Lei fa parte del problema

di

di giuliomozzi

[Ieri a Trieste, nell'ambito di Residenze estive, ho letto qualche pagina dal romanzo in corso d'opera Discorso attorno a un sentimento nascente. Altre pagine - le prime - di questo romanzo sono pubblicate in vibrisse con il titolo Scrivo questo romanzo perché ho bisogno di soldi].

Mia figlia oggi ha diciassette anni. Mia figlia, io, l’ho vista per la prima e unica volta quando aveva sei anni. La madre di mia figlia mi disse, diciotto anni fa:
«Sono incinta».
E poi mi disse: «Non farti più vedere».

Io, ubbidiente, non mi feci più vedere. Non credo di aver fatto male. Alla madre di mia figlia non ho mai negato nulla di ciò che mi ha chiesto. Tutto ciò che mi è stato chiesto, di tanto in tanto, è stato: dei soldi. Se oggi la madre di mia figlia mi telefonasse, come fa di tanto in tanto, e mi dicesse: «Mi servono questi soldi», io, oggi, dovrei dirle: «Non li ho». Così sapete, lettori, perché scrivo questo romanzo. Sono quattordici mesi che la madre di mia figlia non mi telefona. Io sono contento: se la madre di mia figlia non mi telefona, vuol dire che non ha bisogno di soldi. Se non ha bisogno di soldi, vuol dire che la vita le va abbastanza bene. Vuol dire che non ci sono incidenti. Vuol dire che tutto va, se non bene, almeno passabilmente. Che qualunque ristrettezza si presenti, è comunque affrontabile e gestibile. Quattordici mesi fa, la madre di mia figlia mi ha telefonato e mi ha detto:
«Ho fatto un incidente con l’automobile».
«Come stai?».
«Bene. Non mi sono fatta niente. Però è colpa mia».
Era dietro a uno, sul Grande Raccordo Anulare; questo uno ha frenato all’improvviso, perché gli è parso di vedere – era notte – una bestia che attraversava la strada. La madre di mia figlia gli è andata addosso. Era colpa sua.
«Quanto costa un’automobile?», le dissi. Io non ho neanche la patente, non so distinguere un’automobile da un’altra.
«Cerco un’occasione. Tu come sei messo?».
«Così così. Ma se serve, serve».
«Cerco una Panda usata».
«Vedi tu».
«Qualcosa ho, ma non tanto».
«Vedi tu. Poi mi fai sapere».
Mi telefonò, di nuovo, quattro giorni dopo.
«Dimmi».
«Servono quattromila euro».
«Quanti ne hai?».
«Duemila».
«Va bene. Ci sto. Faccio domani».
«Grazie».
Mia figlia si chiama Agnese. Nel giorno preciso in cui scrivo questa frase (è il 21 agosto del 2006: e a scrivere questo romanzo, sapete, ci ho messi un bel po’ di anni) ha diciassette anni, quattro mesi e due giorni. La prima volta che la vidi, non era ancora nata. Quando cercai di parlarne con Bianca – questo infine è il nome della madre di mia figlia – lei mi disse:
«No, tu non c’entri, è cosa mia, tu non sapevi nemmeno che potevo restare incinta, sono mesi che non prendo niente, non te l’ho mai detto».
«Perché non me l’hai mai detto?».
«Non ne voglio parlare».
Quando fu in terzo mese Bianca mi disse:
«Non farti più vedere».
«Perché?».
«Non voglio che tu mi veda, non voglio che tu veda la mia pancia, non voglio che ti venga la tentazione di accarezzarmi la pancia».
«Non puoi odiarmi così».
«Non ti odio. Voglio solo che tu non ti impossessi di una cosa che non è tua».
«Non è una cosa».
«Tu, la senti come una cosa; e so che non vorrai lasciarmela».
«Bianca, sei assurda. Non è una cosa, ed è tua».
«So che tu non mi vuoi fare male, ma so che tu sei capace di farmi male. Per questo, ti prego, non farti più vedere».

