Adorazione Cadorna

by

di giuliomozzi

[Questo testo è la seconda parte di un pezzo che uscì, un paio d'anni fa, in Nuovi argomenti. Sto cercando il modo di farlo entrare nel famoso romanzo]

Avrei voluto assistere alla morte del generale Luigi Cadorna. Questo è un desiderio che ho sempre tenuto nascosto – anche perché è un desiderio impossibile, e io tendo ad astenermi dai desideri impossibili – e del quale parlo qui per la prima volta. Quando avevo quattordici anni, qualche mese dopo la morte del mio nonno materno – che era stato arruolato come Alpino, aveva combattuto sulla Bainsizza, si era preso una pallottola in un polmone il 25 ottobre del 1917, ed era stato trasportato in barella dai suoi compagni, senza alcuna possibilità di cura, dalla Bainsizza a Noventa Padovana, dove finalmente fu curato, in mezzo al caos della ritirata seguita allo sfondamento improvviso del fronte, da parte degli austroungarici, a Tolmino e Caporetto – sviluppai un intenso interesse per la storia della Grande Guerra. Per quasi sette anni, finché non cominciai il servizio civile – in un orfanatrofio -, la storia della Grande Guerra, e in particolare della «disfatta di Caporetto», come la chiamavano i libri che leggevo, fu l’unica cosa della quale mi interessassi veramente. In quei sette anni misi insieme una notevole collezione di libri e documenti; scrissi un saggio su un aspetto dimenticato della «disfatta di Caporetto» (il lavoro di spionaggio compiuto da numerosi soldati ed ufficiali italiani che, presi dentro la manovra di aggiramento degli austroungarici, anziché combattere o arrendersi preferirono darsi alla macchia e successivamente – con l’aiuto della popolazione e grazie allo stato di prostrazione nel quale, passata l’euforia della vittoria, e a causa della lunghezza della guerra e della durezza della fame, giacevano molti soldati e ufficiali austroungarici – ingegnarsi per far arrivare oltre le linee, ai comandi italiani, informazioni sullo stato delle retrovie imperiali, sui movimenti di truppe, sulla qualità dei rifornimenti) con il quale vinsi un premio internazionale; aiutai un giovane generale con la passione per la storia, marito di una collega di mia madre, a catalogare il materiale documentario di un importante archivio militare conservato nella mia città; e, cosa che mi divertii molto a fare, ma della quale mi vergognai un po’, scrissi anche un paio di tesi di laurea.

Nella primavera del 1918 mio nonno materno, quasi completamente ristabilitosi ma ormai inadatto alle operazioni di guerra, fu inserito in un reparto addetto a lavori vari nelle retrovie. Il pomeriggio del 17 giugno 1918 il suo reparto fu visitato dal generale Luigi Cadorna, destituito dopo la «disfatta di Caporetto» dall’incarico di Capo dello Stato Maggiore, ma evidentemente impiegato in un qualche tipo di incarico consultivo od onorifico. Il reparto di mio nonno materno, avvisato della visita con pochi minuti di anticipo, fu fatto schierare lungo la strada. Il generale Luigi Cadorna lo passò in rivista, a bordo di un’automobile scoperta che procedeva lentamente. «Tutti noi», raccontava mio nonno materno, cinquant’anni più tardi, seduto nella grande poltrona Frau del salotto, a noi suoi sette nipotini distesi a pancia in giù sul tappeto – il più vecchio, mio fratello maggiore, aveva dieci anni – «tutti noi», diceva mio nonno, «odiavamo il generale Luigi Cadorna. Tutti noi quando volevamo intendere lui, dicevamo: il macellaio. Tutti noi pensavamo che il generale Luigi Cadorna non era altro che un pazzo crudele, e che chi l’avesse ucciso sarebbe stato fucilato felice. Mentre il generale passava lentamente davanti a noi, a bordo dell’automobile, salutandoci militarmente, e noi salutavamo militarmente lui, tutti noi, vi giuro», diceva mio nonno materno, «avevamo un pensiero solo: come si potesse fare ad ammazzarlo, come trovare il coraggio di ammazzarlo – e poi farsi ammazzare, naturalmente, perché non ci sarebbe stato scampo». Giunto a questo punto, mio nonno materno si alzava dalla poltrona Frau, andava alla libreria, toglieva dalla libreria un librettino sdrucito, ce ne leggeva il titolo, Attacco frontale e ammaestramento tattico, e ce ne leggeva qualche passo. Il passo che ci faceva più impressione, a noi bambini, era quello che spiegava come doveva condursi un attacco a una postazione di mitragliatrice (lo ricopio, perché ora quel libretto lo possiedo io): «Si calcola quanti uomini la mitragliatrice può abbattere e si lancia all’attacco un numero di uomini superiore: qualcuno giungerà alla mitragliatrice».

