Caratteri per una narrazione epica

21 dicembre 2014 by

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[Si trova un po’ ovunque in rete.]

Cosa o come insegnare a scuola / Pagine a prova di alunno

19 dicembre 2014 by

Roberto Contu ha 38 anni e insegna Italiano e Storia nel Liceo artistico “Bernardino di Betto” di Perugia. Collabora inoltre con il dipartimento di Italianistica dell’Università di Perugia, dove fa ricerca e si occupa anche di didattica della Letteratura italiana (tiene corsi per il TFA-PAS, le scuole dove si formano i futuri insegnanti). Gli interssano molto, mi dice, “le situazioni dove sembra ‘difficile’ insegnare letteratura”.

E mi manda un interessate contributo dal titolo Pagine a prova di alunno. Per prelevarlo basta cliccare sulla classe sottostante, colta in un momento di intensa concentrazione nello studio.

Clicca per prelevare le Pagine a prova di alunno

Clicca per prelevare le Pagine a prova di alunno

Su un argomento affine, vedi l’articolo Che cosa fate leggere agli studenti?

Pietre euganee, di Alessandra Viola

18 dicembre 2014 by

Pietre euganee è una raccolta di “storie di ieri” raccolte da Alessandra Viola nel territorio dei Colli Euganei – o da lei inventate sulla base dell’immaginario tradizionale.

Dalla prefazione di Mario Rigoni Stern:

Ci sono dei luoghi che, chissà per quale nascosta ragione, conservano più di altri particolare fascino del passato. Qualche volta, assieme a questa memoria storica che è dovuta alle vicende degli umani che su e in quel luogo hanno vissuto o transitato, si accompagnano leggende e favole che si perdono nel tempo. Ma questo non è un tempo misurabile con il movimento degli astri perché cose accadute appena cinquant’anni fa possono diventare mito, leggenda, mentre altre avvenute duemila o più anni prima restare cronaca. Alessandra Viola ha scritto per noi le storie popolari dei Colli Euganei. È andata a ricercarle tra i vecchi dalla lunga memoria, ma anche nelle cose e nel paesaggio. Il racconto popolare, la tradizione orale trasfigurano e animano anche le pietre, ma vanno anche al di là delle cose materiali e fanno abitare l’aria.

Pubblicato originariamente nel 1993, Pietre euganee è ora nuovamente disponibile in un’edizione curata da Giulio Mozzi, con l’aggiunta di un nuovo racconto e una nuova favola.

Nel sito dedicato al libro si trovano il piano dell’opera, alcuni racconti scaricabili gratuitamente, le modalità di acquisto.

La formazione dell’insegnante di scrittura creativa, 3 / Enrico Ernst

18 dicembre 2014 by

di Enrico Ernst

[Chi volesse proporsi per questa rubrica – che esce il giovedì – mi scriva, mettendo nell’oggetto il titolo della rubrica stessa. Ringrazio Enrico per la disponibilità. gm]

enrico_ernstCaro Giulio,
una formazione o vocazione nasce o sgorga, come si sa, dall’infanzia, anche misteriosamente.
Cercando il primo filo di un destino d’insegnante sono andato a recuperare la figura di un artista che dev’essere stato il mio primo modello letterario e, quindi, virtualmente, il mio primo insegnante di scrittura creativa: Renato Zero; è lui l’eroe della prima fase di un «destino»: la fase della mimesi… Volevo comporre qualcosa che assomigliasse alla canzone La rete d’oro. Crescendo, posi sul piedistallo altri maestri, come Eugenio Bennato, Fabrizio De Andrè, Francesco De Gregori; i cui lavori però non cercai più di imitare. Mi limitai ad amarli e mandarli a memoria – cantavo integralmente Burattino senza fili, Titanic, Non al denaro né all’amore né al cielo. Entrai, in altre parole, nella seconda fase della mia formazione: interiorizzazione, fagocitazione dell’opera altrui.

Ma risalgo verso l’età adulta.
Nella mia formazione, hanno avuto un ruolo determinante le mie attività professionali di correttore bozze, redattore, autore di paratesti.
Avere a che fare con opere scrittorie errate o manchevoli, da manipolare e mettere in forma, da annotare o da introdurre, da pubblicizzare, ha trasformato in modo radicale il mio modo di essere lettore.
Mi sono messo a pagaiare sui fiumi dei testi altrui con attenzione acuminata, cercando di individuare limiti e ostacoli, ma anche potenzialità sopite. Mi sono impegnato al servizio di autori e della loro scrittura, con l’intenzione di circoscriverne e farne emergere il luccichìo – in una combinazione di rispetto e di libertà trasformativa.

