Escalation! (2002)

by

di giuliomozzi

[Questo appunto uscì nel numero 61 di vibrisse, quando vibrisse era ancora un bollettino spedito via posta elettronica. gm] [Giorgio Fontana discute questo mio appunto nell'articolo Contro il carverismo]

Nei laboratori di scrittura si finisce col parlare spesso della «psicologia dei personaggi». Io, personalmente, non ho nessuna simpatia per questa espressione. Ho la sensazione che cercare di immaginare i personaggi da un punto di vista psicologico sia rischioso – a meno che non si possieda una competenza specifica. I personaggi, per me, sono soggetti che agiscono: che fanno delle cose, vanno di qua, vanno di là, dicono la tal cosa a Tizio e la talaltra a Caio, decidono di impiccarsi, hanno visioni, comprano lo stracchino e così via.
Certo: se tutto questo avviene, si dice comunemente, avviene perché ci sono delle ragioni. Perché il personaggio ha una sua psiche, da qualche parte (nella mente di chi l’ha inventato, almeno), e questa psiche determina le sue azioni. Non so. Io sono perplesso. Nella mia esperienza – e io non sono certo uno scrittore di storie d’azione – l’immaginazione di ciò che avviene, di ciò che è visibile, di ciò che in somma può essere catalogato come azione, non dico che preceda, ma addirittura sostituisce la, o prevale sulla, immaginazione di ciò che avviene nella cosiddetta psiche del personaggio.

Non so voi, ma a me pare più pratico così.

Anche quando venga messa in scena direttamente la voce del personaggio (ad esempio quando la narrazione è parlata in prima persona, o quando la narrazione è costituita da un “documento”: una lettera, un memoriale scritti dal personaggio, ecc.) a me sembra sempre di star lì a raccontare azioni. Azioni magari solo immaginate, progettate, minacciate, fantasticate dal personaggio: ma pur sempre azioni. Se il personaggio parla, ad esempio scrivendo alla moglie, le sue parole sicuramente dicono dei pensieri (dei sentimenti ecc.); tuttavia, nei confronti della moglie, quelle parole sono azioni: sono parole dette per produrre un certo effetto, così come per produrre l’effetto di piantare un chiodo ci picchio sopra con il martello.

Così succede che trovo più interessante per me, tanto per dire, un trattato secentesco sulle passioni dell’anima, molto meccanicistico, che un saggio sulle emozioni scritto da uno psicologo cognitivista. Perché il trattato sulle passioni mi fornisce modelli comportamentali “fisici” (l’accidioso agisce così… il generoso agisce così…), mentre il saggio psicologico d’orientamento cognitivista mi fornisce delle conoscenze, appunto, sul funzionamento della mente. Non sul funzionamento “fisico” del personaggio.

Qui non si tratta, sia chiaro, di mettere in dubbio la qualità degli studi di psicologia cognitivista. Ne ho il massimo rispetto; e, ad esempio nella pratica didattica, sono utilissimi.

Così, mi sono molto divertito in questi giorni a leggere un libro che non è né un trattato sulle passioni né un saggio di psicologia; bensì un vecchio libro di strategia. S’intitola Filosofia della guerra atomica. Esempi e schemi (ma in americano è: On Escalation. Metaphores and Scenarios), l’autore è Herman Kahn, «matematico, fisico, insegnante di strategia, direttore dell’Hudson Institute, un’organizzazione di ricerche politiche. […] I suoi precedenti libri […] hanno sollevato ondate di proteste e di approvazioni, meritandogli appellativi che vanno da “mercante di terrore” a “Clausewitz dell’èra atomica”» (cito dalla bandella: per me Herman Kahn è un perfetto sconosciuto); Edizioni del Borghese, 1966, pp. 374; l’edizione originale è dell’anno prima.

Il libro è per l’appunto un saggio di strategia; approfondisce il concetto e la pratica dell’«escalation»: una parola molto usata anche da noi nei decenni scorsi, oggi abbastanza in disuso. «Nella tipica situazione di escalation», spiega Kahn, «vi è quasi una “gara nel correre rischi” o, almeno, risolutezza, e un confronto di mezzi parziali, in una qualche forma di conflitto limitato, tra due parti» (p. 21). Gli studiosi di politica o di strategia troveranno in questo libro cose interessanti e istruttive (nonché un punto di vista molto pratico e realista, che potrebbe scandalizzare le anime belle – scandalizza anche me –: ma questo è comune a tutti i trattati sull’arte del conflitto e della guerra).