Non mi feci più vedere. Mi comportai come quello che sono: un uomo che è nato per servire. Andai a prendere le analisi all’ospedale, quando fu il momento delle analisi. Trovavo la ricevuta del ticket nella buca delle lettere, passavo in ospedale, lasciavo i risultati delle analisi nella buca delle lettere di Bianca.
«Dimmi se è un bambino o una bambina», dissi una volta al telefono.
«E’ una creatura».
«Non m’importa se è un bambino o una bambina. Voglio solo potermela, potermelo figurare».
«Non voglio che tu ti figuri niente».
«E’ pur sempre una creatura anche mia».
«Dici una cosa che non ha senso. Se tu avessi saputo che io potevo generare una creatura, avresti agito in modo da impedirmi di generarla».
«Tu non mi hai mai detto: voglio una creatura».
«Dovevo dirtelo?».
«Non lo so se dovevi. Ma non me l’hai mai detto».
«Dovevo dirtelo?».
Un giorno, quando Bianca – che non vedevo dal giorno in cui mi aveva telefonato per dirmi: «Non farti più vedere»; che avevo sentita per telefono innumerevoli volte – doveva essere più o meno all’inizio dell’ottavo mese, feci una cosa che non dovevo fare. Mi appostai, come un detective privato da telefilm, nel bar che stava quasi difronte a casa di Bianca. Occupai un tavolino davanti alla vetrata. La vetrata aveva delle tende di garza. Da fuori non mi si vedeva, io vedevo la strada. Un’ora dopo, circa, vidi il portone aprirsi e Bianca attraversare i due metri di giardinetto, uscire sul marciapiedi, dirigersi alla propria sinistra e scomparire dopo venti passi dietro un camion frigorifero bianco con scritto sulla fiancata: Mozzarella molisana. Mi sembrò bellissima e meravigliosa. Il suo corpo minuto si era allargato in una pancia non grande, ma grande rispetto al corpo minuto. Camminava lentamente, Bianca, ondeggiando, e la massa della pancia le imponeva, a lei che solitamente camminava guardando per terra, come una persona che non vuole vedere nessuno e non vuole essere guardata da nessuno, di camminare guardando dritta davanti a sé, fino a sparire dietro il camion frigorifero. Quindici giorni dopo, poco prima della data prevista per il parto, Bianca sparì del tutto. Le telefonai e non la trovai. Telefonai a un’altra ora, e non la trovai. Cominciai a telefonare a tutte le ore, e non la trovavo mai. Osai, andai a suonarle il campanello. Non mi aprì. Suonai il campanello della padrona di casa, che abitava nell’appartamento difronte, sullo stesso pianerottolo.
«Ha traslocato, mi ha dato la disdetta sei mesi fa, non so dove sia andata, da chi, no, non mi ha lasciato un recapito, ma lei, scusi, che cosa diavolo vuole?».
Se voleva andarsene da te, intendeva dire, non ti aiuterò certo a rintracciarla.
«Senta, questo è il mio telefono, se per caso la sente…».
«Non c’è nessuna ragione per cui debba sentirla, comunque va bene, se la sentissi… Le dirò che è stata cercata. Da lei».
Poi cominciai il giro: andai all’ospedale, in ostetricia, in pronto soccorso, niente; andai in questura.
«Vuole denunciare la scomparsa di questa persona?»,
«No… E’ che sono diversi giorni che non la trovo».
«Sarà in viaggio, in vacanza, via per lavoro».
«No, non credo…».
«Ma lei, in che rapporti sta con questa persona?».
«Siamo stati insieme per due anni… Lei sta per partorire una creatura che è mia figlia, è questione di giorni».
«Ma state ancora insieme?».
«No, appena ha saputo di essere incinta mi ha mandato via… Però ci sentivamo al telefono, la ho aiutata con dei soldi, perché lei non lavora, posso dimostrare di averle fatto dei bonifici…».
«Vuole indietro i suoi soldi?».
«No, per carità! Sono solo spaventato, perché se ne è andata e non so dove…».
L’agente mi guardò a lungo. Eravamo in una stanzetta piccola. Fuori c’era la coda delle persone che aspettavano di denunciare furti di motorini, scippi, liti di vicinato.
«Guardi, lei deve stare attento. Lei non ha nessun diritto su questa donna, e tantomeno sulla creatura. Questa donna ha diritto di fare di sé, e della creatura, ciò che vuole – ovviamente nei limiti della legge. Lei deve stare attento. Se questa persona non vuole più avere che fare con lei, ne ha il diritto. Se lei cercasse di disturbarla, di imporle la sua vicinanza, si configurerebbe un reato. Questa persona potrebbe denunciarla».
«Ma io voglio…».
«No. Lei non può volere. Guardi, umanamente la capisco, ma lei deve stare attento. O ritiene che il comportamento di questa persona configuri un reato, o che questa persona possa essere pericolosa per sé stessa o per la creatura, e allora deve fare una denuncia; oppure lei può solo stare buono. Non c’è nient’altro da fare».
Me ne andai. Bianca mi telefonò sei anni dopo.