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La formazione dell’insegnante di Lettere, 7 / Luca Tedoldi

17 dicembre 2014 by

di Luca Tedoldi

[Questo è il settimo articolo della rubrica La formazione dell’insegnante di Lettere, che si pubblica in vibrisse il mercoledì. Gli insegnanti che volessero partecipare possono scrivere al mio indirizzo, scrivendo nella riga dell’oggetto: “La formazione dell’insegnante di lettere”. Ringrazio Luca per la disponibilità. gm]

luca_tedoldiUna formazione si dice in molti modi. Liceo classico, odiato e amato: belle le lezioni di Italiano, non tutte quelle di Filosofia, pochissimo tutto il resto. Al classico, ma che dico, a Giovanni Valle che venne a farci il corso, devo soprattutto l’amore per il teatro, un’arte che è insieme parola, voce, gesto, letteratura, musica, pittura, ginnastica. Primo anno d’università a Lettere, esami di Letteratura italiana e Storia moderna. Dopo il galleggiamento disanimato del liceo arrivano i primi trenta; ringalluzzito mi metto a studiare davvero ed ogni esame diventa il pretesto di dibattiti infiniti con amici e compagni di facoltà, tanto più che dal secondo anno faccio il passaggio a Filosofia. Alla fine di quelle discussioni non c’era alcun voto, nessuno pensò di riconoscerci un titolo, ma sono state tra le esperienze più formative mai vissute. Peccato per chi, laureato abilitato masterizzato, non ne ha goduto. Molto più utili dei monologhi frontali della Silsis, frequentata sia per Lettere che per Scienze umane (quattro anni di maledizioni), ma meno del tirocinio fatto a scuola (nella trincea della contrapposizione sapere-potere contra diritto all’ignoranza), a vedere quali errori non ripetere. Di primo istinto, dopo aver assistito a tanti, non intenzionali, atti di vandalismo culturale senza poter intervenire, è facile cadere nella forma imperativa e non chiedere, ma pretendere, che chi osi parlare da una cattedra debba fare questo e quello, respingere quell’altro e non dimenticarsi quest’altro ancora. Ad esempio evitare monologhi di un’ora nel silenzio pericoloso dell’aula, decodifiche del testo poetico in cui per quindici minuti si passano in rassegna tutte le versioni di un termine latino nelle lingue romanze, o sette citazioni di testi differenti in sette minuti. Insomma, rigettare come la peste l’autorefenzialità. L’alunno abbagliato accerta la competenza del docente e contemporaneamente nessuna fioritura d’idee o nozioni avviene nella sua mente, aratro senza buoi / che pare dimenticato.

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La formazione della fumettista, 8 / Patrizia Mandanici

16 dicembre 2014 by

di Patrizia Mandanici

[Questa è l’ottava puntata della rubrica dedicata alla formazione di fumettiste e fumettisti, che esce in vibrisse il martedì. La rubrica è a cura di Matteo Bussola. Ringraziamo Alessandro per la disponibilità].

patrizia_mandaniciSe cerco di andare indietro nel tempo per capire quando è nata la mia esigenza di fare fumetti capisco che non c’è risposta: mi sembra di avere letto fumetti da sempre (già da prima che imparassi a leggere guardavo le figure) e di aver subito scarabocchiato in giro immergendomi nei miei mondi (mio padre, che ha sempre assecondato la mia passione, racconta che quand’ero piccola dovette dipingere i muri di casa con pittura lavabile, che tanto io disegnavo anche lì).
Non sognavo di fare la fumettista, sognavo di fare “la pittrice” – intendendo con ciò genericamente la disegnatrice. Più crescevo e più credevo che avrei finito col diventare un’illustratrice, o qualcosa di simile, ma mai veramente una fumettista: quello era un sogno che mi sembrava così al di fuori della portata delle mie possibilità che neanche ci pensavo.
Poi, certo, c’era anche il fatto che per me disegnare storie a fumetti era una questione personale, di sopravvivenza: lo facevo allo stesso modo in cui mangiavo e respiravo, era parte di me, come avrebbe potuto diventare un lavoro?
Mi piacevano così tanto i fumetti che disegnarne di miei era anche un modo per prolungare il piacere che mi dava entrare dentro quegli universi – e infatti mi ispiravo a quello che mi capitava sotto mano a quei tempi, e che amavo, da Tex a Capitan Miki, storie con indiani e cowboy disegnate con qualsiasi cosa su qualsiasi supporto: carta da disegno, ma anche quaderni a righe, a quadretti, blocchetti della riffa, agendine.