Ma di un libro così, noi che vogliamo raccontare storie – storie di persone, generalmente, non storie di stati in guerra o sull’orlo della guerra – che cosa ce ne facciamo? Be’, possiamo farcene parecchio. Proviamo a leggere:

La massima parte degli americani [leggi: statunitensi] non concepisce agevolmente i negoziati «freddi» condotti in una atmosfera che sia, in qualche modo, di minaccia fisica o di coercizione. Per la massima parte, essi non assegnano consciamente alla forza alcun ruolo razionale o ragionevole nei negoziati «ordinari». Nel recente passato […] noi [statunitensi] abbiamo avuto la tendenza a vedere, in chiunque abbia usato per primo la forza, soltanto un criminale o un pazzo. Perciò noi siamo portati a credere che chiunque usi la forza sia non soltanto nostro nemico, ma anche nemico dell’umanità, un fuorilegge che merita di essere sterminato, imprigionato o sottoposto a un trattamento medico (pp. 33 sg.).

Mi vengono in mente due cose:

- nei thriller statunitensi c’è quasi sempre un “cattivo”, un assassino, un delinquente, che viene presentato come un “alieno assoluto”: è uno psicopatico, per esempio, o una creatura dall’altro mondo (vedi X-files e simili) ecc.; è raro che il “cattivo” sia rappresentato come dotato di motivazioni razionali, in qualche misura condivisibili, tali insomma da aprire qualche spiraglio di “negoziato” (negoziato da condurre, eventualmente, anche con minacce e con il confronto della disponibilità delle due parti a provocare un’escalation);

- i tanto celebrati racconti di Raymond Carver presentano spesso situazioni di persone che non riescono a “negoziare” tra loro; il famoso «senso di minaccia» che incombe sui personaggi di Carver è appunto provocato dalla nostra sensazione (di noi, lettori) che la “negoziazione” tra i personaggi non funzioni, e che prima o poi potrebbe accadere un’escalation incontrollata e irrazionale.

Può darsi che io stia scoprendo l’acqua calda; ma quando trovo (alle pp. 64 sg.) che il signor Kahn ha costruito uno «schema generalizzato (o astratto)» di escalation che prevede 20 gradi di uso (o minaccia d’uso) della violenza prima dell’infrazione del tabù nucleare, e altri 24 dopo l’infrazione (fino ad arrivare, ahimè, alla «guerra spasmodica o insensata»), mi viene subito da domandarmi:

– se io mi immaginassi una coppia (lui e lei) in crisi, e volessi raccontare la storia di questa crisi, dal momento in cui essa appare e non può più essere ignorata, fino al momento in cui i tentativi di risoluzione amichevole (cioè che salvino l’affetto) falliscono, e poi attraverso tutti i gradi di conflitto possibili (conflitto verbale, conflitto di fatto, conflitto dichiarato, conflitto minacciato…), fino all’esplosione «spasmodica e insensata» della coppia;

– bene, se io mi immaginassi questa coppia, mi domando: sarei capace di immaginarmi 44 gradi di violenza possibile, esercitabile da uno dei due contro l’altro? Saprei immaginarmi con tanto dettaglio l’escalation che va dal non riuscire più a guardare il partner neglio occhi all’ammazzarlo di botte?

Un personaggio agisce verso un altro personaggio una strategia. E la strategia ha le sue regole, che si trovano appunto nei libri di strategia. Un libro come quello di Kahn mi torna buono, un po’ perché mi suggestiona (e mi spinge a tentar di suddividere in 44 gradi l’andamento di una crisi coniugale: mica facile…), e un po’ perché mi impartisce una lezione di sano realismo. In fondo, che cosa sono quei libri tipo Come tenersi un uomo o Come sedurre una donna ecc., se non dei manuali (divulgativi) di strategia? Perché anche una seduzione è una negoziazione, no? Di che cosa consiste un libro come Le relazioni pericolose (Les liaisons dangereuses) di Choderlos de Laclos, o come Adolphe di Benjamin Constant, se non di un’interminabile negoziazione? In cui ciascun partner scatena delle reazioni nell’altro, e poi ha il problema di doversene assumere la responsabilità (ed, eventualmente, di non volersela assumere)…

Per finire, diamo un’occhiata non a tutti i 44 gradi dell’escalation secondo Kahn, ma alle sette fasi principali (i “pianerottoli”, diciamo così, della scala dell’escalation); e vediamo come si possano facilmente applicare a una crisi coniugale. Naturalmente, si tratta solo di un esempio e di una suggestione.

