con la parola scrittore, non indico chi abbia scritto un libro pubblicato. Diciamo che questo è un indicatore, per me, e un indicatore che ritengo sufficientemente affidabile: so e confido che nelle case editrici (tantopiù nelle case editrici serie) lavorano persone che, con l’esperienza maturata, hanno acquisito strumenti che li hanno aiutati nel tempo a distinguere L’idiota di Dostoevskij da un libello senza pretese, e a dare il giusto valore al libro e all’autore meritevoli. Conosco gli esempi contrari a quanto dico (le famose cento recensioni negative di questo e quel romanzo), ma anche i contro-controesempi. E poi non è di questo che stiamo parlando.
Dicevo. Non indico con scrittore necessariamente chi abbia pubblicato. Né, per dire, una persona che faccia dello scrivere attuale la propria attività. Uno scrittore può attraversare una crisi, definitiva o provvisoria, si può masticare in testa il libro per anni e maledetto chi glielo impedisce, eccetera.
Sono al punto. Per me lo scrittore è colui che utilizza la parola scritta (perdonatemi, non è una definizione buona per il Devoto-Oli, è un appunto mio su cui sto cercando faticosamente di confrontarmi), dicevo, è colui che utilizza la parola scritta inventando pochissimo e andando a spaziare all’interno del proprio immaginario per cercare di costruirne una mappa.
Sì, sono al punto. Perché mi sono piaciuti certi libri (di cui ho già parlato: Falco mi è piaciuto molto, mi è molto piaciuta la Postorino, mi sta piacendo assai Vasta ma, per motivi che dirò, faccio una fatica terribile a portare avanti la lettura, mi piace Saramago, mi è piaciuto molto il Lazarillo e via dicendo) e non me ne sono piaciuti altri? Perché, fatta salva la cifra stilistica (uno può ben scrivere meravigliosamente ma non dirmi nulla), in certi altri libri i personaggi mi sono parsi marionette. Ho scritto in un commento che ora non riesco a trovare ma è in questo stesso bollettino, qualche post più giù, che io a Bianca voglio bene. Bianca è il personaggio di un libro di Giulio Mozzi ed è uno dei motivi per cui sto scrivendo qui. Quando la lessi la vidi – intendo: ne vidi le carni, proprio. Non ne vidi la faccia perché per me la faccia di Bianca resta sfumata, ma, per dire, ricordo proprio le sensazioni tattili che mi diede Bianca, e addirittura ricordo com’era Bianca nuda, il colore e la conformazione del suo pelo pubico e, ora che ci penso, anche il rapporto tra il pelo pubico e le anche, anche se dubito fortemente che sia stata descritta in questi termini. Bianca, è questo il punto centrale di questo scritto, non è un personaggio, ma una persona, e il tentativo di Giulio Mozzi di muovere Bianca come un burattinaio muove i suoi burattini sarebbe un tentativo disonesto. (Dico così perché so che Mozzi non lo fa, anzi, Mozzi in un suo libro lontano disse, in pratica, che questi personaggi in qualche modo gli facevano del male, e questo mi pare un commento estremamente interessante, interessante al punto da farmi dire Adesso faccio parlare i miei, di personaggi che fanno male) .
Ancora. Un tempo ero appassionato di uno scrittore, al punto da seguirlo ogni volta che veniva a Bologna o vicino a casa mia, in provincia di Mantova. Poi un giorno questo disse, sul palco dell’Arena del Sole (io ero in seconda fila, adorante), I miei personaggi, il bello è che li posso muovere come voglio, far fare quello che voglio, ed io, ecco, in quel momento ho sentito un’impalcatura crollare, e tutti i suoi personaggi sopra. Non ho più letto una riga, di quello, perché mi aveva tradito. Già al miei: non era necessario chiudere una frase tanto nefasta. Bastava quel miei. Dire I miei personaggi richiede un tasso di disonestà elevato, paragonabile a chi ti porta a vedere una casa in un determinato momento della sera senza parlarti del frastuono di un’aziendina che lavora filati che sta lì accanto e che lavora dalle sei alle sei.
Ecco, uguale.