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La terza Bottega di narrazione è terminata, ma…

14 dicembre 2014 by

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La formazione dell’insegnante di scrittura creativa, 2 / Livio Romano

12 dicembre 2014 by

di Livio Romano

[Chi volesse proporsi per questa rubrica – che dovrebbe uscire il giovedì mattina presto, ma è già in ritardo di un giorno e mezzo – mi scriva, mettendo nell’oggetto il titolo della rubrica stessa. Ringrazio Livio per la disponibilità. gm]

livio_romanoLe signore che per la prima volta mi invitarono insistevano a volerlo chiamare ciclo di conferenze, ma in quell’epoca non mi sentivo all’altezza di intrattenere alcuno intorno a quella che anche per me restava una materia misteriosa, ambigua, tutta da imparare: la scrittura creativa. Non che oggigiorno, dopo anni e anni di corsi, seminari, laboratori, interventi, e davanti agli uditori più variegati, dai bambini della scuola materna all’associazione professori di italiano della Confederazione Elvetica; non che oggi, dicevo, mi sia facile dare una definizione di ciò che è scrivere in maniera creativa e di ciò che non lo è. Voglio dire, non è questo il punto. Ho continuato a chiamare così i miei incontri – di scrittura, appunto, creativa- perché questo si aspetta la gente, perché da una ventina di anni questa espressione connota una disciplina che aiuti coloro i quali abbiano la passione di scrivere, e più spesso anche l’ambizione di pubblicare, a migliorare la propria prosa narrativa. Ecco: prosa. Perché quando vengono a dirmi «scrivo poesie», li scoraggio subito. So nulla di poesia, io, tantomeno di come si aiuti qualcuno a scriverne. Ma negli ultimi tempi ho abbandonato quest’espressione sfocata e ho preso a chiamare i miei cicli di lezioni con il loro nome: corsi di narrazione. Tuttavia torniamo alle signore. Colte ex professoresse perlopiù di materie letterarie le quali, subito dopo la pubblicazione di un mio raccontino in un’antologia per l’Einaudi, con grandissimo entusiasmo mi chiesero di tenere queste conferenze che io mi battei fossero denominate «Percorsi di lettura con incursioni nella scrittura» così abbandonando il vicolo cieco della creatività. Fu un’esperienza faticosissima.

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Dieci buoni motivi per pubblicare da sé il proprio libro piuttosto che affidarlo a un editore a pagamento

11 dicembre 2014 by
Un'aspirante scrittrice, colta nel momento in cui decide di lasciar perdere gli editori a pagamento e di pubblicarsi da sé

Un’aspirante scrittrice, colta nel momento in cui decide di lasciar perdere gli editori a pagamento e di pubblicarsi da sé

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La formazione dell’insegnante di Lettere, 6 / Michela Fregona

10 dicembre 2014 by

di Michela Fregona

[Questo è il sesto articolo della rubrica La formazione dell’insegnante di Lettere, che si pubblica in vibrisse il mercoledì. Gli insegnanti che volessero partecipare possono scrivere al mio indirizzo, scrivendo nella riga dell’oggetto: “La formazione dell’insegnante di lettere”. Ringrazio Michela per la disponibilità. gm]

