Bella poesia di 146 anni fa, ritrovata in un’antologia

18 aprile 2014 di

Leggi il seguito di questo post »

Brutta poesia di 25 anni fa, ritrovata in un cassetto

17 aprile 2014 di

Leggi il seguito di questo post »

Dieci criteri per decidere se un concorso letterario per inediti è un concorso serio

15 aprile 2014 di

Leggi il seguito di questo post »

La formazione della scrittrice, 14 / Sara Loffredi

14 aprile 2014 di

di Sara Loffredi

[Questo è il quattordicesimo articolo di una serie che spero lunga e interessante. Ringrazio Sara per la disponibilità. Chi volesse proporsi, mi scriva mettendo nell'oggetto le parole "La formazione della scrittrice". La prossima settimana toccherà a Silvia Cassioli. gm]

sara-loffrediVengo da una famiglia fatta di posti diversi, distanti tra loro. Nasco a Milano trentacinque anni fa ma i miei genitori si spostano subito in Valle d’Aosta, dove vivono i parenti di mio padre, la nonna calabrese, il nonno romano, la bisnonna greca. Quando compio sei anni ci trasferiamo da mia madre, a Brescia, città dove trascorro tutti gli anni della scuola. Sono una brava bambina: le elementari dalle suore, le medie al conservatorio, il pianoforte al pomeriggio. Un giorno non reggo più e decido che non voglio fare il liceo: vuole essere una vendetta stupida verso chi non mi dà attenzione, si rivela la prima scelta autonoma di cui devo gestire le conseguenze. Frequento per cinque anni un istituto professionale per tecnico di laboratorio, mi affascinano le reazioni chimiche, una sostanza che ne diventa un’altra, terreni di coltura dove cresce ciò che non si vede. Non studio niente che abbia a che fare con la letteratura. Leggo molto, ma amo davvero solo ciò che mi fa paura: da Stephen King a Hoffman e Poe. Perdo del tempo? Non lo so. Vedo film, ascolto musica, leggo fumetti. In quegli anni imparo l’attesa e la sensazione che per me esista un altrove.

Leggi il seguito di questo post »

Smamma, di Valentina Diana

13 aprile 2014 di

Valentina-Diana-Smamma_h_partb

Leggi il seguito di questo post »

DB

13 aprile 2014 di
Berlin Potsdamer Banhof

Berlin Potsdamer Bahnhof

Leggi il seguito di questo post »

Già

11 aprile 2014 di

di giuliomozzi

Supermercato. Alla cassa. Davanti a me nella coda ci sono due sulla settantina, lui e lei.
“L’hai presa la caciotta?”, dice lui.
“No”, dice lei.
“Dovevi prendere la caciotta”, dice lui.
“Non me l’hai chiesta”, dice lei. “Non puoi chiedermela adesso che siamo alla cassa”.
“Mi è venuta voglia adesso”, dice lui.
“Potevi prenderla tu”, dice lei.
“Ma non so dove sono, le caciotte”, dice lui.
“Dove sono anche gli altri formaggi”, dice lei.
“Sono tutti insieme?”, dice lui.
“Eh sì”, dice lei. “Non te ne sei mai accorto?”.
“Ma cosa vuoi”, dice lui. “Io spingo sempre il carrello”.
“E allora?”, dice lei.
“E allora”, dice lui, “è già un impegno”.

Fotocronaca di Bottega

10 aprile 2014 di

Michela Fregona

Tutti in mostra / Cronaca di un incontro autori-editori alla Bottega di narrazione

10 aprile 2014 di
Clicca sui baffi del rajà per leggere l'articolo.

Clicca sui baffi del rajà per leggere l’articolo.

La memoria dell’invenzione

9 aprile 2014 di

fludd_bewusstsein

Venerdì 11 aprile alle ore 20.45, a Trento presso il Teatro Spazio 14 (via Vannetti 14), si svolgerà la “serata d’autore” di Giulio Mozzi, con tema La memoria dell’invenzione.

Leggi il seguito di questo post »

Succede a Piacenza

8 aprile 2014 di

workcoffee_merli

Manuela Merli ha frequentato nel 2011 la Bottega di narrazione. Leggi un capitolo del romanzo.