I miei personaggi. Per me uno scrittore – intendo: uno scrittore onesto, ma per me uno scrittore è sempre onesto, non esistono scrittori disonesti, esistono persone disoneste ma la scrittura è atto di onestà e verità – è una persona che scrivendo dà spazio e vita ad ambienti, e il moto della sua penna – o quello della tastiera – è assolutamente ritmico come il moto del loro respiro. Musicale, direi (ma spero ci sarà spazio in un altro momento per parlare di musica). In questo non inventa nulla, perché i personaggi diventano persone e non sono appartenenti allo scrittore più di quanto un figlio non sia proprietà del padre. Emanazione, sì, ma non proprietà.
Solo che vallo a spiegare, questo concetto, per avere sovvenzioni statali.
2 Luglio 2009 alle 19:47
grazie.
2 Luglio 2009 alle 21:45
2 luglio ‘09
Un grande intervento, Ivano.
Mi è piaciuto, mi sta piacendo molto. Mi sto arrovellando il Gulliver nel tentativo di capire chi è lo scrittore in questione, ma non è questa la cosa importante. Ho pensato una cosa simile a quella che tu racconti (la scena dello scrittore che definisce “miei” i propri personaggi è davvero forte: ispira immediatamente furore!) leggendo i finali di almeno tre romanzi di Avoledo.
Alla luce di quanto hai appena scritto oggi capisco un po’ di più Giulio e anche Caliceti quando parlano dello “scrivere” come attività “pubblica”, da non vivere in “privato”.
3 Luglio 2009 alle 00:53
OT
Tiziano Scarpa ha vinto il Premio Strega con Stabat Mater. Al secondo posto, staccato di un punto e imbufalito, Antonio Scurati.
Sono felice per il vincitore, che stimo inanzitutto come persona, poi per la grande umanità e sapienza letteraria. Una volta proclamato, Scarpa ha cominciato a tracannare dalla bottiglia di Strega che costituisce il premio.
E qui mi è venuta nostalgia. Quand’ero bambino in ogni casa napoletana c’era una bottiglia di Strega nella cristalliera della roba buona. “Un goccio e basta!”, diceva mia madre. Poi passava il bicchierino a mio padre che tra una sorsata e l’altra accendeva una Super senza filtro.
Those were times.
Carlo Capone
3 Luglio 2009 alle 09:29
Non so, magari è più una domanda per cercare di capire meglio e qui chiederei numi perché mi piacerebbe approfondire e discuterne discuterne discuterne. Bisognerebbe tirarne fuori un incontro per ragionarci. Ci penso da ieri, da quando ho letto l’intervento in questione. Questa storia dei personaggi. Ora, certo che i personaggi una volta scritti diventano pubblici, diventano qcs che non appartiene più solo a chi li ha scritti. Ma questo scrittore che li ha gettati sulla carta e poi nel mondo di chi li legge o che li ha raccontati, cosa è rispetto a loro: l’inventore? il creatore? il pedinatore? cioè, questi personaggi che arrivano, arrivano vivi allo scrittore che deve solo mettersi al servizio, o questo “mettersi al servizio” fa parte di quel processo di invenzione per cui è lo scrittore che li muove e che sceglie come muoverli e che li crea? ecco, sono tornata al vecchio pirandello, ma non riesco a prendere per buona tou tcourt questa faccenda che quando lo scrittore amato ha detto che dei personaggi ne faceva ciò che voleva è caracollato dal piedistallo. non trovo soluzione. le verità sono tante. e con tutta la verità e l’importanza vitale che do alla parola scritta, alla narrazione, alla letteratura, mi piacerebbe continuare a fare un distinguo tra i due piani di realtà che sono quello degli uomini e quello dei personaggi, mi sembra un modo “sano” o quantomeno ragionevole di stare al mondo, la possibilità ancora per chi scrive di condurre una vita più o meno “ancorata”. tanta carne al fuoco, lo so, ma neanche queste poche righe possono esaurire il mio pensiero.
3 Luglio 2009 alle 10:49
– Patrizia, purtroppo penso che un certo grado di scrittura – direi, il grado di scrittura di cui si discute qui – renda piuttosto labile il concetto di vita ‘ancorata’.
Mi piace molto la parola che hai usato, pedinatore. Evoca un pensiero che mi è scattato ieri. Se non siamo i padroni dei nostri personaggi, questo fa sì che possiamo a buon titolo accettare che qualcuno se ne appropri?
Nel senso. Potrei io scrivere di Bianca, usare Bianca, o Lazzaro Santandrea, o un personaggio di Faletti, o chi vuoi?