MichelaFregonaSi chiamava Giuseppe Martini, e a usare il tempo passato faccio fatica, perché c’è ancora una parte di me che non vuole credere che sia successo quello che, poi, è successo.
La prima volta, era il 2002: rosso, di capelli e di faccia, gli occhiali montatura di metallo. Ho un ricordo di sole, fuori dalle finestre grandi della scuola: come sempre, in settembre. Noi, tutti, nell’aula. Mattina, pomeriggio; e poi, ancora, mattina, e pomeriggio. Venti solide ore.
E fuori il sole, a scaldare che faceva venire le malinconie da autunno in montagna – ecco, avevo pensato appena varcata la porta che, di lì a una decina di giorni, avrei infilato quotidianamente fino al luglio successivo, questo è un giorno da scappare in laguna, le ombre già si allungano e tu sei qui; altro che corso di formazione. La vergogna del pensiero era stata subito pari al senso di ribellione: mai stata brava a fare Lucignolo…
A un certo punto della lezione, lui si toglieva il maglione: arrotolava le maniche della camicia, spingeva gli occhiali indietro sul naso, con la nocca dell’indice, e, intanto, si stropicciava la bocca e il mento con la sinistra. Me lo ricordo così: fermo, in quella concentrazione.
Eravamo: impegnativi. In realtà, esistono pochi uditori più impegnativi di una classe di insegnanti.
E noi eravamo la periferia della periferia dell’insegnamento: eravamo il Ctp, Centro Territoriale Permanente per la formazione e l’educazione in età adulta. Una cosa nata, ministerialmente, cinque anni prima, sulla scorta di cinquant’anni di scuola e corsi per lavoratori. Il carcere di giorno, di sera l’aula multiplex: multilingua, multietà, multietnia, multiscolarizzazione, multimotivazione; multi-tutto.
Com’è che ero finita lì?
Lo avevo scelto. Ovvio.

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La formazione della fumettista, 7 / Federica Del Proposto

9 dicembre 2014 by

di Federica Del Proposto

[Questa è la settima puntata della rubrica dedicata alla formazione di fumettiste e fumettisti, che esce in vibrisse il martedì. La rubrica è a cura di Matteo Bussola. Ringraziamo Federica per la disponibilità. La fotografia di Federica è di Caterina Sansone].

FedericaDelProposto(fotoDiCaterinaSansone)E’ stato amore a prima vista,
mi innamorai del disegno subito, forse prima dei 5 anni.

Mi divertiva talmente tanto che ero arrivata a disegnarmi i giocattoli e giravo per casa con una cartellina piena di tutte cose di carta.
In casa non c’erano molti fumetti o libri illustrati, ma passavo le ore a guardare le figure dell’enciclopedia e dell’enciclopedia medica, e le forme di una serigrafia che era appesa in salone: uno scorcio di città dipinto da Sante Monachesi, credo fosse proprio Parigi. Una serigrafia bellissima, colori primari e forme.
Io capivo che era una città, anche se era stilizzata, schematica.

A mamma piaceva dipingere, e le piaceva l’arte, ma in casa avevamo pochissimi libri “con le figure”.
I miei, due infermieri giovanissimi e genitori di due bambine, avevano altre priorità economiche in quel periodo, prima di spendere in libri e fumetti. Per giovanissimi, intendo proprio giovanissimi: 21 anni mamma e 24 papà, quando sono nata io, arrivati in città qualche anno prima per frequentare il corso da infermieri.
Quella mia e di mia sorella è stata un’infanzia bellissima e ogni giornata era un gioco di 24 ore, accompagnato dalla colonna sonora dei Beatles, dei Led Zeppelin, e di Battisti.
L’unica cosa che forse potrei loro rimproverare è che ci hanno viziate troppo, nascondendo sempre ogni anche minima difficoltà quotidiana, quindi abbiamo capito un po’ tardi il senso della parola “lavoro”.
Ma era giusto così, per questa famiglia che a ripensarci adesso era composta da 4 ragazzini.