1. «Non si tenda troppo la corda». Una crisi c’è. Ma non c’è ancora un vero e proprio conflitto. Si suppone che la crisi possa essere risolta con la cooperazione formalmente amichevole dei due partner. Ciascuno dei due è pronto ad arrabbiarsi, ma eviterà di farlo: purché l’altro non tenda troppo la corda…

2. «Guerra nucleare non pensabile». C’è un tabù: la separazione, il divorzio. E benché il conflitto sia ormai riconosciuto come tale, di comune – e sostanzialmente tacito – accordo cerchiamo di limitare il conflitto ad azioni («irrigidimento di posizioni», «punzecchiature», «piccole ritorsioni»: termini di Kahn) che non spingano l’altro o altra a pensare che il divorzio potrebbe essere la soluzione migliore…

3. «Non uso nucleare». Bene. Anzi, male: ci siamo detti che potremmo anche divorziare. Tu l’hai detto, e allora lo dico anch’io. Tuttavia ci diciamo che potremmo divorziare: è una possibilità, una minaccia; ma non è ancora realtà. Siamo esplicitamente in guerra, abbiamo «rotto le relazioni diplomatiche», siamo in stato di «superallarme» emotivo, eventualmente possiamo attuare uno «sfollamento limitato» (vado a dormire in albergo, da mia madre, dalla mia migliore amica…), possiamo anche fare una «esibizione spettacolare di forza» (ho l’amante e me ne vanto): ma, anche se la bomba atomica del divorzio è cosa di cui si parla apertamente, difatto sembra che ne parli perlopiù per scongiurarla.

4. «Colpire i “santuari”». Ormai sembro – anche se in realtà non sono – disposto a tutto. Ti colpisco in ciò che hai di più sacro. Ti porto via i bambini. Vado a stare altrove e non ti dico dove. Mi do alla macchia e ti lascio il mutuo da pagare. Ti faccio scrivere dall’avvocato. La guerra nucleare, sia pure limitata e, in un certo senso, più provocatoria che decisiva, è aperta.

5. «Guerra centrale». La guerra è guerra. Ci facciamo delle vere e proprie rappresaglie. Un giorno torni a casa e la chiave non apre più la porta: l’ho fatta cambiare. Vado in giro a dire a tutti che sei una puttana. Ti scredito ovunque posso screditarti. L’attacco ormai è rivolto contro di te: l’unica soluzione è che tu ti arrenda.

6. «Attacchi alle città». Ormai è guerra totale. Non mi basta distruggerti quel tanto che basta perché tu non mi dia più noia: voglio distruggerti completamente. Bombardo la popolazione civile. Mi comporto come se ormai nessuna negoziazione fosse possibile. Ti denuncio, ti accuso di avermi usato violenza, ti accuso di avere abusato dei figli. Tento di farti incarcerare, ti faccio finire su tutti i giornali come pedofilo.

7. «Guerra spasmodica o insensata». Ti ammazzo.

Tag:

9 Risposte to “Escalation! (2002)”

  1. cletus Says:

    E’ un pezzo, che non ricordo d’aver letto, ma che è percorso da una sottile ironia (involontaria ?) di fondo.
    Il paragone con le sette fasi di escalation, con la crisi coniugale è fantastico. Aggiungerei un altro stadio: “l’equilibrio del terrore”, (per anni ha consentito che nessuna delle due superpotenze, fosse punta da vaghezza di scatenare un conflitto atomico per prima, consapevole che l’altra non sarebbe rimasta a guardare) e che è quel patto non scritto fra amanti (entrambi regolarmente già coniugati) i quali sono consapevoli che la loro relazione DEVE rimanere discreta pena il disfacimento totale dei loro, rispettivi, matrimoni.

  2. Toni La Malfa Says:

    bum! bum! bem! sberebeng!

  3. Pabloz Says:

    La mia tesi di laurea in ingegneria informatica, era centrata sulla teoria dei giochi (in inglese “games”, che andrebbe reso meglio con “sfide” o “partite”). In uno dei libri che mi era capitato di leggere, si parlava proprio dell’escalation e di come gli automatismi sui quali si fondano (tipo: se una nave da guerra nemica si avvicina a meno di 50 miglia dalla costa, il comandante della nave amica ha il dovere di affondarla) consentano, di fatto, di risolvere le crisi in modo meno cruento. In un certo senso, maggiore è la credibilità della minaccia, minore è il tempo che serve ai contendenti per trovare – forzatamente – una soluzione. La fondatezza della minaccia è garantita dal carattere meccanico, o automatico, delle azioni messe in atto.
    L’esempio che veniva riportato era quello della famosa crisi di Cuba. Kennedy disse chiaramente: noi consideriamo la presenza di missili sovietici a Cuba una minaccia atomica, e quindi applicheremo il protocollo previsto in questi casi – cioè la distruzione “ad ogni costo” del pericolo. E’ quell'”ad ogni costo” che probabilmente ha permesso di risolvere (almeno da un punto di vista statunitense) la crisi in atto.

