di Valter Binaghi
Analfabeta arboricolo
Disimparare tutto quel che hai letto sugli alberi, la funzione clorofilliana e l’ecosistema, schiodarti dalla sedia e cercarne uno, possibilmente isolato, in una radura erbosa, come il vecchio gelso che un tempo per noi ragazzi spartiva il confine tra la boscaglia praticabile e i campi del vecchio pazzo che inseguiva a sassate chiunque osava calpestare le sue zolle. Trovati un albero, dicevo, uno vero, dimentica quel che credi di sapere e stenditi con le spalle appoggiate al tronco. Respira, e senti che lui respira, e vive, di una vita meno agitata e curiosa della tua. Una vita che somiglia a un lungo sogno che si avvolge giro a giro intorno ad un centro invisibile. Di questa vita, sorbisci ad occhi chiusi il vigore, apprendi la sua muta scuola, e ne tornerai sereno, ricongiunto a te stesso.
Quando nacqui mio nonno piantò un albero in giardino. Forse voleva che il bambino avesse un fratello umile e forte, reclutato tra il popolo dei semplici, come un angelo custode sul suo cammino. Qualche anno fa lo abbattemmo per far posto ad un garage. Nessuno mi toglie dalla testa che quel giorno dall’anima ferita è cominciato a fuggire un rivolo di linfa, e qualcosa in me ha cominciato a morire. Non è bello vivere di parole e d’intenzioni abortite, quando il merlo che veniva ogni anno a fare il nido e mi portava il primo trillo della primavera ora vaga altrove, e la storia che racconto a me stesso e chiamo la mia vita è solo un mosaico di ricordi spezzati.
Ora sono come un nomade forzato, un cavaliere senza causa e senza patria, cerco un albero a cui appendere le armi e il mantello, un’ombra che mi ospiti una volta per tutte, che somigli alle vaste ali del perdono di Dio.
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