Lei lavora

7 aprile 2014 di

di giuliomozzi

Sono sull’autobus numero 3. Vado in stazione. Mi arriva una telefonata. Rispondo cercando di non dar noia.
Nel corso della conversazione uso una quantità di parole, tra le quali: agente, termine ultimo, Einaudi, anticipo, London Book Fair, novemila copie, risoluzione di contratto, Marsilio, editing, percentuale.
Quando chiudo la conversazione (mancano due fermate alla stazione ferroviaria) mi si avvicina un ragazzo massiccio.
“Mi scusi”, dice il ragazzo massiccio.
Ha una vocetta gentile, da uccellino.
“Mi dica”, dico.
“Lei lavora nell’editoria?”, dice il ragazzo massiccio.
“Lei ha scritto un romanzo?”, dico.
“No”, dice il ragazzo massiccio.
“Bene”, dico.
“Ne ho scritti tre”, dice il ragazzo massiccio.
“Una trilogia fantasy?”, dico.
“Sì”, dice il ragazzo massiccio. E sorride.
Allora noto l’accento modenese. Allora mi frulla in mente un nome.
“Riccardo”, dico.
“Sì”, dice il ragazzo massiccio. Ha un mezzo sorriso, poi fa un passo indietro: quasi spaventato.
In quel momento il bus arriva in stazione. Scendiamo entrambi.
“Riccardo F.”, dico, mentre camminiamo verso le biglietterie.
“Ma lei come fa a saperlo?”, dice il ragazzo massiccio.
“Me l’hai mandata tu”, dico.
“Io?”, dice il ragazzo massiccio.
“Sì”, dico. E gli dico il mio nome.
“Accidenti”, dice il ragazzo massiccio, fermandosi e squadrandomi.
“Problemi?”, dico.
“Ti facevo molto più alto”, dice il ragazzo massiccio.

La formazione della scrittrice, 13 / Antonella Bukovaz

7 aprile 2014 di

di Antonella Bukovaz

[Questo è il tredicesimo articolo di una serie che spero lunga e interessante. Ringrazio Antonella per la disponibilità. Chi volesse proporsi, mi scriva mettendo nell'oggetto le parole "La formazione della scrittrice". La prossima volta tocca a Sara Loffredi. gm]

Antonella_BukovazRicordo una gita, sarà stato nel 1983 o forse nell’ ’84…
Avevo appena ricominciato a studiare. Gli anni delle Magistrali avevano lasciato un buco intorno al quale frano ancora adesso. Una parente mi indirizzò a un ufficio nel quale, dietro una scrivania ingombra di libri e davanti a un quadro coloratissimo, grande, con forme che nascevano le une dalle altre senza soluzione di continuità, sedeva Pavel Petričič. Mi mostrò due libri uguali. Due libretti sottili che narravano la leggenda della Kraljica Vida illustrati da disegni in bianco e nero. Mi chiese di leggere. A fatica lessi, in dialetto sloveno senza conoscerne la grafia, la prima pagina di uno dei libretti. Con il secondo non mi riuscì. Era la versione in lingua letteraria slovena, della stessa leggenda che alla difficoltà dei grafemi a me sconosciuti univa un lessico altrettanto sconosciuto. Lui mi sorrise, di un sorriso che prometteva una cura per ogni mio smottamento. Mi offrì di rimettermi a studiare e di prepararmi per un grande progetto: la nascita di una scuola bilingue, italiano/sloveno, che per modello didattico sarebbe stata, ed è, unica nel suo genere in Italia. Ma di questo volevo scrivere dopo o forse anche no. Volevo invece cominciare con la gita. Avevo appena iniziato lo studio dello sloveno, lo capivo e parlavo poco. Il recupero della parlata dialettale era però già avviato. Del mio percorso di studio facevano parte le gite d’istruzione che per me erano vere e proprie esplorazioni nel paesaggio e nella cultura slovena. Indelebile nella memoria quella che mi portò a stare seduta su un pavimento di legno nero in una stanza buia. Le pareti, anch’esse nere. Ma forse tenevo solo gli occhi chiusi. Un filo di musica. Una registrazione. Le poesie di Srečko Kosovel che si materializzavano dal nero. Si infilavano sotto di me e mi tenevano sollevata. Era in atto una meraviglia. Da quella casa atterrai stordita. Cercai di mantenere quello stato di stupore il più a lungo possibile. Non avevo mai letto poesia. Cercai Kosovel. Poi, a lungo, più nulla.