«E’ una bambina», mi disse.
«Come l’hai chiamata?».
«Agnese».
«Com’è?».
«Non ti somiglia».
«Somiglia a te?».
«E figlia mia».
«Perché mi hai chiamato?».
«Me la vogliono togliere».
«E io cosa posso fare?».
«Riconoscerla».
«Se la riconosco non te la tolgono?».
«Non so. Può darsi».
Presi il treno. Andai a Roma. Andai con Bianca dal suo avvocato. L’avvocato mandò Bianca in corridoio.
«Lei è il padre?».
«Non ne sono certo».
«E che cosa vuole, allora?».
«Io non voglio niente. Bianca mi ha chiamato, mi ha detto: Se la riconosci, può darsi che non me la tolgano. Sono venuto per questo».
«Lei ha un lavoro?».
«Sì. Lavoro in una libreria. Guadagno un milione e tre».
«Ci lavora da tanto?».
«Sei anni. Sono in ottimi rapporti con la titolare, se importa».
«Ha una casa?».
«Mia, no».
«Sta in affitto?».
«Divido un appartamento con un amico».
«E’ disponibile ad affittare un appartamento, nella sua città, per viverci con la signora e la bambina?».
«Sì».
«E’ sicuro?».
«Sì».
L’avvocato guardò le sue carte, per un paio di minuti.
«In che rapporti è, esattamente, con la signora?».
«Quando seppe di essere incinta, mi mandò via. Non la vidi più. Durante la gravidanza ci sentivamo al telefono. Poco prima del parto sparì. Non sapevo dov’era. L’altro ieri mi ha telefonato».
«E lei è accorso».
«Sono qui».
«E lo fa per la bambina?».
Mi sentii diventare rosso.
«No».
«Perché lo fa?».
«Per lei».
«Per lei, che l’ha trattato in questo modo?».
Non ero più capace di guardare l’avvocato.
«Sì».
«E perché?».
Devo dire tutto, pensai.
«Perché ogni giorno, per sei anni, ho pensato a lei».
«A che cosa pensava?».
«A lei. Al suo corpo».
«Mi scusi», l’avvocato cambiò tono, «lei in questi sei anni non ha mai avuta un’altra storia?».
«No. Quando mi masturbo, penso a lei».