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Un bel posto per abitarci

7 dicembre 2014 by

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Informazioni

6 dicembre 2014 by

di giuliomozzi

Ieri, ore 22.20, sull’autobus 12 da Selvazzano Dentro a Padova. A bordo siamo in due: io e un giovanotto alto con una giacca a vento gialla.
Il giovanotto si avvicina al conducente.
“Scusi”, dice. “Questo va in Prato della Valle?”.
“Sì”, dice il conducente.
“E porca…”, dice il giovanotto.
“Qual è il problema?”, dice il conducente.
“Non devo andare in Prato della Valle”, dice il giovanotto.
“Dove deve andare?”, dice il conducente.
“In Stazione”, dice il giovanotto.
“Eh, ma noi andiamo in Stazione”, dice il conducente. “Il capolinea è lì”.
“E Prato della Valle?”, dice il giovanotto.
“Passiamo prima per Prato della Valle”, dice il conducente, “facciamo le Riviere, e andiamo in Stazione”.
“Ma questo non può andare prima in Stazione?”, dice il giovanotto.
“No”, dice il conducente.
“E porca…”, dice il giovanotto.
“Il percorso è così”, dice il conducente. “Siamo in Stazione tra un quarto d’ora, anche meno”.
“Chi se ne frega della Stazione”, dice il giovanotto. “Io devo andare all’Arcella”.
“L’Arcella è dietro la Stazione”, dice il conducente.
“E questo ci passa?”, dice il giovanotto.
“No”, dice il conducente. “Mi fermo in Stazione”.
“E porca…”, dice il giovanotto.
“In Stazione può prendere il tram”, dice il conducente. “O può prenderlo anche nelle Riviere”.
“E quello va all’Arcella?”, dice il giovanotto.
“Sì”, dice il conducente.
“Ma all’Arcella dove?”, dice il giovanotto.
“Fa tutto il viale dell’Arcella, via Tiziano Aspetti, via Guido Reni”, dice il conducente.
“Io devo andare in via Colotti”, dice il giovanotto.
“Mai sentita”, dice il conducente.
“Questo non ci passa?”, dice il giovanotto.

La formazione dell’insegnante di scrittura creativa, 1 / Giulio Mozzi

4 dicembre 2014 by

di giuliomozzi

[Considerata la pericolosità della rubrica, ho ritenuto opportuno fare io la prima puntata. In magazzino ho già gli articoli di Livio Romano e di Enrico Ernst. Il giorno fissato è il giovedì, ma temo che sarà difficile tenere il ritmo settimanale. Chi volesse proporsi mi scriva, mettendo nell’oggetto il titolo di questa rubrica. gm]

1994

1994

Il 30 aprile del 1993 pubblicai il mio primo libro di racconti. Non era il mio primo libro: negli anni Ottanta, quando lavoravo nell’ufficio stampa della Confartigianato veneta, mi era capitato di scrivere – oltre a innumerevoli comunicati stampa, discorsi, articoli – anche opuscoli e veri propri libri; di altri opuscoli e libri, non scritti da me, avevo curata l’edizione e la revisione. Mi fa piacere ricordare due persone che in quegli anni mi insegnarono molte cose: Guido Lorenzon e Maurizio Pescarolo.

Nel giugno del 1993 mi telefonò Roberto De Gaspari, che non conoscevo. Mi raccontò di aver fondato a Padova un nuovo circolo Arci, “Lanterna magica”, e mi chiese se ero disponibile a tenerci dei corsi di “scrittura creativa”.
Non lo so, risposi. Devo pensarci. Non so che cosa è che s’intende, con le parole “scrittura creativa”.
Restammo d’accordo di sentirci a settembre.

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La formazione dell’insegnante di lettere, 5 / Giovanni Accardo

3 dicembre 2014 by

di Giovanni Accardo

[Questo è il quinto articolo della rubrica La formazione dell’insegnante di Lettere, che si pubblica in vibrisse il mercoledì. Gli insegnanti che volessero partecipare possono scrivere al mio indirizzo, scrivendo nella riga dell’oggetto: “La formazione dell’insegnante di lettere”. Ringrazio Giovanni per la disponibilità. gm]