Leggi il seguito di questo post »

Indecisione

6 aprile 2014 di

di giuliomozzi

Stazione di Verona. Binario quattro. Aspetto la Freccia Bianca per Venezia. Vado a Padova, mia città.
Mi si avvicina un tipo con pantaloni e giubba mimetica. Sotto la giubba, che è un po’ aperta, ha una camicia bianca e una cravatta blu con piccoli segni gialli.
“E’ qui il Milano?”, dice il tipo indicando il binario quattro.
“Sì”, dico. Poi mi correggo subito: “No, qui è il Venezia, il Milano è qui sul tre”, e indico col pollice il binario tre alle mie spalle.
“E’ qui il Venezia?”, dice il tipo indicando ancora il binario quattro.
“Sì”, dico.
“Sei di Verona?”, dice il tipo.
“No”, dico.
“Di dove sei?”, dice il tipo.
“Fatti miei”, dico.
“Io sono di Napoli, e tu?”, dice il tipo.
“Fatti miei”, dico.
“Ah, va be’, va be’”, dice il tipo. Mi tocca la spalla destra. “Sta’ bene, sai?”, e si allontana.
Fatti due passi si volta:
“Ma è qui il Milano, sì?”.

Com’è andata? Bene, grazie. Ecco i materiali

6 aprile 2014 di
Clicca sul naso della bambina e vai al sito della Bottega di narrazione

Clicca sul naso della bambina e vai al sito della Bottega di narrazione

Emozionato come uno scolaretto?

5 aprile 2014 di

di giuliomozzi

Oggi (a Milano, presso lo Spazio Melampo di via Carlo Tenca 7, dalle 10 alle 17) Giovanni Fiorina, Michela Fregona, Maria Luigia Longo, Ivan Lorenzon, Elena R. Marino, Isabella Nenci, Federica Pittaluga, Bettina Todisco e Clelia Tollot, partecipanti alla seconda Bottega di narrazione (ma Michela è della terza, quella in corso, ed Elena partecipò alla prima) si presentano con il loro lavoro davanti a un pubblico (si spera numeroso e qualificato) di professionisti dell’editoria.
In queste occasioni anch’io, che ho l’emotività di un armadillo, tendo a emozionarmi un po’. Il primo pensiero è per la mia responsabilità. Queste persone hanno scritto, hanno lavorato, hanno studiato. Io le ho fiancheggiate, le ho spinte a farlo, le ho incoraggiate. Loro hanno fatto un investimento di vita, economico, di tempo, davvero colossale. Non è che ci siamo sbagliati? Non è che, forse, certi desideri dovevano essere trattati più criticamente; certe ambizioni dovevano essere smorzate; certi investimenti dovevano essere disincentivati?
Non lo so. In parte non posso saperlo. Si accede alla Bottega per selezione, ma non si può mai essere sicuri. Ci sono anche persone che in un anno, un anno e mezzo di lavoro praticamente non hanno scritto una riga: pur avendo il loro immaginario lì, a portata di mano, o almeno così pareva a me, addirittura diligentemente archiviato e ordinato. Come mai? Ci sono i casi della vita, certo, ma…
E, come tutti, anch’io sbaglio.
Però adesso (sono sul treno per Milano, sono in piedi dalle due e tre quarti di stanotte perché anche la mia vita ci ha i suoi casi, ho messo musica dodecafonica in cuffia per tenermi sveglio) questi pensieri vanno via. Una cosa che ho imparato, in questi anni, è che la determinazione e la pazienza sono tutto. Non si tratta di produrre capolavori, non si tratta di pubblicare a ogni costo e tantomeno di pubblicare a ogni costo con il grande editore di turno. Si tratta di dare il meglio di sé stessi, per poco che sia. Per qualcuno la scrittura è un gioco o un divertimento; per altri è una ragione di vita; per altri ancora (è il mio caso, ad esempio) è una delle cose che si fanno tutti i giorni come lavorare, fare la spesa e cucinare per casa, giocare con i bimbi, conversare con gli anziani genitori, sentire gli amici e così via. Ci vuole pazienza e determinazione perché ciascuno, secondo il suo desiderio e il suo investimento e le sue capacità, ottenga ciò che può
E quindi no, non sono emozionato come uno scolaretto. Sono fermamente determinato e pieno di pazienza.

Leggi il seguito di questo post »

Pubblicità dopo due anni

5 aprile 2014 di


Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 7.811 follower