L’avvocato si raccolse nella poltroncina, sembrò diventare più piccolo. Poteva avere la mia età. Era magro, belloccio. Portava una camicia bianca con le maniche arrotolate. Aveva gli occhi neri. Tornò ad appoggiarsi alla scrivania.
«Ma, senta. Lei è arrivato oggi?».
«Stamattina alle sette, con il treno notturno».
«E’ stato a casa della signora?».
«No. Mi sono fatto una doccia al diurno».
L’avvocato fece la faccia di chi fa un pensiero strano.
«Quindi non ha neanche visto la bambina».
«Non l’ho vista».
«Senta».
L’avvocato si alzò in piedi, si mise in mezzo allo studio.
«Ma la signora, almeno, l’ha guardata?».
«In che senso».
«L’ha guardata, ci ha parlato, si è reso conto in che stato è?».
«In che stato è?».
«Lei sa perché le vogliono togliere la bambina?».
«Non lo so. Perché non lavora. Non gliel’ho chiesto».
L’avvocato mi si piazzò davanti.
«E’ una storia che va avanti da un pezzo. Non le sto a raccontare tutto. Sono tre anni che i servizi sociali la tengono d’occhio, si prendono cura di lei».
«Della bambina?».
«Della signora».
«Di Bianca?».
«Sì».
«E che cosa le fanno?».
«Cose loro. Ma lo sa perché si prendono cura di lei?».
«Non lo so. Lo dico di nuovo: perché non lavora? Ha bisogno di cose?».
«No».
L’avvocato sospirò, tornò a sedersi alla scrivania. Si appoggiò sulla scrivania con i gomiti. Mi fece segno di avvicinarmi. Appoggiai i gomiti anch’io. L’avvocato parlò sottovoce.
«La signora Bianca, per farla corta, è pazza. Schizofrenica. Cioè, non esattamente schizofrenica… Ha una sindrome schizoide. Sta diventando schizofrenica. E adesso, secondo la valutazione dei servizi sociali, non è più in grado. Non è più in grado di tenere la bambina».
«Ma… E’ vero?».
«Lei l’ha guardata, l’ha guardata bene?».
«Ma…».
«Le è sembrata normale?».
«Sì… Come è sempre stata».
«Come è sempre stata. Va bene. Infatti l’ha da anni, questa sindrome schizoide. Lei c’è abituato, e non la vede. Ma le assicuro, signor…».
«Mozzi».
«Le assicuro, signor Mozzi, che si vede distante un chilometro, che la signora non è a posto».
«Ma che problema c’è? Che cosa vuol dire: sindrome schizoide? Che Bianca sia strana, l’ho sempre saputo; ma una può essere strana, e comunque tirare su una figlia, no?».
«No».
«Ma perché?».
«Madre schizoide, figlia schizofrenica. E poi lei non ha idea. Metta che la signora decida di dare il benservito anche alla bambina, e se ne vada di punto in bianco lasciandola lì. Le pare?».
Sudai freddo.
«Be’, ma se ci sono io… Se prendo un appartamento…».
«Signor Mozzi. Lei non può essere un rimedio al problema, perché lei fa parte del problema. E’ sicuro di essere il padre?».
«No, gliel’ho già detto».
«Vuole che facciamo fare una perizia?».
«Una perizia?».
«Controllano il sangue, il Dna. Possono sapere se è sua figlia o no».
«Ma a me non importa, se è mia figlia o no».
«Appunto. Infatti lei fa parte del problema».
«Non capisco».
«No, non ci provo neanche. Signor Mozzi, è stato un piacere. Ci siamo detti tutto quello che dovevamo dirci».
L’avvocato si alzò.
«Ma, allora…».
«Allora niente. Basta così».
«Ma il riconoscimento…».
«Fuori discussione. Come padre, non passerebbe neanche gli esami preliminari».
«Ma… Non si tratta solo di un atto formale?».
«Il riconoscimento, sì. Ma poi i servizi fanno l’esame anche a lei, sa».
«A me?».
L’avvocato era vicino alla porta, non capivo se voleva farmi uscire o fare entrare Bianca.
«A lei, come padre. E se vedono che lei è il padre, la bambina se la portano via di corsa».
Aprì la porta.
«Signora, prego».
Bianca entrò. L’avvocato fece un gesto verso la sedia accanto alla mia, andò a sedersi al suo posto. Io guardai Bianca. Nel pomeriggio Bianca mi fece vedere, per qualche minuto, Agnese. Le somigliava molto.