Giovanni_AccardoSono cresciuto in un minuscolo paesino della provincia di Agrigento, Villafranca Sicula, dove non c’era né una libreria né una biblioteca. Nonostante i miei genitori fossero entrambi maestri elementari, per casa non giravano molti libri. Mia madre è stata per tanti anni insegnante di scuola materna, impegnata soprattutto a crescere me e mia sorella. Mio padre divideva il suo tempo libero tra il calcio e il poker, però aveva anche una grande passione per la politica, perciò non perdeva un telegiornale, sia a pranzo che a cena, e leggeva i giornali. Così, a tredici anni (nel frattempo in paese avevano aperto un’edicola), incominciai a leggere i giornali e ad interessarmi di politica: ricordo perfettamente i comizi per le elezioni regionali del 1975. Il mio futuro era stato già deciso: avrei fatto il medico, per diventare ricco ed essere rispettato in paese. Avrei studiato a Roma o in una città del Nord. Così aveva stabilito mio padre. Ho frequentato il liceo classico, ma di cultura classica ne ho respirata davvero poca, parte per colpa mia, parte per colpa degli insegnanti: freddi, distanti e autoritari. Della maggior parte di loro non ricordo neppure il nome. Della scuola, a dire il vero, non me ne importava molto, in testa avevo soprattutto le ragazze, la musica rock e la politica. In quarta ginnasio faticavo a parlare e scrivere in lingua italiana, la mia lingua madre era il dialetto siciliano, i miei compagni di gioco erano per lo più figli di pastori e di contadini. Al ginnasio, la gran parte dei miei compagni di classe, alcune ragazze in particolare, parlavano un buon italiano e mi mettevano soggezione. Avevo quattro nello scritto, ma mi tiravo su con l’orale, grazie all’ottima memoria e alla voglia di non sfigurare, nonostante la mia paralizzante timidezza. Di studiare, però, non m’importava nulla. Guardavo le ragazze e sognavo la mia prima esperienza sessuale. Alla fine dell’anno scolastico, la professoressa di lettere disse che non mi rimandava perché andavo bene nell’orale ed ero molto educato, però durante l’estate dovevo leggere e prenderla come abitudine, perché avevo pochissimo lessico e una fantasia limitata. Non mi disse né cosa leggere né dove prendere i libri. In paese l’unico che leggeva e che possedeva una biblioteca era il prete, andai a chiedere consiglio a lui. Mi fece abbonare al Club degli Editori, che ogni mese mi spediva un libro a casa. Ma l’unica cosa che continuava ad appassionarmi erano i giornali, leggevo “Paese Sera”, “La Repubblica”, “L’Espresso”, “Ciao 2001″. Al prete rubai due libri di Marcuse: L’uomo a una dimensione e L’autorità e la famiglia, che lessi l’ultimo anno di liceo e che mi furono utilissimi per il tema della maturità, soprattutto il primo, citato a piene mani. Ogni tanto mio padre portava un libro a casa, prestato da chissà chi, fu così che lessi Padre padrone di Gavino Ledda, Giovanni Leone: la carriera di un presidente di Camilla Cederna, Arcipelago Gulag di Solženicyn, Il giorno della civetta, Dalle parti degli infedeli e L’affaire Moro di Sciascia; di quest’ultimo ci capii davvero poco, nonostante avessi seguito il sequestro Moro sui giornali e alla televisione. Cosa cercavo in quei libri non saprei dirlo, forse la voglia di crescere. Invece so benissimo cosa cercavo nei libri della beat generation, la vera scoperta letteraria che segnò la mia adolescenza, grazie all’amicizia con un giovane del paese di dieci anni più grande di me e che era andato a vivere a Londra: la voglia di scappare. Quando lessi Sulla strada di Jack Kerouac, nell’estate del 1978 o del 1979, capii che da quel paese e dalla Sicilia dovevo andar via. Ci sarà poi un tragico avvenimento personale che nel 1980 confermerà e aumenterà questo desiderio di fuga.

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La formazione del fumettista, 6 / Fabio Celoni

2 dicembre 2014 by

di Fabio Celoni

[Questa è la sesta puntata della rubrica dedicata alla formazione di fumettiste e fumettisti, che esce in vibrisse il martedì. La rubrica è a cura di Matteo Bussola. Ringraziamo Fabio per la disponibilità].