Mio nonno materno morì, di cancro, quando io avevo quattordici anni, il 28 febbraio del 1974. Quando si svegliò dall’anestesia, dopo l’operazione che non era riuscita, mia madre lo sentì borbottare, cantare borbottando, la canzone che si chiama Il testamento del capitano, e dice: «Il capitan de la compagnia l’è ferito e sta per morir, e manda dire ai suoi alpini perché lo vengano a ritrovar», e poi dice: «Io comando che il mio corpo in cinque pezzi si ha da tagliar. Il primo pezzo alla mia Patria, secondo pezzo al battaglion; il terzo pezzo alla mia mamma, che si ricordi del suo figliol; il quarto pezzo alla mia bella, che si ricordi del primo amor; l’ultimo pezzo alle montagne, che lo fioriscano di rose e fior». Alla messa funebre il coro dell’associazione degli Alpini cantò una canzone di Bepi de Marzi, Signore delle cime: «Dio del cielo, Signore delle cime, un altro amico hai chiesto alla montagna. Noi ti preghiamo: su nel Paradiso, lascialo andare per le tue montagne».

Quando si trovava con l’altro mio nonno (che era di un paio d’anni più vecchio di lui) mio nonno materno finiva sempre col portare il discorso sulla Grande Guerra. Parlavano tra loro per due ore, tre ore, e concludevano la rievocazione, quasi sempre – per gioco, certo; ma non per scherzo – con questo scambio di battute: «Eh, come che se staxeva bèn in trincèa!», diceva uno. E l’altro: «Eh sì: gavévimo vint’àni…».

Il mio interesse per la storia della Grande Guerra cessò all’improvviso durante l’estate del 1979, quando lessi il diario di Angelo Gatti, che era stato ufficiale presso lo Stato Maggiore durante l’incarico del generale Cadorna. Leggendo quel diario, scritto da una persona che vedeva Cadorna tutti i giorni, che parlava con Cadorna tutti i giorni, capii che non sarei mai stato capace di comprendere la mente del generale Cadorna: perché questo, il desiderio di comprendere la mente del generale Cadorna, era il motore del mio interesse per la storia della Grande Guerra. Io volevo – in sostanza – assistere alla decisione del generale Cadorna: che valutava la postazione della mitragliatrice, calcolava quanti uomini quella mitragliatrice poteva accoppare, e ne lanciava all’attacco in numero superiore. Volevo assistere alla formazione del pensiero nella mente del generale Cadorna. Volevo assistere al formarsi nella mente del generale Cadorna, nel pomeriggio del 17 giugno 1918, mentre dall’automobile che procedeva lentamente passava in rivista il reparto dov’era impiegato mio nonno materno, di questo pensiero: «Ecco, sono vivi. Avevo calcolato giusto. La mitragliatrice non li ha accoppati tutti». Sono sicuro di avere immaginato questo pensiero fin da bambino, fin dalla prima volta che mio nonno materno, a noi nipotini, ci raccontò la storia della guerra. Mi ricordo che lo vedevo, questo generale alto e scuro, solido e compatto come una statua, la mano alla fronte, mentre squadrava i soldati sporchi e vestiti approssimativamente – stavano scavando un fosso, aveva raccontato mio nonno, sfacchinavano più o meno in mutande, il generale era arrivato all’improvviso, avevano dato loro dieci minuti per vestirsi e schierarsi – e pensava, proprio guardando mio nonno materno: «Ecco, sono vivi». Mi pareva di essere dentro la testa del generale Cadorna, mi pareva di guardare mio nonno materno, allora ventitreenne, di vederlo nella sua miseria di soldato malvestito e sporco di terra, e di pensare io stesso, contemplandolo: «Ecco, è vivo». Questo pensiero mi faceva orrore; volevo comprenderlo a ogni costo. Esattamente quarantadue anni dopo quell’incontro tra mio nonno materno e il generale Cadorna, il 17 giugno del 1960, a Camisano Vicentino, in casa di mio nonno materno, che di professione faceva il medico, mia madre mi partoriva. Angelo Gatti era un ufficiale intelligente, colto, e non insensibile alla condizione e alla vita dei soldati; era fratello di un direttore d’orchestra (mentre Luigi Cadorna era figlio di un generale, Raffaele Cadorna – colui che guidò l’assalto a Porta Pia nel 1870 – e fu padre di un generale, l’altro Raffaele Cadorna – che nel 1943 divenne comandante del Corpo dei volontari della libertà, nel 1945 trattò la resa delle truppe della Repubblica sociale italiana, e nel 1948 fu eletto senatore nelle file della Dc); nel dopoguerra scrisse qualche libro di saggi storici e memorialistici e un paio di romanzi, uno dei quali – Ilia e Alberto – ebbe un certo successo anche per uno spirito religioso che lo percorreva. Leggendo il suo diario degli anni passati a fianco del generale Cadorna, mi convinsi di questo: che nella testa del generale Cadorna, in realtà, non si era mai prodotto alcun pensiero. Che non c’era, quindi, nulla a cui io potessi assistere.