[Per andare alle pagine dalle quali ho tratte le foto di Barbie, basta cliccare sulle foto stesse. gm]

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36 Risposte to “Lei fa parte del problema”

  1. Ivano Porpora Says:

    Io non potrei parlare, sentendomi parte in causa (io, a Bianca, voglio da tempo bene), ma io il romanzo (e non dovrei dirlo, lo so, perché mi sento parte in causa) io lo prenderei al volo.
    Tu lo sai, signor Mozzi, cosa intendo quando dico che da tempo a Bianca voglio bene? Non è il bene ad un personaggio, perché Bianca non è un personaggio. E’ il bene a Bianca – che non so come dirlo, ma non è un personaggio.
    (pensieri confusionari di un sabato mattina)

  2. vibrisse Says:

    Signor Porpora, ho capito. g.

  3. federica sgaggio Says:

    Bello ma tremendo.

  4. giuseppe genna Says:

    Santo Cielo, Giulio… Non sai quanto è importante.
    Davvero grazie. Sentirsi è traccia di una qualche potenza divina, credo – fermamente credo.

  5. Marco Candida Says:

    Anch’io voglio bene a Bianca.

  6. sandra petrignani Says:

    Giulio, ti ritrovo, come tu hai ritrovato me nel mio libro. Ti ritrovo in queste pagine semplici e pure, vere. E ti ritrovo come la persona che mi ha colpito fin dall’inizio e a cui ho voluto bene subito. Sono contenta se lo pubblichi questo libro. Lo adotto subito e lo aiuto quanto posso. Belle le Barbie, mi ricordano l’infanzia delle bambine venute dopo di me. Le mie Barbie la pancia non l’avevano ancora. Avrei voluto essere ancora una bambina per poterci giocare

  7. cletus Says:

    pronto a beccarmi carriolate di verdura (non in stato di conservazione ottimale). L’ho letto stamattina, sul presto.
    Poi, uscito, mentre ero in auto, mi è rimasto in testa quel “Mozzarella molisana”. La cura per i dettagli.

    Prima di suggerirmi adeguati controlli psichiatrici, vorrei esprimere qui tutta la mia ammirazione per una scrittura cosi pulita. Ho risentito i suggerimenti di Giulio, in quel di Tortona: andate al corso, e scrivete tutto ciò che incontrate, su cui si posa il vostro sguardo.

    Ecco, ferma restando la curiosità, dopo questi due cospicui “assaggi”, vorrei davvero arrivasse l’ora per una full-immersion in questa che ha tutta l’aria di sembrare una storia terribile e viva. Come quelle alle quali il miglior Giulio Mozzi ci ha abituato.

  8. Ausilio Bertoli Says:

    In questo romanzo in corso d’opera credo ci sarà la poetica mozziana “pulsante” e metaforica nello stesso tempo. La sua autentica, emblematica vena poetica. Con il suo linguaggio secco, scarno, che lascia o ci spinge a intravedere anche come il quotidiano si nutra o debba nutrirsi del mistero.
    Ad maiora, A. B.

  9. vbinaghi Says:

    Io voglio bene ad Agnese, istintivamente.
    Soprattutto perchè non se la caga nessuno.
    Se il romanzo è la storia di Bianca mi sa che non lo leggo.

  10. Feliciana Fattori Says:

    Bellissimo… va dentro al cuore come un pugnale affilato. Stupenda questa scrittura, così scarna, essenziale.
    Giulio, perchè invece di “perder tempo” ad insegnare ad altri (e io sono tra quei fortunati), non usi il tempo a scrivere-scrivere-scrivere? A considerare da questo pezzo, ne varrebbe proprio la pena, per te e per chi può poi leggere cose come questa.

