Paura? Se mi pagano

By vibrisse

di giuliomozzi

Dino Buzzati, Il Babau. 1970

[Questo articolo è apparso oggi 5 febbraio 2009 nel quotidiano Il mattino di Padova, come commento ad alcuni fatti e alle successive reazioni di alcuni cittadini (in pieno centro e in mezzo alla gente, una ragazza stretta e toccata da un gruppo di giovanotti, il fidanzato dei lei insultato, picchiato e rapinato: vedi qui, qui, qui). Qui sopra: Dino Buzzati, Il Babau, 1970.]

No, mi dispiace. Ma io non ho paura. Non ho paura perché non ho voglia di averla. Perché avere paura è un lavoro. Perché per avere paura bisogna avere sempre il pericolo in mente, bisogna immaginare sempre il pericolo, bisogna guardarsi sempre intorno, bisogna sospettare di chiunque si incontri. Non ho voglia di restare chiuso in casa per paura, non ho voglia di evitare certi luoghi della città per paura, non ho voglia di usare la paura come bussola della mia vita.

Più si ha paura, più ci si chiude in casa per paura, e più quello che c’è là fuori diventa arcano e misterioso – quindi pauroso. Più si evitano certi luoghi o certe zone, e più ciò che avviene in quei luoghi e quelle zone diventa oggetto di immaginazioni, di chiacchiericcio, di leggende paurose. Più si evitano certe persone, certi tipi di persone, e più quelle persone, quei tipi di persone – che crediamo di conoscere, e invece non conosciamo affatto – si trasformano in non-persone, in spauracchi, in babau. (Dall’enciclopedia: «Babau, mostro immaginario dalle caratteristiche non ben definite»).

La mia città è la mia città, io la percorro e la abito in qualunque ora del giorno e della notte (ieri l’ho attraversata prima dell’alba, per prendere un treno; e sono rientrato dopo la mezzanotte, riattraversandola), e già è una fatica per me vivere e lavorare, fare e campare, non ho proprio nessuna voglia di fare anche la fatica di avere paura.

A meno che non mi paghino. Se quelli che costruiscono il loro successo mediatico, il loro successo d’opinione, il loro successo elettorale, sulla paura della gente, sulla paura della notte, sulla paura dell’uomo nero, sulla paura del babau: se quelli che costruiscono il loro successo in questo modo mi pagassero, allora il lavoro di aver paura diventerebbe davvero un lavoro e – se la paga fosse buona – potrei anche accettarlo.

Peraltro, nei giornali ho letto che a Padova una ragazza è stata molestata in pieno centro, tra la gente; che il suo ragazzo è stato pestato in pieno centro, tra la gente. E, confesso, di questi qui ho effettivamente un po’ paura. Non di quelli che potrebbero pestarmi, ma di quelli che potrebbero stare lì a guardare mentre mi pestano – sorseggiando l’aperitivo -, e magari il giorno dopo invocare il pattugliamento del centro, l’incremento della presenza di poliziotti carabinieri e soldati. Perché una cosa, alla fin fine, davvero mi fa paura: ed è la deresponsabilizzazione. Quell’atteggiamento morale per cui, se stanno pestando uno davanti ai miei occhi, sono fatti suoi, è lavoro per la polizia, non è cosa che mi riguardi.

[Questo articolo è stato ripreso in Pazzoide, qui].

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3 Risposte a “Paura? Se mi pagano”

  1. Paolo Zardi Dice:

    Ho letto questo articolo “dal vivo”, questa mattina, in un bar vicino alla Stazione: erano le sei e mezza, e io aspettavo che arrivassero le 6.49 del treno che mi avrebbe portato a Milano.
    Sono andato alla Stazione a piedi – ok, non ho quel genere di fisico che fa girare la testa ad un manipolo di stupratori – ma non ho visto babau, in giro: solo qualche ragazzo e qualche ragazza (tutti dall’aspetto poco italiano) che con uno zainetto in spalla se ne andavano a lavorare – a piedi, o in bicicletta.
    La paura è una professione: questo è il punto centrale di questo articolo. La paura crea potere – e il potere si basa sulla paura. Si crea il nemico, poi ci si propone come salvezza: era l’ebreo degli anni trenta, unico responsabile della crisi economica; era il moro che premeva alle porte dell’Europa; era il barbaro con tre occhi con il quale non era possibile il dialogo. Ora sono i rumeni, i drogati, o qualsiasi minoranza che non abbia accesso ai mezzi di informazione.
    Qualche sera fa, su RaiDue c’era una trasmissione che parlava di Padova; io leggevo “Ada”, ma mia suocera, di Trieste, ospite a casa nostra, se l’è vista tutta. Alla fine, era sconvolta – ma per cosa? Per quale assurda versione di Padova? Avrei voluto prenderla e portarla a fare un giro per la città, anche a piedi: perché potesse guardare il mondo con i propri occhi, non con quelli dei professionisti del terrore che continuavano a dire: “questa, è la realtà”. Ma La “realtà”, lo sottolineava giustamente Nabokov, è qualcosa che ha senso solo se sta tra due virgolette.

  2. miriam zabotto Dice:

    Pienamente in sintonia.
    Non ho tempo per aver paura, cerco di occuparlo in modo positivo, costruttivo, contro la devastante abitudine alla delega credo sia in qualche modo doveroso alzare la testa e dire “decido io se aver paura o no”.
    Ma se mi pagano..tra qualche giorno andrò in cassa integrazione e avrò del tempo a disposizione, potrei unirmi a qualche ronda e andare in giro a spaventare i cattivoni.
    Il Belpaese è sempre più indigesto.

  3. cristiano prakash dorigo Dice:

    bell’articolo.il tema è davvero drammaticamente serio e ha permeato ormai molte coscienze. c’è chi vive con l terrore della paura.

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