La mia risposta è no, ma vorrei sentire pareri. Anche perché è un pensiero lungo e che chiede riflessioni lunghe.
– Giovanni, ti ringrazio. Io concordo sullo scrivere come attività pubblica. Mi viene in mente un film, L’imbalsamatore, e un quadro – che so di Picasso ma non ne conosco il titolo. Per le immagini, non per altro: mi pare che lo scrittore sia una persona che si eviscera in pubblico. Se manca uno dei due termini (le viscere, il pubblico) non dico che non si abbia scrittura: dico che non mi interessa.
3 Luglio 2009 alle 10:54
@Ivano:
ti propongo questo paradosso. Supponiamo che in una determinata landa sabbiosa il vento cominci a soffiare in modo insolito, per un inspiegabile fenomeno atmosferico o per l’effetto di radiazioni che provengono da una centrale lì vicino. Supponiamo che soffiando in questo modo il vento formi sulla sabbia una scritta. E’ assurdo, ma prova a pensarlo. Ora mi spingo oltre. Immagina che il vento formi più scritte di senso compiuto, una dopo l’altra, per caso, per via di questi ghirigori e volteggi. Già che ci sono la immagino tutta: voglio pensare che il pilota di un aereo, passando di là, legga quelle scritte sulla sabbia e trovi il loro significato importante per lui.
Ora la domanda è: potremmo dire che il vento è uno scrittore?
Chi è lo scrittore? Che intendiamo per scrittore?
A domande così è un po’ che ci penso. La risposta che mi sono dato, giunto fin qui, è che l’elemento della volontà è imprescindibile. Non la qualità (si può essere pessimi scrittori o eccellenti scrittori, ma sempre scrittori si è), né il curriculum (si può aver pubblicato tanto o poco o addirittura nulla), ma la volontà.
Io credo che Gattuso non voglia essere uno scrittore. E questo – al di là della qualità di quel che ha scritto (che non ho letto e dunque non giudico) – ai miei occhi non fa di lui uno scrittore.
3 Luglio 2009 alle 10:59
Dice, il mio psicoterapeuta, che i personaggi che popolano i nostri sogni, pur avendo facce diverse dalle nostre e comportamenti che noi non avremmo mai, rappresentano sempre lo stesso personaggio: colui che sogna, o meglio le sue parti, che agiscono come attori in un inconsapevole teatro.
Ecco, io non scrivo, o comunque non ho mai scritto cose con tanti personaggi, ma credo che se lo facessi, e facendolo volessi essere veramente onesto e sincero, i personaggi che creerei finirebbero per essere tante sfaccettature di me stesso. E non credo che riuscirei a trattarli come marionette, perché io non mi sento una marionetta e non voglio trattarmi o essere trattato come tale. Credo che funzioni in questo modo anche per altri scrittori, che pure non hanno mai parlato col mio o con altri psicoterapeuti; se costoro siano più o meno scrittori di altri, non lo so.
3 Luglio 2009 alle 12:03
3 luglio ‘09
Io introdurrei un concetto imprescindibile per stabilire una linea di demarcazione tra scrittore e “non scrittore”: la consapevolezza.
3 Luglio 2009 alle 15:39
@ Ivano:
la mia risposta alla tua domanda è sì. (bisognerebbe capire, però, se stiamo porlando della stessa cosa e non ne sono sicura). Sì, nel senso che, parlando da scrittore, se io creo un personaggio, lo metto al mondo (che sia una sfaccettatura di me o no, non importa, questo riguarda certa critica non il valore letterario del personaggio), lo “regalo” a chi mi legge. Quando viene letto, diventa il personaggio di chi lo legge e, se se ne appropria, io ne sono contenta. Una volta dato, il personaggio è di chi lo raccoglie. probabilemnte è diverso da come io ce lo ho in mente, ma questa è la magia della scrittura. Ed è esattamente ciò che faccio quando leggo, e qui parlo da lettrice, io leggo di un personaggio, diventa il mio- quel personaggio. poi diverso, è se mi dici, giulio ha “creato” Bianca, ora io mi prendo Bianca e la faccio muovere. Credo che questo sia plagio, una frode bella e buona. Sono andata fuori tema? Nel senso, siamo sullo stesso binario? cmq è vero, la discussione potrebbe meritare altra sede.