  11. federica sgaggio Says:

    Non so niente né di Bianca né di Agnese, e ora che ci penso non so niente neanche di Giulio.
    Però – fino al momento in cui mi ha condotto questo racconto – non ho trovato nel cuore un motivo per non voler bene a tutti e tre.

  12. fedorbandini Says:

    secondo me bianca è schizoide. giulio è solo brutto. molto brutto.

  13. Bettina Todisco Says:

    Bellissimo, davvero. Adoro la tua scrittura e spero di leggere presto l’intero romanzo. Qualcuno dovrebbe farne un film. Leggere la storia di Bianca e Giulio e vedermela in immagini è stato tutt’uno.
    Complimenti, ancora.

  14. vibrisse Says:

    Il romanzo non è la storia di Bianca, né la storia di Bianca e Giulio (o di Giulio e Bianca). Bianca è la stessa Bianca che compare senza questo nome nei racconti “Treni” (in Questo è il giardino, 1993) e “Roma” (in La felicità terrena, 1996), e con questo nome nei racconti “Bianca” e “Super nivem” (in Il male naturale, 1998), nonché qua e là in Fantasmi e fughe. Mentre quello che qui è “io” è, nei primi tre libri citati, “Mario”; e “io” in Fantasmi e fughe. Il problema, come sempre, è Santiago. gm

  15. patrizia patelli Says:

    io voglio solo continuare a leggere questa storia. passavo di corsa e ho cominciato a leggere e ho smesso solo dove c’era scritta l’ultima parola. il bene non c’entra. volgio sapere come continua la storia.

  16. bazu Says:

    Secco, agghiacciante e assuefacente!

  17. Bianca M. Says:

    Bellissimo e toccante racconto anche per la scelta del nome.

  18. Bianca M. Says:

    Che poi anche io come l’omonima protagonista qualche volta mi sento un po’ schizzata.
    Buon lunedì.

  19. vibrisse Says:

    E buona settimana.

    gm

  20. Bianca M. Says:

    A te gm. Mi accingo giusto ora a leggere “La promessa” ne “La mia Olanda”.
    bm

  21. Celentano Caterina Says:

    Semplice e autorevole, complimenti. Mi chiedo se è davvero autobiografico o è solo una finta. Posso capire la madre per la malattia , il ” padre ” lo capisco poco o quasi per nulla. Cercare la propria ex donna per tanto tempo e poi smettere ed aspettare un segnale che arriva dopo sei anni ed accorrere subito , è ancora più inspiegabile , ma ho letto solo ciò che ci fa vedere,uno stralcio, non conosco il resto. Ma la bambina chi la pensa? Comunque molto reale e realistico.

  22. vibrisse Says:

    E’ una storia inventata, Caterina. gm

  23. PetiteFee Says:

    Buonasera!
    Capitando per caso su questa pagina, non ho potuto fare a meno di leggere fino in fondo. E’ totalmente avvincente! Mentre leggevo, quasi riuscivo a vedere questa storia come un film… E nel frattempo mi sono posta dubbi di ogni genere! Ahah E’ stupendo.
    Comunque comprerei volentieri questo romanzo :)
    Complimenti!

  24. mariella69 Says:

    buonasera.
    sono capitato per caso su questa pagina ed ho letto il racconto tutto d’un fiato.è veramente avvincente: ti prende dalla prima all’ultima parola.
    se dovesse uscire questo romanzo, lo comprerei subito

  25. Giulio Mozzi Says:

    Eh, prima o poi uscirà.

  26. maria Says:

    mi ha appassionato molto, continua ti prego a scriverlo…

  27. Maria Says:

    Qualcosa non quadra. Immagino ci sarà un lavoro di unione tra i pezzi, che così, nella temporalità, se non ho letto male, non coincidono. (2006 diciassette anni… 2004 diciotto anni). Comunque per me sarebbe interessante capire come procede, più di qualcuno scrive tanti episodi e poi li lega insieme. Io non ho mai provato in questo modo, può essere la soluzione ai tanti periodi di stallo. Grazie per il confronto!