La formazione del fumettista.
Parlacene.
La prima immagine che sfolgora è quella di campi-scuola per kamikaze, passaggi terribili con le ginocchia nel fango e il kalashnikov serrato tra le mani, urla di sottomissione all’idea e sveglie massacranti in albe tumide di pioggia, nella giungla malese.
L’immagine non è del tutto falsa, ci tengo a precisare.
Bisogna anche considerare che facendo questo mestiere si può vagamente tendere a reinventare la realtà, per ciò che questo può voler dire (“realtà”, intendo). Un po’ come il meraviglioso protagonista del burtoniano “Big Fish”, che non era affatto un misero raccontafrottole, come una superficiale osservazione potrebbe suggerire, ma un vero demiurgo in grado di plasmare la creta della vita, per dargli nuova forma, e s’intende nuova vita. Così dovrebbe valere all’infinito, almeno finché esisteranno i poeti e gli artisti.
Ma i fumettisti, dicevamo.
Vorrei, per una volta, tentare di parlare di tutto ciò che sta fuori dalla tecnica, e dal suo apprendimento.
La tecnica è necessaria, fondamentale, per potersi esprimere con una determinata efficacia, è un megafono per dar voce al proprio respiro, ma se ci si domanda se sia più importante l’amplificatore o ciò che viene amplificato, ecco, non credo ci sia nemmeno bisogno di dare una risposta.
La tecnica si apprende studiando, a scuola, e nel lavoro di tutti i giorni. Sì, perché non esiste un giorno in cui puoi dire davvero di aver capito tutto, rimane un apprendimento costante, senza meta. Che potrebbe pure essere frustrante, se non fosse una ricerca continua di tesori, cosa di cui ci si può dimenticare ogni tanto. Così si possono fare dei passi, anche dei tratti di corsa, ma il traguardo, quello è meglio lasciarlo ai radiocronisti (sempre che non sopraggiungano complicazioni, tipo che decidi di ritirarti dalla maratona).
Dunque non parlerò della formazione scolastica, seppure sia stata importante, anzi fondamentale, nel farmi apprendere i rudimenti tecnici, e nel farmi confrontare l’inesperienza assoluta con la classe dei disegnatori “veri”, quando – bambino di tredici anni – varcai le porte della Scuola del Fumetto di Milano, il sancta sanctorum dove venni “iniziato” a questa curiosa disciplina.
Non parlerò nemmeno dei primi passi nel mondo del lavoro, delle delusioni, delle porte chiuse e di quelle aperte, dei traguardi e delle nuove corse.
Tenterò piuttosto di andare indietro con la memoria, alla scintilla iniziale, a quello strano Big Bang psichico o spirituale, nella ricerca del ricordo di quel che mi spinse a iniziare a camminare.
Su questa strada piuttosto che su un’altra.

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La formazione dello scrittore, 29 / Alberto Cristofori

1 dicembre 2014 by

di Alberto Cristofori

[Questo è il ventinovesimo articolo della serie La formazione dello scrittore, parallela alla serie La formazione della scrittrice. Ringrazio Alberto per la disponibilità. Il magazzino è vuoto, attendo i contributi di alcune persone che si sono impegnate ma hanno bisgono di tempo: la rubrica diventa irregolare. gm]

alberto_cristoforiIn principio c’erano i PIC: erano dei librini quadrati, illustrati, con le fiabe classiche (Biancaneve, Cenerentola, Cappuccetto Rosso…) ridotte ad uso dei bambini molto piccoli. Se non ricordo male costavano 50 lire. Mia madre me li leggeva e rileggeva, io li imparavo a memoria e poi facevo finta di leggere anch’io, seguendo col dito e suscitando l’ammirazione (ah! oh!: forse altrettanto finta) dei nonni in visita. Ma forse è vero che, a forza di studiarmeli, man mano che nascevano i miei fratelli e si riduceva il tempo materno a mia disposizione, qualche parola avevo imparato a decifrarla. Sicché, senza mai andare all’asilo, sono arrivato in prima elementare che in effetti, bene o male, leggevo.

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Cinque suggerimenti che mi permetto di dare a chi esercita la nobile arte della critica letteraria

29 novembre 2014 by
Una critica letteraria s'imbatte in un bestseller

Una critica letteraria s’imbatte in un bestseller

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Professione scrittore

28 novembre 2014 by
Jean-Paul Belmondo

Jean-Paul Belmondo

Scopro che nel sito Vita da editor di Giovanni Turi c’è una rubrica, Professione scrittore, che in qualche modo somiglia a quelle delle “formazioni” delle scrittrici e degli scrittori pubblicate in vibrisse. Invito quindi chi avesse apprezzato queste ad andare a leggere anche quella. La locandina originale del film è qui. gm

Un’offerta da favola per le “Favole del morire”

28 novembre 2014 by

di giuliomozzi

favole_del_morireVerso fine febbraio 2015 sarà pubblicato dall’editore Laurana il mio nuovo libro Favole del morire. Ho deciso di realizzare per l’occasione undici (e non più di undici) “confezioni speciali”.
Undici scatole, in sostanza.

Ciascuna scatola conterrà:
– una copia del volume (a richiesta: autografata e dedicata);
– una maglietta (indicare la taglia nella richiesta) recante la medesima immagine di copertina del libro, realizzata (la maglietta, ma anche l’immagine) da Aldo Sorarù;
– una copia della prima edizione de La stanza degli animali (plaquette con copertina in carta ricavata da sterco di elefante, pubblicata nel 2010 dalle edizioni :duepunti, oggi di assai difficile reperibilità), inclusa con lievi modifiche in Favole del morire.

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