Diversi anni più tardi, il 17 febbraio del 1991, guardando dodici fogli scritti a macchina che il giorno dopo avrei spediti a una mia amica a Londra, e che il 30 aprile del 1993 sarebbero stati stampati come primo racconto del mio primo libro di racconti, imparai quale sarebbe stato, da allora in poi, il mio specifico modo di assistere. Avrei assistito non assistendo di persona, non assistendo alla televisione, non assistendo con la lettura – niente, se non le mie incapacità, mi avrebbe impedito queste assistenze; ma queste assistenze non sarebbero mai state il mio proprio -: avrei assistito raccontando. Raccontandoli, avrei aiutato gli avvenimenti ad avvenire nel mondo.

Il 17 ottobre del 1998, trovandomi ad Asti per lavoro, m’imbattei nel manifesto d’un convegno che si svolgeva proprio quel giorno, intitolato: «Giornata di studi su Angelo Gatti nel 50° anniversario della morte». Tra i relatori c’erano Alberto Monticone, già presidente dell’Azione Cattolica, storico, autore di un pregevole libro sulla «disfatta di Caporetto» che a suo tempo avevo diligentemente letto (la sua relazione s’intitolava «Angelo Gatti testimone storico della Prima Guerra Mondiale») e Davide Rondoni («La “provocazione” di Ilia e Alberto»), poeta bolognese «d’ispirazione cattolica», come si usa dire, che avevo avuta occasione di conoscere pochi mesi prima. Avendo un’ora di tempo libero, m’infilai nel convegno, ascoltai qualcosa della realzione di Monticone. Poi andai a fare ciò per cui mi ero recato ad Asti. Qualche giorno dopo, in Uomini e folle rappresentative, un libro di Angelo Gatti pubblicato nel 1925, che avevo letto durante gli anni di studio della Grande Guerra ma del quale non ricordavo più nulla, lessi: «È giusto riconoscere che l’opera di un vero soldato nella vita civile […] è molte volte dannosa. Il soldato, di solito, entra nella vita civile come il toro in una ortaglia. La scuola alla quale è cresciuto è la scuola dell’assoluto. […] Sopra di sé ha chi comanda, sotto di sé chi obbedisce; non vi può essere comando che non sia obbedito, e un’obbedienza che s’imponga tortuosamente a chi comanda; le smussature, le gradazioni, le preparazioni, i compromessi che sono tanta parte, anzi la principal parte nella vita sociale, indignano il soldato. Il suo pensiero è sempre semplice. E questa semplicità diventa tanto più scarna, quanto più il militare cresce di grado, perché gli hanno insegnato ed egli si è convinto, che il grado è un formidabile argomento, ed è bene che, magari, di tanto in tanto, manifesti la propria efficacia da sé solo, così, senza contorno di ragionevolezza o di intelligenza, per il trionfo della disciplina».

In questa insensatezza riconobbi il generale Cadorna. E improvvisamente, a distanza di trent’anni dai primi racconti di mio nonno materno, a distanza di trent’anni dal primo, originario desiderio di assistere al generale Cadorna, concepii il desiderio di assistere alla conclusione della sua vita. Che, come non mi fu difficile scoprire, si concluse così:

Il 6 novembre del 1928 il generale Luigi Cadorna giunse a Bordighera. Vi era già stato l’inverno precedente: aveva ormai settantotto anni, soffriva da tempo di arteriosclerosi, e apprezzava molto il clima mite della Riviera di Ponente. Prese alloggio alla pensione Jolie insieme alla moglie Giovanna Balbi e alla figlia Carla. Trascorse alcuni giorni molto tranquilli: passeggiava sul lungomare, sedeva sulle panchine, prendeva un po’ di solicello. Lo accompagnavano il suo segretario particolare, colonnello Luigi Leone, e talvolta l’amico generale Lorenzo Dalmazzo.