    Oltre a questo – e qui vengo allo spunto molto interessante che viene proposto in questo post – sempre nello stesso libro si parlava del fatto che le crisi spesso sfociano in drammi per il fatto che i contendenti mettono in atto “piccole azioni irreversibili successive”. Ne ho visto un’applicazione “drammaturgica” su un fin troppo didascalico film con la Aniston, “Ti odio, ti lascio, ti..”. La storia è semplice (e svolta senza alcuna fantasia): una coppia inizia a litigare. Le azioni che scelgono i due protagonisti hanno però tutte la caratteristica di essere “piccole” (non cose, per intenderci, alla guerra dei Roses) ma “irreversibili” (cioè non permettono un ritorno al momento psicologico immediatamente precedente). Senza volerlo, quindi, i due si infilano in un tunnel, che li porterà allo scioglimento definitivo della coppia. Ecco, trovo che al di là delle ovvietà di cui è infarcito, il film illustri chiaramente, passo dopo passo, i sette livelli dell’escalation di cui parli tu.

  4. giorgio fontana Says:

    ciao giulio.
    ho formulato qualche obiezione a quanto scrivi qui:

    http://www.giorgiofontana.com/index.php?option=com_content&task=view&id=173&Itemid=1.

    in realtà l’attacco è una forma più estrema di anti-psicologismo, ma in ogni caso ho messo altra carne al fuoco.

  5. macondo Says:

    Non capisco il rapporto tra la psicologia del personaggio letterario e le fasi dell’escalation di Kahn, che a mio avviso hanno a che fare più con la psicologia di massa, né la riduzione del tutto alla crisi coniugale. Comunque, per tornare al tema iniziale, psicologia del personaggio letterario vs azione dello stesso, mi pare che il privilegiare l’azione, e far intuire la psicologia del personaggio attraverso di essa, sia debitrice a certa “poetica” letteraria novecentesca, e all’arte che nel ‘900 è nata, ossia il cinema. E’ stato, se non sbaglio, uno dei maestri del cinema come Samuel Fuller a dire che il cinema era “sangue, azione, sesso”, e questa sua affermazione è stata ripresa e condivisa da altri registi successivi, come Sergio Leone. E non ha caso, il Novecento letterario è stato contaminato dalle nuove espressioni artistiche, come il cinema. Forse anche per reazione all’eccesso di psicologismo e intimismo dei romanzi ottocenteschi.

  6. giuliomozzi Says:

    In effetti, Macondo, non vi è nessun rapporto tra la psicologia del personaggio letterario e le fasi dell’escalation di Kahn, così come non vi è nessun rapporto tra l’osservazione “Non vi è nessun rapporto tra la psicologia del personaggio letterario e le fasi dell’escalation di Kahn” e il mio articolo. Non vi è nel mio articoloo alcuna “riduzione del tutto alla crisi coniugale”, a meno che non si voglia sostenere che ogniqualvolta si propone un esempio si “riduce il tutto” a quell’esempio.

    Ho cercato, attraverso una suggestione magari un po’ bizzarra, di proporre due atteggiamenti: 1. guardare non ai personaggi, ma alle relazioni tra i personaggi, 2. osservare tali relazioni come negoziazioni nelle quali si rivela la strategia dei personaggi.

    Non vi è nel mio articolo alcuna opposizione “psicologia del personaggio letterario vs azione dello stesso”, bensì vi è una opposizione tra “focalizzazione sulla psicologia del personaggio vs focalizzazione sulla relazione tra personaggi”.

    Quanto al resto, la focalizzazione sulla psicologia dei personaggi è un’invenzione sostanzialmente tardo-settecentesca. E dubito che sui narratori dei tempi precedenti (da Omero a Lawrence Sterne, passando per Francois Rabelais e Ludovico Ariosto), che normalmente focalizzavano sulle relazioni tra i personaggi, siano stati particolarmente influenzati dalle poetiche novecentesche, dal cinema, da Samuel Fuller e da Sergio Leone. Mentre è senz’altro vero che il ritorno alla focalizzazione sulle relazioni tra i personaggi è una “reazione all’eccesso di psicologismo e intimismo dei romanzi ottocenteschi” (nonché al loro eccesso di verosimiglianza).

