di Filippo La Porta
[Questo articolo di Filippo La Porta è apparso in Left del 3 aprile 2009].
Finalmente un giallo – o una spy story, come è scritto sulla quarta di copertina – che ci dà una mappa esatta, minuziosa di luoghi urbani. Sono personalmente grato a Fabio Bussotti perché il suo L’invidia di Velàzquez (Sironi) ricostruisce un’epica dei quartieri romani dove abito e che frequento: Esquilino, Ostiense, Testaccio, il cimitero acattolico, quel ristorante cinese di via Martino ai Monti, quella buca tremenda in via dei Cerchi (che ho individuato benissimo perché ogni giorno tento di evitarla con la Vespa). E sono anche luoghi letterari, perché all’Esquilino si svolgeva, com’è noto, Quer pasticciaccio brutto di via Merulana, che pure viene richiamato nel testo, e “Ingravallo”, nome del poliziotto di Gadda, viene chiamato dai colleghi il commissario protagonista del giallo, Flavio Bertone, lasciato dalla moglie e goloso di anatra laccata. Sottolineo questo aspetto perché altri noir che avevo letto recentemente non danno alcuna informazione sulle città dove si svolgono, dato che la vicenda è ambientata per lo più in qualche non luogo, ipermercato, viadotto, abitacolo di un’auto…
L’invidia di Velàzquez è un classico giallo, con omicidio, detective, colpo di scena, love story laterale, ma è anche un romanzo colto, tutto incardinato sul più celebre quadro di Velàzquez, Las Meninas, che ha prodotto una fittissima bibliografia, qui federlmente riprodotta e anche commentata. A Picasso accade di scoprire, con l’aiuto di un collezionista e mercante ebreo, che quel quadro nasconde un segreto, se solo gli si sovrappone una cartina di Siviglia. Porta infatti a un tesoro custodito nella cripta della cattedrale, a un patrimonio straordinario di quadri a suo tempo acquistati in Italia dal pittore spagnolo. Tra i quali c’è anche un mirabilissimo ritratto dei reali di Spagna firmato dal suo genero (e famoso copista) Mazo, che Velàzquez volle rubare e poi nascondere per invidia nei suoi confronti.

E così, ciò che noi vediamo riflesso nello specchio di Las Meninas non è la famiglia reale (violando ogni legge della prospettiva) ma appunto il quadro di Mazo. Un docente italiano di estetica, Vitaliano Natoli, omosessuale, capisce tutto e perciò viene ucciso. La vicenda conduce poi Bertone a Madrid, dove si imbatte nel temibile Ordine della Cavalleria di Siviglia, una volta composto da nobili cattolici e oggi da politici e finanzieri…
Dopo aver letto il libro ne saprete di più su Las Meninas e vi verrà voglia di andare a Madrid. Ma i riferimenti filosofici non sono mai esibiti né appesantiscono la narrazione, lieve e intrigante. Se il quadro di Velàzquez contiene un messaggio cifrato e costringe ogni visitatore a rispecchiarvisi, così il lettore di questo romanzo si trova anch’egli nei panni del pittore. Dunque, se abbiamo voglia di giocare a questo gioco, nella storia raccontata da Bussotti potremmo riconoscere la nostra stessa invidia ma anche il nostro bisogno di trovare dei complotti, delle trame in grado di spiegare l’insensatezza del mondo. In fondo, ogni giallo ci rassicura perché ci dà l’illusione che gli “indizi” della vita rimandino a un disegno (sia pure perverso). E se dietro quesgli “indizi” spesso non ci fosse nulla?
Indimenticabile: “Il cuore gli batteva come la batteria di Phil Collins al concerto dei Genesis”.