Il 17 dicembre le condizioni di salute del generale Cadorna si aggravarono. La moglie fece chiamare il dottor Mario Benigni, medico di famiglia. Il dottor Benigni visitò il generale e sentenziò: trombosi cerebrale; caso disperato; si doveva attendere la morte da un giorno all’altro. La diagnosi fu confermata da una crisi che insorse all’alba del 18 dicembre.

La signora Balbi chiamò il Priore della chiesa dei Padri di Terrasanta, padre Anselmo, che somministrò l’estrema unzione. Nel pomeriggio giunsero il figlio Raffaele, allora maggiore di cavalleria, e la figlia Maria Caterina, suora presso il monastero delle Adoratrici del Sacro Cuore di Torino.

Nei giorni successivi il generale Cadorna ricevette numerose visite da parte di autorità civili, militari e religiose. Morì alle quattro e dieci del pomeriggio del 21 dicembre del 1928. La camera ardente fu allestita presso la stessa pensione Jolie. Il corpo, infilato in un abito nero, era coperto da una bandiera tricolore. Tra le mani aveva il rosario, sul petto il crocifisso.

Nel pomeriggio del 23 dicembre il corpo del generale Cadorna fu trasportato alla stazione ferroviaria di Bordighera. Il Governo aveva stabilito che i funerali solenni si sarebbero svolti a Pallanza, città natale dei Cadorna, tuttavia alla stazione di Bordighera si presentò una folla assai numerosa: una rappresentanza del quarantaduesimo fanteria, di stanza a Sanremo, gruppi di ex combattenti e di mutilati (la Grande Guerra aveva ammazzato circa seicentoventimila italiani, e ne aveva lasciati mutilati quasi un milione), esponenti del clero, dei Fasci di combattimento, delle più svariate associazioni civili e patriottiche.

Nella piazza davanti alla stazione ferroviaria la bara del generale Cadorna fu, da un gruppo di ufficiali e soldati, tre volte alzata e tre volte abbassata; poi fu cantato il Dies irae; poi la bara fu benedetta; infine Michelangelo Chiapparini, un artigliere che aveva combattuto sul Pasubio, per tre volte gridò: «Luigi Cadorna salvatore d’Italia»; e la folla per tre volte rispose: «Presente!».

È dal 1998 che cerco di assistere a questa morte. Oggi l’istituto scolastico che dal 1882 le Adoratrici del Sacro Cuore gestiscono a Torino si chiama: Istituto Adorazione Cadorna. Dopo la morte di suor Marie Cécile, avvenuta nel 1932, la direzione degli studi fu affidata a Maria Caterina Cadorna, già madre superiora della comunità. Penso che uno di questi mesi telefonerò, chiederò di poterlo visitare.

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7 Risposte to “Adorazione Cadorna”

  1. Giovanni Cocco Says:

    29 giugno

    Beh, la prima cosa da notare è l’utilizzo della punteggiatura. O meglio, del punto.
    Se nel pezzo predentemente postato (“Scrivo questo romanzo…”) il punto era utilizzato in maniera ossessiva, maniacale, qui il punto vienne centellinato. Il risultato è evidente nel ritmo impresso alla pagina scritta: nel caso precedente il ritmo è altissimo, al punto di non riuscire a staccare occhi ed attenzione dal testo. In questo il ritmo è molto rallentato, sincopato. Per finire il pezzo con la lettura ci vuole impegno ed attenzione.
    Proseguo dopo.

  2. ruben Says:

    boh…forse la punteggiatura qui è il cric croc silenzioso delle giunture dell’inguine quando le gambe scavalcano i cadaveri sul capo di battaglia e ce ne vuole di tempo per scavalcarli evitare il filo spinato togliersi il fango che appesantisce le scarpe prendere respiro in mezzo al fumo e quanto cric croc fa la speranza di essere quello che rimane fuori dal conto della mitragliatrice!
    E chissà mio bisnonno, diciottenne, quanto avrà sparato sul Piave!!
    r

  3. andrea barbieri Says:

    Giulio, è bello.
    Non so spiegarlo di preciso ma nelle tue pagine c’è “io” che parla, eppure sembra che tutti gli uomini e le donne che le attraversano possano prendere la parola, far ascoltare la loro irriducibilità.
    E’ un commento tonto?
    Non me lo voglio nemmeno chiedere. Il testo è bello e tu sei quello che dà la parola.