  28. Giulio Mozzi Says:

    Tieni conto, Maria, che questo episodio l’ho pubblicato in vibrisse nel 2009; l’altro nel 2012. Nel frattempo è successo qualcosa al testo…

  29. Maria Says:

    Ah, ecco. E cosa sarà successo? (sorrido) Resta comunque difficile così, non c’è visione d’insieme. I pezzi isolati sono, per il mio modo di intendere la scrittura, molto interessanti. C’è scavo e contemporaneamente azione, emozione ma anche ironia. Non è semplice convogliare tutte queste caratteristiche in un testo così breve. Penso alla carta centellinata del cardiologo, alle oscillazioni che vi possono essere registrate. Penso… Penso.

  30. Giulio Mozzi Says:

    Eh, è successo (al testo) che è stato smontato e rimontato, passato e ripassato, e quindi definitivamente (ma in via provvisoria) confuso. Il guaio è che questi pezzi isolati tendono a restare tali.

  31. Carlo Capone Says:

    Ma Giulio! io di questo progetto ne avavevo sentito parlare. Pensavo fosse una cosa così, cui non davi importanza e che proponevi a giorni fissi con malcelata civetteria. Perciò non mi è mai venuto di leggerlo. Oggi sì, forse perchè ho guadagnato in Borsa, che ne so.
    Senti Giulio, è bellizzimo! questa famiglietta mi è venuta una voglia incredibile di stringerla forte.
    Ma lo vedete come grazie ai dialoghi serrati, mozzafiato, i personaggi schizzano dalla pagina? sentono un gran bisogno di essere amati, ascoltati, appunto abbracciati.
    Quanto tempo è passato da quel solitario e gentiluomo borseggiatore.
    Buona serata, Giulio.

  32. Carlo Capone Says:

    Avevo.

  33. moni Says:

    L’inizio non mi prende, mi prendono molto di più i dialoghi finali: incisivi, asciutti, colpiscono e catturano. Sudai freddo sarà anche un clichè, ma rende perfettamente l’idea e posizionato in quel contesto ci sta bene….

  34. Giulio Mozzi Says:

    Ma è un cliché.

  35. simone salomoni Says:

    “So che tu non mi vuoi fare male, ma so che tu sei capace di farmi male.”

    A mio avviso questa frase rivelatrice illumina tutto il capitolo (se è corretto parlare di capitolo), crea curiosità (immagino che il motivo di una certezza tanto terribile come una volontà che si arrende a una capacità, probabilmente inconsapevole e innata, crei grande conflitto in un “uomo che è nato per servire”) e probabilmente sarà svelata nel corso del romanzo (o magari era stata svelata in una parte precedente del romanzo che io non ho letto), ma forse andrebbe detto qualcosa di più, sotto. A me risulta un po’ incredibile pensare che il protagonista, “un uomo che è nato per servire”, appunto, si arrenda senza lottare di fronte a un’accusa che così rimane ineluttabile.

  36. Antonio Says:

    La scrittura e’ tutta “mozziana” (e’ un complimento, come dire quella chitarra e’ frippiana, e’ la chitarra di Page, ecc…) ma (mi permetto) trovo la dialettica molto “italiana” (non e’ una critica e non voglio usare la parola provinciale). Questo NON e’ dignitoso artigianato (penso a Carlotto per esempio), e’ molto di più: e’ il lavoro profondo di uno scrittore di rango. Ma perche’ appare sempre tra le righe un fastidioso rumore di fondo che non trovo nei testi tradotti? (a parte quelli di Milan Kundera) Forse i traduttori sono migliori degli scrittori? Non lo so perché non ho la fortuna di leggere in lingua originale. Ecco, mi sono esposto, del resto in questo mondo culturale confuso e ambiguo tutti si possono permettere di dire tutto, anche io.
    (cercherò, anche se sara’ difficile, di rispondere alle puntuali, certosine e chirurgiche obiezioni – se ci saranno – di Giulio).

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