  7. macondo Says:

    Caro Mozzi, concordo anch’io che solitamente l’influenza non è retroattiva, e anche quella che ti stende a letto per qualche giorno riguarda la vita presente (e, per qualche giorno, condiziona quella futura) dell’influenzato, e non quella precedente, dell’anno o dei secoli prima. Al di là del carverismo (io riengo che una poetica desunta o teorizzata da un autore, vada rapportata alle opere di quello stesso autore, quando se ne appropriano altri, si chiama epigonismo, o semmai scuola), trovo che un’opera letteraria, che, si trattasse anche di Harry Potter, costruisce un mondo verosimile (ossia conseguente alla propria ambientazione narrativa) in cui far muovere i personaggi. E in relazione a ciò costruisce (o fa sorgere) anche nel lettore delle aspettattive. In questo senso, le azioni hanno funzione di corrispondere o contraddire quelle aspettative, confortando o spiazzando continuamente il lettore. Per ciò l’azione, in molte opere letterarie tardo-novecentesche, si è imposta sulla introspezione psicologica e sulla sua focalizzazione propria di altre epoche, e lo spazio narrativo riservato all’azione è indicativo anche delle poetiche di tali opere. Certo, visto che queste non sono leggi scientifiche, un autore, poniamo Carver, può non tener conto o infrangere questa dialettica azione-corrispondenza/negazione, decidendo di non far “negoziare” tra loro i personaggi, ossia di tacere sulle motivazioni psicologiche e, men che mai, ricorrere a introspezioni esplicative. Ma al di là di questi scarti radicali, la consuetudine romanzesca mi pare quella cui ho accennato.

  8. giuliomozzi Says:

    Macondo: continuo ad avere il sospetto che tu abbia capito l’esatto contrario di ciò che io intendevo far capire. Il che, ovviamente, può essere conseguenza della cattiva qualità del mio articolo.

    In particolare, mi pare che nulla tu abbia colto su ciò che ho detto a proposito delle relazioni tra i personaggi, e mi pare che tu comprenda la parola “negoziazione” nel senso opposto a quello che ha nell’articolo (e che a me pare sia il senso normale).

  9. macondo Says:

    Delle due l’una (o se c’è il tertium datur, sono pronto ad ascoltarlo), che verte sui significati di “relazione tra i personaggi” e “negoziazione tra i personaggi”.
    Se, come scrivi, in parte citandomi, “il ritorno alla focalizzazione sulle relazioni tra i personaggi è una ‘reazione all’eccesso di psicologismo e intimismo dei romanzi ottocenteschi’ (nonché al loro eccesso di verosimiglianza)”, la reazione all'”eccesso di psicologismo” sarebbe il ritorno alla “focalizzazione sulle relazioni tra i personaggi”, quindi l’associazione “relazioni tra i personaggi” e “azione” sarebbe motivata. Dunque, “relazione tra i personaggi” equivarrebbe ad azione. E, ri-dunque, la dicotomia che facevo tra “psicologismo del personaggio vs azione” (ossia “relazione tra i personaggi”), da te contestata, non era sbagliata.
    Oppure, nel secondo post, cambiavo di significato al concetto (che sarebbe stato meglio precisare un po’ di più, così anche le teste dure come me potevano capire) di “negoziazione tra i personaggi”, e seguivo la tua indicazione “dialogica”, qui nel caso specifico del “cattivo” negata: “è raro che il “cattivo” sia rappresentato come dotato di motivazioni razionali, in qualche misura condivisibili, tali insomma da aprire qualche spiraglio di “negoziato” (negoziato da condurre, eventualmente, anche con minacce e con il confronto…”, perché la negoziazione, tradizionalmente, inzia là dove termina l’azione, poniamo quella per eccellenza, l’azione bellica, ed avviene per trattative, a livello cioè dialogico, attraverso l’esposizione di rivendicazioni delle parti e il confronto di punti di vista. Quindi più che con l’azione ha a che fare con la psicologica: dissuasione, convincimento, ecc. E quindi la negoziazione è il contrario dell’azione.
    Senno’ potresti spiegare se vedi un rapporto di conseguenza tra “relazione tra i personaggi” e “negoziazione tra i personaggi”. Io vi vedo opposizione, la prima pertiene all’ambito dell’azione (generale e generica), la seconda a quella dello psicologismo.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...


Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 8.505 follower