  4. Giovanni Cocco Says:

    30 giugno

    Altra considerazione, che senz’altro Giulio confuterà.
    Ci sono momenti, nella vita di uno scrittore, in cui le parole escono da sole. Le idee sono presenti da sempre ma capita che le stesse per mesi, per anni, stiano li, immobili. Hanno bisogno di sedimentare.
    Poi d’improvviso quelle stesse idee trovano una forma, vengono (passatemi il termine, non ne trovo uno migliore) VOMITATE fuori dallo scrittore. Non significa una scrittura di pancia.
    Significa che quelle cose, scritte in quel particolare modo, sono per lo scrittore NECESSARIE.
    Ecco quell’urgenza della scrittura emerge, lancinante, nei primi due brani del nuovo romanzo di Giulio postati in precedenza.

    Piccola annotazione. Se il romanzo s’intitolasse “Scrivo questo romanzo perchè ho bisogno di soldi” varrebbe, da solo, 5 mila copie in più. Ma Giulio lo sa bene ed è troppo onesto e troppo sincero per fare anche solo una marchetta alle strategie editoriali. Questo almeno il mio pensiero sull’argomento.

    Saluti.

    Giovanni

  5. Carlo Capone Says:

    @ giovanni cocco

    non parlerei di marchette editoriali. Una copertina riuscita , ad esempio, fa vendere il 20% in più. Me lo spiegò un’amica esperta di marketing aziendale confessando che lei stessa a volte si lasciava attrarre dalla veste grafica del libro.
    Al corso di scrittura di Bruna Miorelli del 2003/2004 ci fu spiegato che Vita, il bellissmo romanzo di Melania Mazzucco sull’epopea dell’immigrazione italiana in America, aveva incontrato delle difficoltà a causa di una copertina non apprezzata come avrebbe meritato

  6. Alessandra Says:

    “Se un mattino tu verrai fino in cima alle montagne
    troverai una stella alpina che è fiorita sul mio sangue.
    Per segnarla c’è una croce, chi l’ha messa non lo so.
    Ma è lassù che dormo in pace e per sempre dormirò”.
    Stelutis alpinis di F. De Gregori (Album Prendere o lasciare, 1997?-’98?, non ricordo).

    Ecco, il brano sopra mi fa venire in mente questa canzone e un’altra anche, ma parla della seconda guerra: La guerra di Piero, di de André. E poi un’immagine: due sezioni di bambini di seconda elementare seduti in palestra a cantare dietro la chitarra di una maestra per fare le prove per la festa di fine anno. Era il 1983. Il brano sopra mi fa venire in mente il mio bisnonno e Gadda del Giornale di guerra e di prigionia e il traghetto da Piombino a Portoferraio la mattina alle sei e la sera alle cinque perché è lì che ho letto ‘Giornale di G.”, e mia nonna e mia zia che raccontavano di quando arrivavano i feriti (di tutte e due le guerre) con i treni, fatti fermare sui binari morti fino a che non era buio e solo allora si scaricava quei ragazzi che andavano curati, salvati. E poi penso che la letteratura sia anche questo: condividere i tuoi ricordi perché anche altri si ricordino di averne di simili e non li buttino via. E’ una bella letteratura quella che funziona così.

  7. vibrisse Says:

    Magari ricordiamo che l’autore di “Stelutis alpinis” è Arturo Zardini. I primi versi della canzone (quelli che Alessandra cita nella traduzione di De Gregori) dicono, nell’originale in lingua friulana:

    Se tu vens cà sù ta’ cretis,
    là che lôr mi àn soterât,
    al è un splàz plen di stelutis:
    dal miò sanc ‘l è stât bagnât.

    Par segnâl une crosute
    jé scolpide lì tal cret:
    fra chês stelis nàs l’arbute,
    sot di lôr jo duâr cuièt.

    Un’esecuzione corale di Stelutis alpinis: qui (cattiva registrazione, ma bella esecuzione).

    La versione di De Gregori: qui (dal vivo).

    giulio

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